Referendum: una fine e un principio

Quando si è conclusa una impresa che sembrava molto difficile (tanto che in tanti avevano sconsigliato dall’avventurarcisi) è naturale giudicarla importante. Così, noi che avevamo ritenuto utile raccogliere le firme dei cittadini per il referendum sulla Costituzione, ora che ce l’abbiamo fatta, siamo tentati di leggere la fatica appena conclusa sotto una luce speciale, diversa da quella che ci ha illuminato mentre contavamo i moduli o chiudevamo le scatole da portare in Cassazione. Adesso c’è la tentazione di chiederci se c’è stato qualcosa di speciale o di nuovo nel lavoro compiuto. Ricordo molto bene l’attimo in cui, sul palco di una delle prime manifestazioni che facemmo nel 2004 sulla riforma, mi saltò in mente di proporre la nascita di un coordinamento che tenesse insieme tutti, proprio tutti noi della società civile, i partiti e i sindacati, tutti gli italiani di buona volontà che inorridivano alla Costituzione di Berlusconi. Ricordo che Bertinotti rispose: “Io sono il signor ‘NO’ ma su questa proposta non posso non esser d’accordo”. Anche gli altri dissero di andare avanti e così facemmo, con Astrid e i Comitati Dossetti. Poi pensammo di chiedere al presidente Scalfaro di essere il nostro presidente e lui accettò con parole semplici e decise.
Il tempo trascorso è lungo, i motivi di contrasto avrebbero potuto essere moltissimi, ma sempre ci ha frenato la presenza di Scalfaro e la consapevolezza della posta in gioco: non si scherza con la Costituzione, non possiamo consentirci di dividerci quando ci aspetta una battaglia decisiva per la nostra democrazia.
E questo ci siamo sentiti dire da centinaia di migliaia di cittadini e questo abbiamo detto sempre nelle mille manifestazioni, ai mille tavoli dove sono venuti a firmare gli anziani e i giovanissimi.

Qualcuno ha lavorato più di altri? Forse è vero, ma è certo che solo insieme potevamo vincere questa prima tappa della sfida. In qualche città ha lavorato più una organizzazione, altrove si è impegnato di più qualcun altro. Niente di strano. Di sicuro quando il cittadino passava a firmare non chiedeva chi fossimo. Di sicuro ci siamo trovati nel saloncino della Cgil di Roma tutti insieme, a contare, preoccuparci degli arrivi, controllare, rispondere ai telefoni fino alla fine affinché nessuna firma anche dell’ultimo minuto andasse persa.
Adesso bisogna andare avanti: vincere le elezioni e poi vincere il referendum e scegliere se dobbiamo intendere il lavoro fatto per la Costituzione come una fine o come un principio: è possibile ripetere anche in futuro, in altre situazioni, una esperienza come la nostra? Se la risposta fosse unanime e positiva allora dovremmo anche preoccuparci di discutere se per caso abbiamo contribuito a far fare un piccolo passo avanti alla politica sulla via del rinnovamento. Ma non montiamoci la testa!
E adesso, una confessione: più d’una volta, quando il silenzio dei mass media era ferreo, quando non sapevamo come fare i banchetti per via del freddo, quando… più d’una volta ho avuto la tentazione di dire: fermiamoci, non ce la facciamo. Se siamo andati avanti lo dobbiamo (per quanto mi riguarda) ad alcune persone che ce l’hanno veramente messa tutta e che voglio ringraziare ancora una volta. Oscar Luigi Scalfaro: ha continuato a sostenere che nella vita si fanno le battaglie che riteniamo giuste, non solo quelle che si è certi di vincere.

Il Presidente Ciampi, che ci ha ricevuti senza farci aspettare un minuto e ha incalzato l’Autorità. Maurizio Chiocchetti, dirigente dei Ds, che ci ha sempre incoraggiato ad andare avanti, anche quando tutto sembrava davvero difficile. Maria Troffa, responsabile delle riforme istituzionali della Cgil, che ha organizzato la sede, contato modulo per modulo, telefonato a mezza Italia.
E poi: grazie a tutti i volontari che ci hanno permesso di fare i tavoli, nel gelo e nel silenzio stampa. Grazie a Romano Prodi che non ha mai avuto dubbi sulla necessità di cancellare la riforma della Costituzione. Grazie ai consiglieri comunali che hanno autenticato le firme, alle associazioni e ai partiti che hanno lavorato con noi. Grazie ai soci di Libertà e Giustizia che hanno creduto in questa fatica. E andiamo avanti. Ce ne sono di cose da fare.

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