Charlie Brown e il Grande Cocomero*

Possiamo ancora votare il centro-sinistra? Dopo sei mesi di governo Prodi, Paolo Flores d’Arcais in una lettera aperta pubblicata sul numero di agosto di Micromega se lo è chiesto e lo ha chiesto a esponenti della società civile. Giovanni Bachelet, garante di Libertà e Giustizia, risponde che la politica non porta il paradiso in terra, ma qualche volta occorre impegnarsi. E farlo coniugando speranze ed entusiasmo con la serena coscienza dei suoi limiti, perché il bene possibile, e a volte solo il male minore, è già un risultato apprezzabile e mai scontato. Ecco il testo.
Caro Paolo,anzitutto grazie per avermi incluso fra i «cari tutti»: non solo perché senza MicroMega solo i frequentatori di qualche rivista cattolica e del sito di Libertà e giustizia (nonché del mio visitatissimo sito personale) avrebbero il privilegio di conoscere il Bachelet-pensiero, ma perché considero un onore l’inclusione fra i «tutti». Per risponderti parto da lontano: dalla mia risposta ad un’altra lettera che un caro amico di mio padre, parroco a Torino, mi mandò quasi dodici anni fa. Quando la ricevetti stavo meditando sul perentorio e inatteso invito di Prodi (che all’epoca conoscevo solo di fama) a coordinare i suoi comitati a Roma. Mi domando ancora come l’amico prete l’avesse saputo, visto che non ne avevo parlato a nessuno: potenza del clero, diresti tu! Personalmente propendo per la teoria dell’angelo custode, visto che la lettera diceva più o meno: lascia stare, l’Italia è nei guai ma tu hai solo quarant’anni, figli piccoli e una professione impegnativa da sviluppare.

Non impelagarti in un mondo che forse sfrutterà il nome che porti e poi ti butterà via come un limone spremuto. Prodi fa bene a impegnarsi e tifiamo per lui, ma ha un’altra età e status. E anche così, è difficile che riesca a mettere nel sacco preti, banchieri, ex democristiani ed ex comunisti e raddrizzare l’Italia, realizzando i nostri sogni di un paese migliore: forse batterà Berlusconi ma poi si disfaranno di lui; forse perderà e tornerà a casa. Ma può permetterselo: tu no.Risposi che non m’illudevo: nelle mie previsioni più rosee c’era un governo migliore del governo Berlusconi, forse un pochino migliore anche dei governi Caf, ma non di più; in quelle più nere, poi, un nuovo trionfo di Berlusconi. Mi erano chiari anche i rischi personali su famiglia e carriera accademica. Ma proprio mio padre mi aveva insegnato che, benché la politica non porti il paradiso in terra (chi ci ha provato, diceva, ha prodotto santa inquisizione, lager e gulag), qualche volta occorre impegnarsi. E farlo coniugando speranze ed entusiasmo con la serena coscienza dei suoi limiti (l’ottimismo tragico di Mounier, il non-appagamento di Moro), perché il bene possibile, e a volte solo il male minore, è già un risultato apprezzabile e mai scontato. Se mio padre, nel 1976, non avesse ragionato così, forse sarebbe ancora vivo. Quindi «grazie!» dissi all’amico prete, ma a Prodi dirò di sì. Era l’inizio del 1995. E nonostante tutto quel che è successo dopo (il prete la sapeva lunga) non mi sono pentito: penso che staremmo infinitamente peggio se Prodi non avesse vinto nel 1996, e sono fiero di aver contribuito, per il poco che potevo, alla sua vittoria di allora.Lo stesso penso per la seconda vittoria di Prodi, pur avendo contribuito, stavolta, col voto e poco più.

Non condivido, insomma, la premessa maggiore del tuo sillogismo, secondo cui il «nostro» governo è come e peggio del precedente, e realizza un berlusconismo senza Berlusconi. Così la premessa minore, incontestabile – abbiamo contribuito alla vittoria, i vincitori ci hanno fatto marameo – la ascrivo a generosità e passione civile: la tesi secondo cui, piuttosto che fare i portatori d’acqua, sarebbe «più responsabile, più morale, soprattutto più generoso» impedire fattivamente il sorgere di simili movimenti, mi pare solo una provocazione. Abbiamo sbagliato? No, je ne regrette rien. Non rimpiango nulla. Non rimpiango la Moratti!, ho gridato quando un gruppo di no global ha cercato (senza successo) di appropriarsi, al grido di «Mussi libero», della riunione pubblica che il ministro aveva coraggiosamente indetto in un teatro, all’indomani del voto sul decreto fiscale, per illustrare la finanziaria a un pubblico di ricercatori e docenti molto esigenti. E sempre a proposito della Moratti, ho esultato quando Fioroni (che non è Jean-Jacques Rousseau) ha recuperato l’antico nome «ministero della Pubblica istruzione», attirandosi subito, checché tu dica della laicità, le ire di un cardinale; o quando ha fatto propria l’idea di una «giornata della Costituzione» nelle scuole, proposta dal comitato per il referendum all’indomani della vittoria.Anche il compromesso raggiunto sulle staminali, partito dal blitz europeo di Mussi, è un risultato notevole. D’Alema, che per altri versi non è in cima alle mie simpatie, come ministro degli Esteri mi pare piuttosto bravo (Libano e Afghanistan, per esempio); e per l’Iraq, l’Europa, l’Onu, il trio Prodi-D’Alema-Parisi (meno mefitico e appiattito su Bush, ammettilo, del trio Berlusconi-Fini-Martino) sta mantenendo, mi pare, gli impegni elettorali.

Potrei continuare, ma sintetizzo: quando penso che otto mesi fa un ministro della Repubblica chiamava gli immigrati «bingo-bongo», mi vengono i brividi.Dopodiché gran parte delle delusioni che elenchi sono anche mie: non tutte, perché, ad esempio, sui servizi mi sembra che nel frattempo governo e parlamento, pur adottando una discutibile linea soft, stiano arrivando al dunque. Ma l’indulto è stato un pugno nell’occhio, soprattuto dopo aver appreso da Vittorio Grevi (Corriere della Sera del 29 luglio scorso) che non era affatto l’unico modo di ottenere il tanto strombazzato svuotamento delle carceri. Sono sacrosanti i tuoi cahiers de doléances su giustizia, leggi vergogna, pluralismo televisivo; benché, su quest’ultimo punto, la riforma Gentiloni nel frattempo presentata non sembri tanto male, almeno a giudicare dalle reazioni della destra. Ma poiché, diversamente da quanto suggerisci, Prodi e Berlusconi non sono affatto equivalenti, il culmine del dramma è per me il pericolo di ritrovarci con Berlusconi per la terza volta, per il combinato disposto di un certo numero di delusioni fra gli elettori e l’ormai impenetrabile tappo fra cittadini e parlamento rappresentato dalla nuova legge elettorale: alla quale il centro-sinistra poteva rimediare autonomamente, forse perfino con guadagno elettorale, mentre ha fatto circa il contrario, come tu ricordi.Non sono appassionato dal problema teorico della sopravvivenza dei movimenti, dei quali conservo un’idea positiva, ma circoscritta e non messianica.

Per citarti, penso che nella maggioranza dei casi siano momenti della democrazia rappresentativa; ma, diversamente da te, non mi pare poco, specie quando tale democrazia è, per vari motivi, gravemente ammalata. Ho fatto il movimentista anche per la Costituzione, e penso sia servito; anzi, in proposito, non abbandono il mio improbabile ruolo di agit-prop, al fianco del giovane comunista Oscar Luigi Scalfaro, contro nuove tentazioni di Grandi Riforme, alla faccia del referendum. Ma la natura carsica dei movimenti mi sembra fisiologica, e a livello epidermico non mi entusiasmano strilli, slogan, processioni: c’è voluto Berlusconi, e anche lo stile originario dei girotondi (niente bandiere e passerelle sui palchi; orari compatibili con la vita di chi lavora), per trascinarmi in piazza. Sono poi persuaso, forse per la mia formazione cristiana e scout, che certe malattie del sistema politico abbiano origine sociale e civile, e vadano curate anche, se non soprattutto, sul piano prepolitico: dalla lealtà alla cultura delle regole, dalla solidarietà all’ambiente. Temo infatti che vite smarrite e prive di gioia e speranza, come quelle che emergevano anche nei personaggi positivi del Caimano, non riescano a sostenere per più di una generazione passioni civili e democratiche: senza un adeguato alimento culturale e/o spirituale, non si resiste alle ballerine, alle lotterie, al modello egoistico SSSS (Soldi Salute Sesso Successo) del circo mediatico. E sulle ceneri dell’amarezza non si costruisce niente.Però, e forse ti meraviglierai, concordo, in gran parte, con la conclusione del tuo sillogismo.

Sommando il rischio di un Caimano tris e la realtà di una democrazia rappresentativa da tempo gravemente sofferente, l’immaginazione democratica va urgentemente esercitata, non per un astratto problema di rapporto fra movimenti e società, ma per una concreta emergenza democratica non ancora superata. Concordo anche che l’unico linguaggio comprensibile ai partiti sia la concreta minaccia di quella che tu chiami sottrazione di rappresentanza. Ma temo che al poker delle elezioni l’ipotesi che prospetti alla fine – una lista autonoma, le cui tappe si snodino fin d’ora – appaia fin dall’inizio un bluff, una pistola a salve. Che non li voteremo più, anche a rischio che vinca una terza volta Berlusconi, non è una minaccia credibile: purtroppo sanno bene che io, te e i «cari tutti» non faremo mai come Renzo Foa o Ferdinando Adornato. La lista che faremmo non sarebbe fungibile per improbabili salti della quaglia; al massimo si tratterebbe di un bis dell’esperimento fatto alle europee 2004 con la lista Di Pietro-Occhetto (da me votata, come ho avuto la fortuna di raccontare proprio su MicroMega); che però non ha avuto, lo dico con dispiacere, un impatto particolarmente significativo. Certo molto dipende dalle occasioni e relative leggi elettorali, e in tal senso vale senz’altro la geometria variabile di cui parli. Ma se vale anche la prima parte della tua lettera aperta, perché ripercorrere per l’ennesima volta «ogni tappa della deriva minoritaria»?A me pare che una delle strade da te indicate in forma dubitativa –partecipare alla nascita del Partito democratico – sia la strada maestra.

Se di fronte alle grandi manovre sul Partito democratico non solo noi, ma anche altri che dodici anni fa credevano nell’Ulivo, regrediscono verso «ritrite giaculatorie» sul socialismo, sul cattolicesimo democratico ed altro, brandendo ognuno il proprio pugno di voti, vuol dire che l’operazione sta partendo col piede sbagliato. Provare a premere affinché parta col piede giusto è per me un esperimento da fare: se non altro per essere noi quelli che, al poker della rappresentanza, dicono «vedo» e scoprono il bluff.Certo la nomenklatura del dopo-Prodi sembra già delineata. Possibile che Veltroni, Rutelli, Letta e tante altre bravissime persone siano disposte a rischiare le loro fiches elettorali al poker di primarie vere? E noi cani sciolti ed elettori orfani, ma anche altre persone in gamba come Rosy Bindi o Fabio Mussi, e perché no, Emma Bonino o Fausto Bertinotti, troveremmo il coraggio di sorprendere tutti dicendo «ci sto», e poi «vedo» – col rischio di scoprire, come i no global alle primarie, di pesare lo zeroqualcosa percento? Sembra improbabile. Ma le prime elezioni importanti, le europee, sono nel 2009, non domani; c’è tempo, forse, di farci su un pensierino e uno sforzo di immaginazione democratica. Se mantengo una tenue speranza in proposito è perché, da un lato, non vedo altre strade, se non come ripiego; dall’altro, perché mantengo una grande fiducia in Prodi: il sogno di un soggetto politico unitario ha accompagnato da sempre il suo impegno, le due vittorie contro Berlusconi portano la sua firma, e diversi atti di governo italiani ed europei, negli ultimi dodici anni, mi hanno entusiasmato.

Lo sai che solo il progetto Galileo della Commissione europea impedirà che il controllo dei cieli sia monopolio Usa? Ma poi, caro Paolo, tu sai che per me Romano è come per Charlie Brown il Grande Cocomero. Mi perdonerai, quindi, se sul Partito democratico e sul governo, più che alle tue staffilate, mi sento vicino a Francesco Guccini, che qualche giorno fa gli ha detto a Bologna: «Resisti, resisti, resisti».Un abbraccio e un grazie per il tuo impegno di sempre.
*Questo testo sarà pubblicato sul numero di Micromega in edicola dal 1° dicembre. Insieme alla risposta di Giovanni Bachelet, interventi di Pierfranco Pellizzetti, Lidia Ravera, Furio Colombo, Giulietto Chiesa, don Andrea Gallo, Gianni Vattimo, Franco Russo, Pierluigi Sullo, Marco Revelli, Giorgio Cremaschi, Giulio Marcon , Ivan Scalfarotto, Dario Fo, Gregorio Gitti, Marco Travaglio, Pancho Pardi con una risposta di Paolo Flores d’Arcais.

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