Il Pd, Prodi e la Costituzione: un chiarimento non più rinviabile

Che cosa pensa il nascente Partito democratico della Costituzione e delle riforme costituzionali? Intende o meno rispettare il risultato del referendum del 25-26 giugno del 2006? Pensa a riforme costituzionali coerenti con l’impianto e i principi della Carta del 1948, o a riforme ispirate a un modello tutt’ affatto diverso, quello della Costituzione gollista della V Repubblica francese? E ha senso proporre il modello gollista proprio nel momento nel quale Segolène e Bayrou trovano un’intesa per riformarlo radicalmente? E infine: esiste ancora la prima parte del programma dell’Unione? Il Governo Prodi intende attuarla o contraddirla? L’intervista di Arturo Parisi al “Corriere della Sera” di oggi apre, d’un colpo solo, tutte queste questioni. Questioni non da poco, se è vero che la Costituzione non dà da mangiare agli affamati, ma definisce e garantisce i diritti e le libertà di tutti e di ciascuno, e l’insieme delle regole democratiche che governano la convivenza comune delle italiane e degli italiani. Prodi, Rutelli, Fassino e gli altri debbono chiarire che cosa ne pensano. Proponendo una riforma costituzionale sul modello semipresidenziale (adottato nel mondo solo dalla vigente Costituzione francese), Arturo Parisi, che non è uno sprovveduto, è sicuramente consapevole di avere buttato nello stagno del dibattito sulle riforme istituzionali (ed elettorali) un vero e proprio macigno.

Si tratta infatti di un modello del tutto diverso (e alternativo) dal modello parlamentare, largamente prevalente in Europa, e adottato dalla Costituzione italiana. Il programma dell’Unione, sul quale l’attuale maggioranza parlamentare ha chiesto e ottenuto l’anno scorso il voto della maggioranza degli italiani, ha scelto, con chiarezza, una strada opposta: non abbandonare, ma aggiornare e perfezionare il modello parlamentare, prendendo esempio dall’esperienza tedesca e britannica. Con una netta maggioranza, nel referendum del giugno 2006, gli italiani hanno confermato questa scelta. Parisi oggi rimette tutto in discussione, come se il programma dell’Unione non esistesse, come se il referendum costituzionale non ci fosse mai stato.Sulla via indicata dal programma dell’Unione, ha cominciato a lavorare, in questi mesi, il ministro Chiti. Sfiducia costruttiva, potere del premier di revocare i ministri, riduzione del numero dei parlamentari, attribuzione alla sola Camera del potere di dare o revocare la fiducia, Senato federale, rafforzamento delle garanzie costituzionali: sono tutte riforme puntualmente delineate nel programma dell’Unione, coerenti con il modello parlamentare scelto dalla nostra Costituzione, ispirate alla esperienza tedesca e a quella britannica, che tale modello hanno sviluppato con eccellenti risultati. Che ne sarà del lavoro di Chiti?Ma Parisi sembra anche ignorare che una riforma profonda della Costituzione gollista della V Repubblica fa parte essenziale del programma tanto di Segolène Royal, quanto di Francois Bayrou.

Sul punto si è anzi raggiunta tra i due una convergenza totale. Solo Sarkosy continua a difendere il modello gollista, pur riconoscendo che occorrerà ridare un ruolo al Parlamento, ridurre il potere assoluto dell’esecutivo, eliminare il “voto bloccato” previsto dall’articolo 49, e reintrodurre un minimo di pluralismo nel bipolarismo bloccato della V Repubblica.Ma il “macigno” di Parisi ingombra anche la strada della costruzione del Partito democratico. Può nascere il PD mettendo assieme i sostenitori di una democrazia pluralista e quelli di una democrazia plebiscitaria? Quelli che difendono i principi e i valori della Costituzione, rilanciati dal referendum del 2006 (per “aggiornarla senza demolirla”) e quelli che invece vogliono una Costituzione totalmente nuova, modellata su un’esperienza ormai fortemente criticata (al centro e a sinistra) anche nel Paese di origine?Aggiungo che aprire il dibattito su una radicale riforma della Costituzione non aiuta a trovare rapidamente una buona soluzione per la riforma della legge elettorale. Rischia anzi di dirottare l’attenzione verso altri dibattiti e altre polemiche. Nella giornata di oggi, Sebastiano Messina rilancia l’idea di tornare (magari temporaneamente) alla legge Mattarella. Andrea Manzella e il sottoscritto l’avevano già prospettato, un anno e mezzo fa, con un emendamento al porcellum purtroppo respinto dal centrodestra (avrebbe consentito agli elettori di decidere con referendum se tenerci la pessima legge vigente o tornare al Mattarellum).

Altre ipotesi sono in campo, dal sistema elettorale francese, allo spagnolo, al tedesco. Tutte comunque migliori della legge esistente, tutte meritevoli di venire discusse per i loro pregi e difetti, senza riaprire una questione costituzionale che – neanche un anno fa – ventisei milioni di italiani hanno risolto con il loro voto. Un voto che va rispettato. Anche dal nascente Partito democratico.
* Costituzionalista, Presidente di Astrid, socio di LeG

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