Tutte le trame su Rcs

«Egregi signori, in una riunione informale tenutasi questa mattina alla presenza di Francesco Bucci Casari, Marco Cioni, Antonio Calabrò, Stefano Ricucci e Andrea Cocco Revelli, quest’ultimo ha illustrato un possibile piano per la dismissione dei pacchetti azionari di proprietà di Magiste International e Garlsson Real Estate, nonché due ipotesi di convertendo su titoli Rcs». La lettera è indirizzata allo studio Ripa di Meana e alla Vitale & Associati, consulenti della Magiste, e firmata da Stefano Ricucci il 31 gennaio scorso. Ricucci non ha formalmente nessun incarico nella sua Magiste: si è dimesso da tutto dopo l’interdizione della procura di Milano per l’inchiesta Antonveneta. È solo il beneficiario (insieme al figlio) dello Stefano Ricucci Trust, che a cascata controlla il gruppo Magiste. Ogni decisione del Trust deve avere però l’avallo del «trustee»: Riccardo Pieroni, un avvocato dello studio D’Urso Munari Gatti che è in quell’incarico proprio con una funzione di garanzia, anche nei confronti dei creditori. Però Ricucci scrive, sottopone progetti, sollecita incontri, partecipa alle riunioni per «sistemare il pacchetto Rcs.Restare a gallaIn questa sua posizione Ricucci – di «nudo proprietario», potremmo forse dire, nel senso che i palazzi, le azioni e anche i debiti sono i suoi, ma lui non può decidere niente in merito – cerca una soluzione per sistemare il pacchetto Rcs. Sono circa 109 milioni di azioni, oltre il 14%. Una quota che fa di Ricucci il primo azionista di uno dei principali gruppi editoriali di questo Paese, che edita tra l’altro il Corriere della Sera.

Da sempre oggetto di mire più o meno lecite e più o meno occulte per il suo controllo.Quella messa in atto da Stefano Ricucci a cavallo dell’estate scorsa è fallita miseramente e i suoi strascichi minacciano di far fallire il suo gruppo immobiliare. Lui, con questa attività febbrile, cerca di restare a galla e uscire dalla storia Rcs. Commettendo, secondo i magistrati romani, anche qualche reato, tanto che oggi è in carcere. Il «dominus»Guardando le carte – che in parte pubblichiamo in queste pagine – pare che Ricucci, al di là delle valutazioni della procura sui reati eventualmente commessi, è rimasto il «dominus» di Magiste. Quello che nonostante amministratori delegati, collaboratori e fior di consulenti decide cosa fare e cosa non fare. Da Magiste dicono che lo sforzo di tutti è quello di salvare il gruppo, con o senza Ricucci e magari anche «malgrado» le manovre di Ricucci.Però è Ricucci che sottopone ai suoi consulenti l’ipotesi di transazione con Bpi. Nel dettaglio: collocamento della quota Rcs con un prestito convertendo a tre o quattro anni e vendita delle altre azioni (Capitalia, Mps, Bpi e una piccola quota di azioni Antonveneta, 250 mila, «sopravvissute» chissà come ai sequestri operati dalla procura di Milano). Fidejussione di Bpi alla banca che emetterà il prestito, svincolo dei pegni sul 40% di Magiste Re e del 100% di Tundra srl (la società che ha in pancia la villa dell’Argentario), cessione da parte di Magiste International degli eventuali utili realizzati con la complessa operazione.Dalla data della lettera all’arresto del finanziere succedono però molte cose.

Bpi chiede conti certificati del gruppo prima di aprire la trattative e intanto vende tutti i pacchetti azionari, sui quali aveva un pegno, meno Rcs. Annuncia di voler escutere anche quel pegno, quel 14,1% del capitale Rcs.Le proposte delle bancheA Ricucci arrivano le proposte di primarie banche d’affari internazionali, come Dresdner Kw e Goldman Sachs, per sistemare quel pacchetto. Si arriva alla fine di febbraio. L’ipotesi che sembra migliore è quella presentata da Dresdner di un bond convertibile in azioni Rcs, emesso da Bpi, durata tre anni, per un importo tra 600 e 623 milioni di euro, con un prezzo di conversione tra 5,46 euro e 5,67 euro per azione, considerando un prezzo di riferimento di Rcs di 4,2 euro per azione. Il collocamento, curato da Dresdner, sarebbe stato rivolto ad investitori istituzionali, cercando di «spezzettare» il più possibile la quota. È ancora Ricucci che gira la proposta di Dresdner ad Osvaldo Barucci di Vitale & Associati. Tra le ipotesi, spunta anche la possibilità che una parte del pacchetto finisca ad investitori (circolano i nomi di Benetton e Marzotto, ma anche altri industriali vengono contattati) e il convertendo venga fatto per la parte restante.L’operazione, in sé, è legittima. Una complessa operazione finanziaria. Legittimo è il comportamento dei suoi collaboratori e consulenti, come Andrea Cocco Revelli, che con la sua Cofinace ha lavorato per contattare le banche d’affari e strutturare l’operazione. Il gip, negando sabato scorso i domiciliari a Ricucci, riconosce che «è possibile un’interpretazione in chiave non accusatoria di almeno una delle vicende valutate nell’ordinanza in termini di pericolo di reiterazione del reato di aggiotaggio».Arriva la FinanzaLa situazione però non è delle migliori, in quella fine di febbraio, per Ricucci e per la sua Magiste.

Da Lodi, Divo Gronchi vuole essere sicuro che il gruppo non fallirà, innescando possibili azioni revocatorie mettendo dunque in discussione ogni eventuale accordo. Arrivano i conti redatti da un altro consulente, questa volta contabile, la Bdo. Che evidenzia un patrimonio netto positivo di 8,7 milioni di euro a fine 2005 e 28 milioni al 30 marzo. I consulenti sono pronti a riprendere la trattativa con Bpi per il pacchetto Rcs. La base di partenza è quella delineata dalla lettera di Ricucci, modificata per tenere conto del fatto che gli altri pacchetti azionari non ci sono più e di alcune partite relative a Magiste Re e Tundra.La trattativa con la banca di Lodi è pronta a ripartire. Sui giornali si parla di Bpi, di Ripa di Meana, di Guido Roberto Vitale e dei vari avvocati che lavorano al caso. Non di Ricucci, che invece convoca riunioni, sollecita incontri, invia memorandum. Fino al 18 aprile, quando a viale Regina Margherita arriva la finanza e porta Ricucci a Rebibbia.

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