Alle origini della democrazia*

Cercherò innanzitutto di evitare il pericolo del momento e cioè di addormentare me stesso e di addormentare voi parlando di un tema che esposto così com’è nel titolo può essere in effetti abbastanza temibile. Qualcuno ieri ha detto che non esiste la democrazia, ne esistono molteplici forme e che in realtà la caratteristica tipica della democrazia è proprio questa: di non essere inquadrabile in un unico schema costituzionale, politico, sociale. Se poi si guarda indietro nel tempo le cose si complicano ulteriormente. Innanzitutto va detto quando e dove nasce la democrazia, cioè in un arco di tempo che va tra la fine del VI secolo e i primi tre quarti del V secolo A.C., e guardando alla democrazia di oggi o anche di ieri vediamo che non c’è continuità storica né culturale. Le democrazie moderne non nascono da una ripresa di tradizione della democrazia antica, nascono dalle condizioni oggettive del mondo moderno, nascono dalla pressione di quel grande fenomeno, su cui tanto si è soffermato Tocqueville nei primi decenni dell’800 esaminando la democrazia americana, che è la tendenza all’eguaglianza delle società moderne, le cui conseguenze sono tante e vanno dall’accrescersi, da una parte, dell’individualismo, dall’altra del bisogno di governo. Un governo però che va tenuto sotto controllo e va soprattutto espresso attraverso i metodi di votazione e di organizzazione con cui si manifesta appunto la volontà popolare, fenomeno enormemente complesso. Non sono un costituzionalista di mestiere, sono soltanto uno storico del mondo antico e quindi non so trovare quale sia la migliore definizione della democrazia moderna, però possiamo aiutarci nel capire o nel porre alcuni problemi, che sono problemi reali, di fondo, della democrazia di oggi.

Per prima cosa dobbiamo dare per scontato che sappiamo cosa vuol dire democrazia, e cioè avere presenti quei riferimenti cui ci rifacciamo quando contrapponiamo un regime democratico di oggi, di ieri o dell’altro secolo a regimi non democratici: libertà di associazione, pluralismo, libertà di parola, libertà di culto, di stampa, in generale dei mezzi di informazione e poi creazione dei parlamenti quale necessario strumento della democrazia moderna. Democrazia che non può che essere rappresentativa, considerata l’enorme massa di popolazione e la varietà delle società moderne, che difficilmente si possono esprimere tutte nella stessa forma. Democrazia non è infatti necessariamente repubblica, perché si può essere benissimo una monarchia che chiude la piramide delle strutture istituzionali di una democrazia. Anzi, alcune delle più aperte democrazie europee sono rette da monarchie ma generalmente la democrazia moderna tende al sistema repubblicano. Sappiamo quindi che questa è più o meno la “democrazia”. La definizione però è talmente ampia che in questa democrazia c’è spazio per tendenze conservatrici, progressiste, radicali, c’è posto per tutti. Oggi viviamo quindi in una temperie in cui il concetto di democrazia è un concetto molto ampio che si caratterizza per certe tendenze del costume sociale, anche per certe tendenze della società nel suo insieme: tendenze sociali e politiche. Si caratterizza poi per una serie di istituzioni che hanno forme diverse ma che sostanzialmente hanno tutte il medesimo scopo.

Parliamo di democrazia antica, per quello che ne sappiamo (l’informazione che abbiamo è abbastanza estesa per chi si accontenta, e gli storici dell’antichità ogni tanto si devono accontentare perché più di tanto non possono avere). Una volta mi è capitato di definire la storia del mondo antico come “alcune pagine di conoscenza di un grande libro d’ignoranza”, questa purtroppo è la nostra situazione e dobbiamo fare di necessità virtù. La democrazia moderna ha poco a che fare con quella antica, non solo perché il mondo moderno è molto diverso da quello antico, ma anche perché la democrazia antica si caratterizza non come un sistema generale in cui si riconosce un’intera società che si organizza, ma come un sistema istituzionale in cui si organizza la società democratica: per definizione, Atene. All’interno della società ateniese prevale una tendenza sociale. Riflettere sulla democrazia ateniese, da una parte ci porta a considerazioni circa il rapporto tra libertà e democrazia, e dall’altra ci porta a interessanti considerazioni circa il rapporto tra democrazia e popolo. Può sembrare quasi un gioco di parole, ma per la verità questo gioco di parole che adesso spiegherò meglio, c’è fin dall’inizio. Democrazia vuol dire kratos del demos, cioè “potere del popolo”. Kratos è realmente “potere”. In un’espressione che troviamo in Erodoto in cui non si parla ancora esplicitamente di democrazia si usa l’aggettivo archon. Archè è il potere istituzionale, la magistratura, mentre kratos è più in generale il potere come dominio.

Uno che studia queste cose, all’inizio si chiede perché democrazia non si chiami demarchia, c’è anche oligarchia ma poi ritorna il termine aristocrazia, cioè tra kratos e archè c’è una variante che probabilmente non è solo una variante stilistica, ma che indica un’accentuazione diversa del problema del potere, sia che spetti al popolo o spetti ai migliori o spetti ai pochi. Quello che dobbiamo capire è che cosa significa demo, il potere del popolo, questa è la democrazia: il popolo domina, ma che vuol dire popolo? Popolo, sia demos in greco che populus in latino, significa l’intero corpo della cittadinanza preso nell’eguaglianza delle istituzioni, l’intero corpo dei cittadini liberi, sia che siano pescatori sia che siano grandi proprietari terrieri. C’è quindi un principio di eguaglianza, ma demos significa anche il popolo inteso come classi sociali inferiori, quelle che poi in latino si specificano come plebs, plebe. C’è un termine greco che tende a significare plebe, cioè classi sociali inferiori in quanto tendenzialmente ribelli, tumultuanti, nemiche delle classi sociali superiori, che è oklos. Questo termine in effetti viene usato in modo dispregiativo ma non prevale come termine di espressione istituzionale. Un amico del demos nell’Atene del V secolo può significare sia che è un partigiano delle istituzioni democratiche, come sono state stabilite secondo la costituzione data alla fine del VI secolo, poi perfezionata, migliorata e aperta alla massa dei cittadini con l’epurazione delle sue risonanze e tradizioni aristocratiche iniziali; sia più specificamente il demagogo, colui che guida la massa dei nullatenenti, le masse inferiori che non si qualificano né per ricchezza, né per proprietà, né per estrazioni nobiliari.

Di queste si avvale sia per raggiungere esso stesso il potere sia per portarli a ulteriori conquiste, quindi demos ha questa doppia faccia. La democrazia è il potere del popolo e quindi indica istituzioni a carattere esteso, generale, tendenzialmente egualitarie dove le distinzioni che ci sono, certe magistrature possono andare solo ai più ricchi, altre sono aperte a tutti, sono distinzioni stabilite da una legge e le leggi sono date dal popolo intero. Democrazia però è anche il regime nemico dell’oligarchia, della tirannide, dell’aristocrazia, odiato e temuto da tutte queste categorie. I testi antichi che parlano diffusamente e favorevolmente della democrazia sono pochissimi. I grandi filosofi del IV secolo, Aristotele, Platone, non sono favorevoli alla democrazia, ne parlano tantissimo, danno un sacco di spiegazioni ma sono sostanzialmente critici, critici della democrazia. Ciò ci può ricordare il mondo attuale, in quanto le istituzioni democratiche, come istituzioni di libertà e di eguaglianza del popolo intero, favoriscono in realtà non i ceti alti ma quelli inferiori. Sono cioè istituzioni che dal punto di vista di conservatorismo sociale sono eversive. Questa è un’osservazione che non mi azzardo a fare sul mondo di oggi, ma non c’è dubbio che nelle democrazie odierne, alcune delle quali hanno una lunga storia, c’è una parte del demos, della popolazione, che si è assuefatta alle istituzioni democratiche, le vive, le usa, non le viola, le rispetta ma sostanzialmente non le ama, le considera frutto di antiche rivoluzioni e di antiche tendenze egualitarie che non possono altro che danneggiare il popolo di cui si fa parte.

Questa è una cosa che possiamo osservare partendo proprio dalla democrazia antica: i nemici della democrazia nascono contemporaneamente alla democrazia e restano tenacemente attaccati in parte a vecchi pregiudizi di carattere sociale generati dalla conservazione, in parte a nuovi pregiudizi generati da riflessi specifici di fronte all’attività e alle tendenze sociali di una città democratica. C’è un testo della democrazia ateniese, un documento della fine del V secolo, un periodo di crisi della democrazia dovuto al fatto che Atene aveva perso la grande guerra, che è un testo straordinario, singolarissimo che andrebbe riletto oggi, dove un oligarca che odia la democrazia fa un’analisi di cos’è la democrazia ateniese, in cui l’odio ispira un’acutezza di sguardo e vorrei dire che tutti i democratici sinceri farebbero bene a guardare i propri nemici perché pochi capiscono la logica della democrazia quanto i nemici della democrazia stessa. Vi si trovano alcune osservazioni che possono risultare abbastanza familiari, l’osservazione centrale è che l’Atene democratica si regge sullo strapotere di una parte del popolo, che è la parte inferiore, perché questa parte detiene quella che è la maggior forza sia economica che militare di Atene, cioè la flotta. La democrazia ateniese nasce dalla potenza navale perché sono i rematori, i combattenti, i costruttori delle navi, che non sono né ricchi, né alfabetizzati, né aristocratici, insomma il popolaccio che però lavora sodo, che costruisce le basi della potenza della città.

Costoro hanno imposto il proprio potere alla città, hanno imposto che gli ateniesi si vestissero tutti allo stesso modo, se cammini per le strade della città tra uno schiavo e un cittadino libero non c’è distinzione perché lo schiavo non ha nessun rispetto per il padrone. Ci sono una serie di analisi e anche di comportamenti che sono molto interessanti, per esempio il problema degli stranieri che spadroneggiano dentro Atene: l’odierna questione degli albanesi e dei rumeni c’è sempre stata e le democrazie sono aperte per definizione, poiché hanno il problema del lavoro che va continuamente esteso, completato, integrato e nella scala sociale, man mano che salgono i ceti inferiori, qualcuno li deve sostituire. Le democrazie quindi tendono a essere aperte e anche a schiavizzare un po’ la componente esterna. Volevo ora soffermarmi, in conclusione, su questo aspetto di cui oggi ampiamente si discute. A chi appartiene la città, chi deve guidarla, l’impulso di quale parte della città deve prevalere nella condotta generale? A chi spetta? Questo è indubbiamente un punto delicato perché c’è una prima distinzione che crea nel mondo moderno un problema che non c’era nel mondo antico. Nel mondo antico i molti, cioè la maggioranza della cittadinanza, è prevalente rispetto ai ricchi, ai potenti, agli aristocratici, da un 90% a un 10%, la differenza è tra la massa popolare, distinta a vari livelli di ricchezza o povertà e invece il ristretto nucleo dei pochi, quelli che sanno le cose, mentre la massa è ignorante.

Ed è da queste due parti della città antica che nascono le due tendenze che da entrambe le parti sono considerate negative ma che nascono proprio da tutte due le parti, cioè da tendenze alla creazione del potere monocratico, del potere tirannico. La tirannide è nemica mortale, per definizione, dell’aristocrazia ma è anche nemica mortale del demos, del popolo, tuttavia la tirannide può essere espressa proprio dall’aristocrazia per proteggere i propri interessi o può essere espressa dal popolo in quanto guida. C’è poi la tirannide bonapartista, che verrà dopo a Roma, che nasce dall’esercito che è a sua volta un’espressione popolare, per cui nella storia romana troviamo questo fenomeno della democrazia che non c’era nelle istituzioni romane ma che in parte esiste nella presenza sempre più importante e massiccia degli eserciti. Il democratico vero, è di destra o di sinistra? Questa ovviamente è un’espressione che nel mondo antico non troviamo perché i parlamenti non c’erano e la gente non si sedeva a destra e a sinistra. E’ ancora democratico un uomo di destra, cioè qualcuno che usa le istituzioni che sono nate dalla tendenza all’eguaglianza, alla libertà e alla libera rappresentatività, che le usa per conservare e rafforzare un potere esclusivo o è veramente democratico chi vive nella democrazia e usa queste istituzioni per i loro fini iniziali, perché attraverso di esse si esprima il più possibile la presenza, gli istinti, i bisogni, le necessità, le richieste delle masse popolari? Questa è un’antichissima domanda.

C’è fin dalle origini: i moderati, i reazionari e i popolari o democratici esistono fin dall’inizio all’interno di un sistema istituzionale che è tutto fatto tendenzialmente per il popolo ma dove poi prevalgono queste o quelle tendenze a seconda delle circostanze. Se ci atteniamo alla natura iniziale che ha caratterizzato una evoluzione storica antica dalla quale nasce e comincia a essere usato il termine democrazia, termine che spesso non si usa, abbastanza libresco nella cultura antica. Gli ateniesi per dire democrazia dicevano demos, cioè il popolo, caratterizzavano la realtà della propria città come il popolo. Questo implica qualcosa che mi sembra importante osservare nel mondo antico perché si ripropone nel mondo moderno, anche se nel mondo moderno sembra quasi un paradosso porlo in questi termini, ma non c’è dubbio che nel mondo antico la parola democrazia tende verso lo stato della plebe, dove dominano i ceti inferiori, i loro bisogni, le loro necessità, in cui sono loro a dettare le leggi a proprio vantaggio o spesso a svantaggio, sono loro che tassano o costringono i ricchi a tirar fuori i soldi per aumentare il benessere del popolo. Questo è essenzialmente lo spirito democratico come viene visto dagli antichi e non viene visto, nella maggior parte dei testi che noi possediamo, in modo positivo. Viene visto come una degenerazione di vita libera della polis. Polis, si dice, era stata creata non per garantire gli interessi dei più poveri ma per garantire un equilibrio e se possibile per privilegiare i ceti più rappresentativi della cultura, della ricchezza, della proprietà immobiliare, della proprietà terriera che nasce e cresce col commercio.

C’è una prova del fatto che tra democrazia antica e democrazia moderna esiste uno iato ed è il fatto che il significato della parola nel mondo antico fu già sentito come qualcosa di sinistra: essere democratici, essere populares a Roma significava capeggiare le tendenze alla distribuzione delle terre, all’abolizione dei debiti per i più poveri, tutti provvedimenti che danneggiavano i ricchi e le aristocrazie. Democrazia è stata per 2.000 anni una parolaccia, nella Repubblica romana era ripudiata. La Repubblica romana non si autodefinisce mai una democrazia, la definiscono così a volte gli scrittori greci che non hanno una parola adatta per tradurre il concetto di res-publica, che d’altra parte è un concetto molto difficile per i greci, uno Stato nel quale il popolo è la base del potere ma dove il popolo non conta nulla nelle scelte di governo e nella gestione dello Stato. Questa “parolaccia” invece soprattutto nel XIX, ha acquistato quella rilevanza straordinaria e quella complessità di significati che caratterizzano il mondo moderno, un mondo nel quale praticamente tutti i regimi anche i più tirannici, anche i più oligarchici tendono ad autoqualificarsi come democrazie. Ecco, la democrazia è compatibile con il conservatorismo sociale? La domanda che finiamo col farci e che stranamente ci riporta a certe caratteristiche della democrazia dell’età di Pericle e dei famosi governanti dell’Atene democratica del tempo, è se è possibile pensare che sia veramente democratico uno Stato che non sia uno stato di benessere, che non sia uno stato la cui vita economica, la cui organizzazione istituzionale, le cui tendenze legislative non siano tendenti essenzialmente a sollevare i più deboli e a renderli partecipi.

E’ possibile definire democratico uno Stato che punti soltanto marginalmente, e perché non può farne a meno, a provvedere ai bisogni, alle necessità e alla rappresentatività delle masse inferiori e invece punti essenzialmente al potere delle classi dei ricchi e dei potenti? Questa è ancora una democrazia, è veramente la democrazia un regime fatto per tutti o di per sé la democrazia è nel suo intimo un regime che tende a sinistra? E la democrazia che tende a destra, con il presupposto che comunque certe cose sono ormai acquisite, che certe tendenze istituzionali esistono, che il mondo moderno è fatto in un certo modo e comunque, è veramente una democrazia? Le classi sociali inferiori, e questo è il fatto veramente nuovo nel mondo moderno, tendono a diminuire di peso e forse oggi quando si parla dei pochi non si parla più degli uomini del benessere ma ci si riferisce a quei margini sociali bassi, sempre più ristretti e sempre più impotenti. Nello spirito della democrazia antica, la gente che sta ai margini deve essere comunque rappresentata e portata nella piazza a contare. Questo non piaceva allora e non piace spesso neanche oggi.
Domande a Giovanni Ferrara:Federico Rampini:Vorrei sfruttare la presenza di Giovanni Ferrara, per chiedergli di unire la storia della democrazia e la teoria della democrazia, nel senso che noi oggi viviamo in un’epoca in cui da tempo i confini delle democrazie si stanno allargando, da anni il numero delle democrazie nel mondo aumenta regolarmente, abbiamo visto tutta l’Europa dell’Est diventare democratica ma anche in Asia molti paesi che non lo erano, penso a Taiwan, all’Indonesia, alle Filippine, sono diventati democratici.

Questo dà l’impressione di un trend di lungo periodo in cui la democrazia è davvero vincente, la sua marcia è irresistibile, ma in realtà basta tornare indietro di non molto per trovare delle epoche in cui è avvenuto il contrario, e cioè che le democrazie diminuivano. Abbiamo visto per esempio l’Italia e la Germania diventare fasciste e naziste, senza dubbio l’Italia prefascista, anche se non era una democrazia perfetta era un po’ più democratica dell’Italia fascista, la Repubblica di Weimar non era una democrazia perfetta ma era certamente più democratica della Germania di Hitler. Qualcosa di simile è accaduto in America latina, c’è stato un momento in cui le democrazie diminuivano, venivano sostituite da dittature. C’è una teoria della crisi della democrazia, una spiegazione unificante di fattori per cui la democrazia può morire? Questo è un invito anche a noi alla vigilanza, a non dare per scontato che la democrazia debba esistere sempre, debba allargarsi, debba conquistare, dilagare nel mondo intero?
Giovanni Ferrara:Mi hai fatto una domanda che sgomenta. Ci sono dei fattori interni a una società che tendono a chiuderla. Una parte della società che per ragioni di costume, ricchezza, religione, tradizione tende a resistere all’espandersi della democrazia. La Spagna degli anni ’30, per esempio, era un paese in evoluzione verso la democrazia e che poi addirittura diventa repubblica ma, la resistenza delle vecchie strutture del paese è tale da organizzare una reazione che sfocia in una sanguinosa guerra civile, poi vinta.

Ci sono anche fattori più generali. Uno dei nemici della democrazia classica è il disordine, qualcuno ha scritto che se ponete un popolo di fronte alla scelta tra ordine e libertà, sceglierà l’ordine, perché è il fattore più elementare della vita quotidiana, l’ordine, la sicurezza. Il disordine che può essere provocato da tante situazioni belliche, guerre vinte, guerre perse, può portare alla paura della libertà e a questo proposito dovremmo affrontare un problema fondamentale: il rapporto tra democrazia e libertà. Nel mondo moderno la democrazia è liberalismo, un rapporto non semplice, anzi, il liberalismo è per lungo tempo una concezione fondamentalmente antidemocratica perché la democrazia tende ad alcuni processi che sono negativi, apparentemente, dal punto di vista del liberalismo liberale: l’aggregazione, la collettivizzazione, l’eguaglianza, colpire gli alti redditi, colpire l’alta cultura; queste caratteristiche abbastanza antiche e recenti, creano nei ceti liberali abituati a pensare all’interesse generale in altro modo, una reazione. Una delle grandezze storiche della genialità di Tocqueville che tanto si cita e non a torto, è che essendo intimamente un liberale, da storico e da sociologo capì che la democrazia, come enorme processo di eguaglianza della società e tendenza quindi a istituzioni libere che superavano i limiti del liberalismo, era in atto e che nessuno l’avrebbe fermata. E’ difficile che l’uomo di una parte capisca un’altra parte.

Quindi, direi questo, i germi interni che ci sono sempre, che in certe situazioni si sviluppano, creano la paura del disordine che può poi portare a chiedere qualcuno che ci protegga. Giuseppe Laterza:Giovanni Ferrara ha detto una cosa, che può sembrare semplice, persino ovvia ma che nel dibattito pubblico non lo è. La democrazia si deve conquistare, bisogna adoperarsi per realizzarla. Nel dibattito pubblico molto spesso si distingue tra paesi democratici e non democratici, si dice: “noi che viviamo nel mondo democratico”, come se la democrazia fosse un sistema garantito dalle libere elezioni o dalle elezioni. No, la democrazia è un obiettivo, un modello ma anche un processo, all’interno del quale il fatto che si tengano libere elezioni è una parte ma, come ha descritto molto bene Ferrara, è un processo al cui interno non solo si possono fare passi indietro ma è fondamentale che ci sia un continuo sforzo per l’elevazione delle classi sociali. Calamandrei mi sembra abbia scritto che noi abbiamo una Costituzione “polemica”, intendendo dire che è una Costituzione che vuole cambiare lo stato delle cose, che non accetta la divisione sociale esistente ma la rimette in discussione. Mi permetto di dire però, che da questo punto di vista non necessariamente il capitalismo è antitetico, o meglio l’economia di mercato se la intendiamo come è stata pensata da Smith e da una gran parte della teoria, è un’economia che presuppone una libera competizione che rimette in questione i soggetti e li misura sulle loro qualità.

Anche il mercato è da realizzare, cioè il mercato è un modello ma anche un processo. Dio sa se in Italia ci sarebbe bisogno di molto più mercato, dio sa se uno dei gravissimi problemi della nostra situazione è che non c’è mercato e Berlusconi è espressione di questa mancanza. Quando pensiamo al sistema dell’informazione pensiamo a un sistema in cui ci dovrebbe essere molto più mercato. Sono due cose nettamente distinte, libero mercato e democrazia non vanno confuse ma non vedo necessariamente un’incompatibilità dal punto di vista di cui Lei parlava che mi sembra molto importante, che ci invita continuamente a pensare in termini di modelli ma anche di processi in cui siamo soggetti attivi fondamentali.
Giovanni Ferrara:Sono d’accordo con Lei, questa incompatibilità è avvertita dalla parte più socialista della democrazia, però c’è un problema, che lasciamo aperto. Una delle caratteristiche della democrazia, l’aspirazione all’eguaglianza, la differenzia pur nell’ambito della somiglianza anche istituzionale, dal liberalismo. La disparità di ricchezze e cioè la disuguaglianza, è un problema che qualunque democratico di sinistra deve continuamente affrontare. Era il discorso che facevano i vecchi comunisti, quando dicevano sì, voi siete democratici, siete socialdemocratici, siete aperti, ma in realtà il vostro è un mondo dove comandano i ricchi e i poveri non contano nulla. C’è una difficoltà teorica. Per fortuna la democrazia, le istituzioni non sono teorie, sono pratiche e quindi poi nella realtà delle soluzioni empiriche si trovano, sono quelli che ci pensano sopra che non riescono a volte a trovare la quadratura.

Socio del Circolo di Roma:Per dare ulteriore concretezza al tema del rapporto tra democrazia economica e democrazia politica, se prendiamo la seconda più grande democrazia del mondo dopo l’India che sono gli Stati Uniti, negli ultimi quarant’anni c’è stata una lunga sequela di presidenti che sono miliardari in dollari, Kerry che forse non lo era di suo ha provveduto sposando la giovane Heinz. L’impressione è che nel momento in cui si creano delle sproporzioni così forti nell’accesso a risorse economiche, relazionali e mediatiche, ci sia necessariamente una deriva plutocratica, e anche in Italia casualmente abbiamo un presidente del Consiglio che risulta essere l’uomo più ricco o il secondo uomo più ricco, quindi la domanda è: quali sono gli anticorpi a questa situazione, quali i contrappesi che si possono trovare per andare nella direzione della democrazia ateniese dove chi comanda è il rematore?
Giovanni Ferrara:Secondo me una situazione in termini empirici esiste, esisteva anche nell’antichità, per esempio Luciano Canfora in quel libro sulla democrazia, molto discutibile sotto alcuni punti di vista, ma che è un libro importante, ha sottolineato che anche nella democrazia greca che era il regime dove dominavano i ceti medi inferiori, la classe dirigente era costituita dai ricchi, cioè ci sono i ricchi che vanno col popolo, ci sono i ricchi che gli vanno contro, e questo è uno degli espedienti pratici con cui la storia risolve la questione. E questa non è solo apparenza, perché la lotta politica divide in modo feroce gli stessi ceti superiori tra chi si appoggia da una parte e chi si appoggia dall’altra.

In conclusione direi che questo è accaduto anche allora, che alla fine ci si è accontentati di un compromesso sia sociale che istituzionale. E’ prevalsa anche nell’Atene del IV secolo una maggiore moderazione ed è prevalsa la critica alla democrazia, per esempio quella di Platone, che è una critica asperrima. Però Platone accettava la democrazia, ci viveva dentro, ci stava bene e, se posso terminare con una battuta tipica dello spirito platonico, che era uno spirito bizzarro in tante cose, anche se la parola Platone non ispira l’idea dell’eccentricità, della bizzarria o del paradosso, era un greco e quindi ce l’aveva. Quando lui dice che la democrazia, mi pare nel VII libro della “Repubblica”, è certamente il peggiore dei regimi (tranne la tirannide che per Platone è sempre messa da parte come l’orrore politico per definizione), è il peggiore di tutti perché nella democrazia vige il potere popolare. Le leggi che nascono sono quindi certamente le peggiori, però la democrazia ha un correttivo, poiché le leggi non le rispetta nessuno, alla fine si vive in pace senza troppe preoccupazioni e senza che nessuno si senta prevaricare, perché ognuno si crea la sua nicchia, si fa gli affari suoi, un espediente tipicamente socratico, cioè ironico.
*Testo dell’intervento per il seminario di LeG a Castello Farnese (Roma), ottobre 2004

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