Tre nodi da sciogliere per il Partito democratico

Il centrosinistra ha vinto le elezioni, e sarebbe il caso che la destra prendesse atto della decisione democratica degli elettori senza continuare ad avvelenare l’aria del nostro paese e la dignità delle istituzioni. Abbiamo vinto e intendiamo governare onorando la decisione degli italiani. L’Unione ha vinto conseguendo per la prima volta la metà dei consensi espressi dal popolo italiano. Da quando esiste il bipolarismo, infatti, abbiamo perduto nel 1994 e nel 2001, e anche nel 1996 la vittoria non scaturì da una prevalenza dell’Ulivo nei voti popolari, ma fu aiutata in modo decisivo dal distacco della Lega dal Polo. (…)
Nella tenuta unitaria, pur con la complessità della nostra coalizione, saremo paradossalmente supportati dalla persistenza in campo di Berlusconi. Non è ancora finita la troppo lunga stagione del “maggioritario con Berlusconi”. Ma sappiamo che il successo della nuova Legislatura dipenderà interamente da noi. A questo fine deve aiutarci anche l’esperienza di ciò che non è riuscito bene nella campagna elettorale. Perché i successi quasi generalizzati che il centrosinistra ha raccolto nelle elezioni amministrative, nelle regionali, nelle suppletive dal 2002 al 2005, e l’univoca rilevazione della volontà popolare che emergeva nei sondaggi fino al giorno dello scrutinio indicava la nostra vicinanza ad un successo più netto. Se questo non è accaduto, lo si deve all’indubbia capacità di Berlusconi di riportare ai seggi – attraverso una pervasiva, aggressiva campagna di allarmi, di paure e di nuove mirabolanti promesse – circa due milioni di elettori che avevano votato Forza Italia nel 2001 e se erano distaccati nei quattro anni successivi (…) Si è trattato di una campagna estrema nei toni e nei contenuti, che ha smosso timori e aspettative di una parte meno politicizzata ed informata dell’elettorato – ed anche “antipolitica” – producendo un riavvicinamento tra i consensi dei due schieramenti.

(…) A questo esito hanno concorso anche lacune ed inadeguatezze della campagna elettorale dell’Unione; la scientifica esasperazione da parte della propaganda della destra di posizioni provenienti dalla sinistra radicale; l’assurda “caccia alla Chiesa cattolica” promossa come tema dominante dalla Rosa nel Pugno (…) le prolungate prese di posizione inutilmente dettagliate su ipotetiche misure fiscali che hanno aperto uno spazio all’offensiva falsa e demagogica del Polo e dato pretesti per allarmi tanto immotivati quanto diffusi. (…)
Non c’è dubbio che questi sviluppi, cui Romano Prodi ha risposto con parole inequivocabili e rasserenanti (pur in mezzo al frastuono aggressivo dei nostri avversari), abbiano penalizzato la nostra capacità – e qui “nostra” sta sia per la coalizione, sia specificamente per la Margherita, che pure ha dato un contributo importante per trasmettere fiducia e affidabilità agli elettori – di intercettare voti moderati e di consolidare elettoralmente l’indubbio e diffuso giudizio di delusione verso i cinque anni di governo della destra. Il voto al nostro partito è stato pari al 10,73% dei voti espressi in 17 regioni (esclusi Trentino Alto Adige, Molise, Valle d’Aosta), ovvero pari a 3.665.000 voti. Nell’ultima Direzione e negli auspici pubblici avevo indicato un’”asticella” su un risultato a due cifre, superiore al 10% dei voti popolari. Ci aspettavamo tuttavia qualcosa di più. Credo che abbiamo raccolto un punto percentuale in meno di quello che era nelle nostre attese degli ultimi giorni.

Questa constatazione, tuttavia, deve partire dai dati reali, che riassumo: al 14,5% raccolto dalla Margherita cinque anni fa vanno sottratti il punto e mezzo raccolto dall’UDEUR, che allora era nelle nostre liste, e un voto giovanile, tra i 18 e 25 anni, particolarmente robusto per il nostro partito e che l’IPSOS stima attorno a un punto percentuale (…) Nell’insieme va rimarcato che DL è l’unico tra i maggiori partiti (salvo Rifondazione, che 5 anni fa non era coalizzata e fu severamente penalizzata con il sistema uninominale) ad aumentare significativamente il numero dei propri seggi. In base ai conteggi provvisori, eleggiamo (inclusi 2 senatori e 1 deputato delle circoscrizioni estere) 122 parlamentari. 5 anni fa ne eleggemmo 106 (…) All’interno della lista dell’Ulivo: il rapporto di forza stabilito tra i nostri partiti interpretando la serie storica dei risultati elettorali (pari a circa 62% rispetto a 38% ) si è realizzato praticamente in modo perfetto non solo quanto agli eletti, ma anche nel rapporto di forza elettorale tra il 17,5% dei DS e il 10,7% della Margherita. Meglio per entrambi se avessimo avuto più voti, ma non sfugge a nessuno l’importanza che non si sia determinato uno squilibrio che avrebbe potuto essere foriero di problemi politici sostanziali. (…) Esiste un consenso medio che non si discosta significativamente da regione a regione: tra l’8,7% della Liguria e il 12,8% della Campania (salvo il 15,4% della Lucania) c’è il profilo di un partito né “meridionale” né “settentrionale”, ma che raccoglie consensi abbastanza omogenei, con le stesse percentuali in Veneto e in Sicilia (regioni dove siamo la prima forza elettorale del centrosinistra).

(…) Il progetto dell’Ulivo esce rafforzato dalla prova elettorale. Ne trae, anzi, una spinta decisiva verso il Partito Democratico. Sempre alla vigilia del voto, indicai nel 30% la soglia della riuscita per l’Ulivo. Ma il 31,2% raccolto, con 11.734.000 voti, vale di più, e non solo perché superiore ai valori dei partiti promotori. Perché, proprio nel dannoso panorama della frammentazione, ha offerto un’alternativa credibile di aggregazione per il buongoverno sotto la guida di Prodi. Perché ha resistito all’erosione delle molte liste e, anzi, ha attirato consensi aggiuntivi, Noi della Margherita, voglio sottolinearlo con orgoglio, abbiamo legato esplicitamente nelle iniziative pubbliche nelle piazze e in televisione il successo dell’Ulivo alla nascita del Partito Democratico. Dobbiamo essere conseguenti. Vi chiedo di esserlo, a partire dalla Direzione di oggi. (…)
Un anno fa, noi non eravamo nelle condizioni di stabilire la confluenza in un partito unico dell’Ulivo. Credo che avremmo rischiato di portare, alla fine, una Margherita con il 7% dei voti. Penso che avere mantenuto un percorso di autonomia, nella prospettiva unitaria, sia stato indispensabile, ed assai utile. Dico in modo chiaro che il cammino che ci attende dovrà essere seguito con una straordinaria, altissima attenzione, perché la nascita del Partito Democratico avvenga nelle modalità che lo facciano davvero vivere, crescere, ed affermarsi. Il che non è automatico né scontato, ed esigerà un enorme lavoro, una costanza e un’intelligenza collettive di prima grandezza. Per farmi comprendere, voglio tornare ai nodi che un anno fa abbiamo indicato doversi sciogliere perché potesse avviarsi la prospettiva del P.D.

Il primo nodo: l’opzione europea ed internazionale, e la non confluenza nel PSE. (…) Sappiamo che la nascita del Partito Democratico comporterebbe un periodo di transizione in vista del consolidamento di alleanze internazionali più vaste e meglio corrispondenti alle esigenze di innovazione del quadro democratico e riformista europeo ed internazionale. (…) Il secondo nodo: laicità versus esasperazione laicista. Non sfugge, credo, a nessuno tra noi che il germe di un’iniziativa sbagliata – non parlo strettamente dei 5 referendum sulla legge 40, quanto del proposito di fare dei temi sottesi il terreno di una vera e propria pretenziosa “egemonia” culturale del campo del centrosinistra – abbia continuato a provocare i suoi effetti negativi sin nei risultati elettorali. (…) Il terzo nodo: l’autonomia tra potere politico, soggetti economico-finanziari, corpi intermedi. A nessuno di noi piace salutare l’evento di un concittadino che finisce in carcere. Sottolineiamo però che la parabola in parte grottesca e in parte drammatica degli speculatori “furbetti del quartierino” fu accolta con eccessiva leggerezza nelle sue prime inquietanti manifestazioni. Esse non erano inquietanti dal punto di vista del “bon ton”, o della tutela di poteri che furono forti. Lo era nel frenetico sguazzare nella moltiplicazione di valori immobiliari – originati in molti casi da dismissioni di patrimonio pubblico – del tutto sganciata dalla creazione di ricchezza attraverso progetti di sviluppo industriale, o da una finanza al servizio di strategie che non fossero di mera conquista di posizioni di potere e di interdizione.

Credo che abbiamo capito per tempo i rischi cui la più recente gestione del governatore Fazio stava sottoponendo il fragile sistema italiano del credito nel contesto competitivo europeo. Credo che la lezione sia stata utile per tutti. (…) E’ facile il cammino che porta alla nascita del Partito Democratico? No. L’organizzazione di questo processo va seguita in modo estremamente rigoroso, attento, sorvegliato. Non ci si illuda che basti convocare qualche riunione episodica con esponenti dello star system: tocca innanzitutto alla Quercia e alla Margherita, con quasi un milione di iscritti e dieci milioni di voti, migliaia e migliaia di amministratori lavorare all’unisono, marciare affiancati, dare ed ottenere le garanzie necessarie perché tutti partecipino, siano coinvolti, sentano proprio – alla base e al vertice – un disegno tanto ambizioso. Se questo avverrà sarà più semplice coinvolgere altre centinaia di migliaia di cittadini, altri amministratori provenienti da esperienze civiche e territoriali, altri soggetti politici (oltre ai Repubblicani Europei) in un processo entusiasmante, aperto, espansivo. Una moltitudine di italiani si aspetta che facciamo sul serio. Non ci chiede di lavare via le nostre identità culturali, che sono e debbono restare plurali. Noi vogliamo stare assieme alla sinistra democratica e riformista in quanto portatrice di tutto il suo orgoglio. Vogliamo creare un partito in cui si trovino assieme, come in un miracolo democratico, anche i figli e gli eredi di quanti si scontrarono al Porzùs, ben sapendo che oggi novecentonovantanove italiani su mille ignorano, purtroppo, le motivazioni di molte esperienze e lacerazioni della storia moderna del Paese.

Ma che non c’è avvenire per nessuno se si buttano nel dimenticatoio i valori della lotta di Liberazione dal fascismo; ed anche se si cancellano le consapevolezze più scomode della Storia patria (…) Vi propongo dunque di confermare la scelta già fatta prima delle elezioni, di dare vita ai Gruppi Parlamentari dell’Ulivo sia alla Camera che al Senato. Siamo chiamati a sostenere il governo con una piattaforma e posizioni comuni di Ds e Margherita: se fosse altrimenti, sarebbe la stessa maggioranza ad entrare in crisi. Vogliamo che avvenga l’esatto contrario. I gruppi decideranno le modalità tecniche migliori per il lavoro comune, per garantire la funzionalità dei lavori parlamentari e le più efficaci modalità di organizzazione. Ma dovranno essere, ripeto, gruppi unitari con un proprio Presidente. Le componenti, ripeto anche questo, dovranno essere preservate sino a che il processo politico non ci porterà alla nascita del Partito Democratico, poiché è indispensabile costruire l’amalgama tra partiti diversi attraverso la fiducia e il lavoro quotidiano, come ha in definitiva dimostrato la Margherita negli ultimi anni (…) Il processo politico della nascita del nuovo partito dovrebbe sia seguire la strada delle indispensabili reciproche garanzie, sia adottare al più presto alcune iniziative non convenzionali. Faccio alcuni esempi, che naturalmente non intendono essere proposte formali, poiché dobbiamo essere rispettosi di una modalità di discussione e decisione molto partecipata, e non calata dall’alto.

Perché non lanciare subito – vi hanno lavorato e riflettuto Massimo Cacciari e Michele Salvati – una grande scuola di formazione politica comune, laboratorio per giovani, amministratori, intellettuali di ogni parte d’Italia? Perché non mettere subito in un lavoro comune i think tank, i centri di elaborazione e progettazione delle nostre aree di riferimento? Senza immaginare che si fondano -sarebbe un impoverimento, mentre abbiamo bisogno di creare la vitalità di elaborazione che ha caratterizzato le democrazie anglosassoni e quella tedesca – ma chiedendo loro di lavorare assieme, poiché occorre una semina e una coltivazione di idee integrata rispetto alle interpellanze enormi che ci vengono dagli equilibri globali in trasformazione, dalle sfide economiche, del lavoro, sociali, a quelle dell’energia, dell’ambiente, della conoscenza. Perché, in attesa di organizzarci – sapendo che saranno necessari tempi adeguati e, ragionevolmente, deliberazioni anche a livello di Congressi – non favorire strategie comuni nelle grandi aree del paese, animate da dirigenti autorevoli: una strategia per il Nord produttivo; una prospettiva di integrazione organizzativa che valorizzi il buongoverno del territorio, ma non sia in alcun modo di annessione, nelle “regioni rosse”; la messa in campo strutturata di un meridionalismo di nuovo conio, in stretto collegamento con le regioni e gli enti locali governati da noi? (…) Occorre naturalmente superare con successo le boe delle prossime settimane.

La prima sarà l’elezione, dal 28 aprile, dei Presidenti delle Camere. Impegno delicato specialmente al Senato, ma che sono certo riuscirà bene, perché abbiamo in campo la persona più adatta per vincere e per guidare con equilibrio e grande senso di civiltà istituzionale la Camera Alta. Contestualmente, siamo pronti a concorrere alle soluzioni più adatte per garantire soluzioni autorevoli e i necessari equilibri della coalizione per gli altri passaggi istituzionali e politici, partendo dall’esigenza di assicurare ai Democratici di Sinistra le posizioni che in una democrazia rappresentativa ad essi toccano attraverso i loro esponenti più importanti. Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, alla vigilia della conclusione del suo mandato, ribadiamo la fiducia, la stima e l’apprezzamento cresciuti ulteriormente in questi sette anni. Noi riaffermiamo una posizione chiara: la nostra maggioranza sarà e dovrà essere autosufficiente. Ma intendiamo concorrere a ricostruire la dignità del dialogo anche nello scontro politico attraverso la ricostruzione di un reciproco rispetto. E attraverso il dialogo – e non la compromissione tra le responsabilità della maggioranza e quelle dell’opposizione – intendiamo rendere più forte l’azione di governo anche sfidando l’opposizione ad essere costruttiva nell’interesse generale del paese, ricercando sempre la convergenza sui cambiamenti costituzionali, elettorali ed istituzionali; e, nei casi possibili, una convergenza sulle politiche del governo e della maggioranza in materie come la politica estera, la politica della sicurezza e contro il terrorismo (…) Abbiamo da preparare e vincere il referendum di metà giugno per bocciare la vergognosa riforma costituzionale e la devolution.

Non va preso sottogamba dacché non è previsto il quorum; va condotto con chiari messaggi e con determinazione: sarà la fatica conclusiva del durissimo ciclo elettorale di questa primavera, ma una vittoria del NO avrebbe effetti di sistema, in grado di mettere in profonda crisi il centrodestra e consolidare decisamente le nostre prospettive di governo, oltre che quelle di riordino razionale ed efficiente del sistema istituzionale.
Vi chiedo, discutendo ed auspicabilmente approvando questa mia relazione, di concordare una linea che sia largamente condivisa dal nostro partito. Una linea di unità e di progetto. Di sostegno leale e disciplinato al governo Prodi – alla cui formazione sono chiamati ad assicurare la migliore rappresentanza della Margherita in modo unitario gli organi del Partito – per l’intera durata della legislatura. Di varo immediato dei gruppi dell’Ulivo in Parlamento. Di sviluppo del processo che dovrà portarci, se vogliamo cambiare l’Italia e il modo di far vivere la politica in Italia, alla nascita del Partito Democratico.
Dal discorso di Francesco Rutelli alla Direzione DL

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