Noi e gli altri: la politica estera dell’Unione

PROGRAMMA, I COMMENTI – Senza dubbio alcuno è una boccata d’ossigeno poter finalmente leggere, nel programma dell’Unione, di multilateralismo basato sul diritto internazionale invece di filo-atlantismo acritico, di metodo comunitario anziché di ri-nazionalizzazione delle politiche comunitarie o, peggio, di “forcolandia”, di centralità del mediterraneo invece di supposte civiltà superiori, di cooperare per un mondo più solidale anziché della Legge Bossi-Fini…Soprattutto, c’è un’impostazione di politica estera meno “presidenziale”, che si spera restituisca al Parlamento il suo ruolo centrale fornendo quindi maggiore trasparenza e legittimità all’elaborazione delle linee di politica estera da parte di un eventuale governo di centro-sinistra.
Forse il più convincente, per il suo aspetto propositivo concreto e per la stringente critica all’attuale governo, è il capitolo sulla cooperazione. In questi anni, il governo non solo ha ridotto al lumicino (0,1%) il già basso aiuto pubblico allo sviluppo italiano, ma ha anche rinunciato ad una politica di cooperazione degna di questo nome, favorendo finanziamenti multilaterali a pioggia spesso inefficaci e, nei fatti, orientati politicamente da altri. E’ da valutare positivamente, quindi, l’obiettivo di raggiungere progressivamente lo 0,7% del PIL e di dare una delega forte ad una autorità chiaramente definita e con piena responsabilità su tutti gli aspetti della cooperazione.
Detto questo, anche al netto di un linguaggio spesso eccessivamente alato e retorico, c’è il rischio che questo programma per il resto (ed è molto!) finisca per essere tanto nobile quanto velleitario.

Prima di tutto c’è da chiedersi quanto il testo sia anche – troppo? – frutto di cedimenti nei confronti dell’ala più massimalista dell’Unione. Sin dalle prime righe, il documento invoca “un’applicazione rigorosa dell’articolo 11 della Costituzione che, oltre all’ovvio principio di autodifesa, prevede e consente l’uso della forza soltanto in quanto misura di sicurezza collettiva, come previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite ecc…”. A parte che l’articolo 11 non ci ha impedito di partecipare a missioni sguarnite di copertura dell’Onu – basti ricordare l’intervento contro la Serbia nel 1999 – nascondersi dietro l’articolo 11 interpretandolo come una clausola di quasi neutralità significa amputare in modo gratuito e preventivo prerogative che vanno esercitate caso per caso alla luce dell’interesse nazionale e degli obblighi internazionali di volta in volta assunti.
In effetti, il programma inizia con una serie di affermazioni di principio (multilateralismo, multipolarismo, politica preventiva di pace, legalità internazionale, rilancio del ruolo dell’Italia, promozione dei diritti umani ecc…) che possono essere sostanziate solo se, appunto, non si rinuncia in via preliminare ad incidere sulla scena internazionale in maniera pro-attiva, evitando di concedere una delega in bianco a meccanismi multilaterali da tempo in crisi e con carenze intrinseche che prescindono dagli strappi più o meno unilaterali di questa o quella grande potenza.

Tra le righe emerge un atteggiamento penitenziale, quasi che i cinque anni di governo Berlusconi debbano essere espiati da chi stava all’opposizione, e quindi da noi tutti, con il rischio di ridurre il tutto ad un programma di eccessiva rinuncia. Se, invece, questa posizione dell’Unione dovesse tradursi in un ruolo più propulsivo all’interno degli organismi multilaterali, anche allo scopo di riformarli, allora ben venga ovviamente.
Inoltre, come per l’omissione TAV nella parte dedicata al trasporto sostenibile, anche nel capitolo sulla politica estera ci sono dei buchi notevoli: per esempio, manca del tutto lo sviluppo del concetto enunciato all’inizio riguardo alla promozione della democrazia e dei diritti umani come cardine della politica estera del nostro paese, nonché una valutazione della nostra politica nei confronti di Stati Uniti e Russia, sull’entrata della Turchia nella UE, sulle scelte da farsi in ambito del G8, su come effettivamente raggiungere gli obiettivi fissati con i Millenium Goals ecc…Nulla poi è detto sugli strumenti di politica estera, tra cui la politica del personale, inclusa la revisione delle modalità di reclutamento e di formazione dei funzionari diplomatici… L’impressione generale è che gli estensori si siano limitati a grattare la nostra politica estera solo in superficie, cioè a quanto di più visibilmente e negativamente è stato al centro dell’azione politica del governo Berlusconi, ma senza interrogarsi in profondità sulle grandi linee della nostra politica estera, sulle numerose ambiguità che la caratterizzano avendo ereditato, senza che abbiano nel tempo subito fondamentali modifiche, linee d’azione ispirate dai governi democristiani dal dopo-guerra in poi e aggiornate dal duo Craxi-Andreotti negli Anni 80.


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