Costituzione,

Riforme e vecchi stregoni, di Sandra Bonsanti // Nove mesi fa, con un referendum popolare, gli italiani hanno respinto, a grande maggioranza, un progetto di riforma costituzionale che modificava sostanzialmente i principi e l’assetto fondamentale della Costituzione del 1948. E hanno riaffermato che la Costituzione repubblicana resta il fondamento della democrazia italiana, la tavola dei principi, dei valori e delle regole che stanno alla base della convivenza comune e nei quali si riconoscono gli italiani.L’esito del referendum non preclude limitate e puntuali modifiche costituzionali. Ma a condizione che esse siano coerenti con i principi e i valori della Costituzione repubblicana e siano compatibili con il suo assetto fondamentale. Il referendum del 2006 ha anche sancito la condanna di riforme costituzionali “di parte” approvate a colpi di maggioranza. La Costituzione è di tutti, garantisce i diritti e le libertà di tutti, anche delle minoranze; deve essere modificata solo con il consenso di tutti, o comunque di una larga maggioranza. Il referendum del 2006 ha perciò – implicitamente ma chiaramente – rivolto alle istituzioni una urgente richiesta: che si riconosca il valore e si ristabilisca il principio della supremazia e della stabilità della Costituzione; che dunque la necessità di porre fine alla stagione delle riforme “di parte” – a parole riconosciuta da tutte le forze politiche – si traduca coerentemente in una modifica dell’articolo 138 della Costituzione che, alzando la maggioranza prevista per l’approvazione di leggi di revisione costituzionale, renda impossibili nuove riforme costituzionali imposte da maggioranze “di parte”.

Si otterrebbe, in tal modo, il risultato di mettere finalmente “in sicurezza” la Costituzione della Repubblica, così come è da tempo stabilito in altre grandi democrazie.
La volontà espressa dal popolo sovrano deve essere rispettata. Il coordinamento nazionale dei Comitati per la difesa della Costituzione “Salviamo la Costituzione, aggiornarla non demolirla”, promotore del referendum del 2006, non può non esprimere al riguardo una forte preoccupazione. A nove mesi dal referendum, la riforma dell’articolo 138, volta a mettere in sicurezza la Costituzione, non ha fatto alcun passo avanti. Giace nei cassetti della Commissione Affari costituzionali del Senato. E ciò, nonostante essa costituisca il primo punto del programma elettorale dell’Unione, e dunque il primo impegno assunto dai partiti della maggioranza parlamentare nei confronti degli elettori che li hanno votati, anzi nei confronti di tutti i cittadini italiani.Nel contempo, il confuso confronto sulla indispensabile riforma della vigente legge elettorale vede riproporre da diverse parti progetti di radicale modifica della forma di governo. Si tratta di progetti evidentemente incompatibili con l’impianto e i principi della Costituzione. Anche in tal caso, ribadiamo che limitate modifiche, coerenti con la scelta di principio per la forma di governo parlamentare, e modellate sulle esperienze delle migliori democrazie parlamentari europee, possono rafforzare la democrazia italiana e sarebbero del tutto compatibili con la scelta espressa dal referendum del 2006.


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