La sfida di Massimo e Piero

Mi pare utile, alla vigilia della direzione diessina, fare una breve sintesi delle critiche che sono state fatte ai leader della quercia. Mi riferisco, ovviamente, a quelle espresse a fin di bene, non certo alla massa invereconda di attacchi insensati con cui la Casa delle Libertà ha tentato l’inutile scalata ai voti degli elettori. La polemica più frequente ha riguardato quella che ormai viene definita la “consorteria”, cioè il gruppo composto da Consorte e dai suoi soci e colleghi. Su di essi già ad aprile dell’anno scorso, è stato ricordato, Ferruccio de Bortoli scrisse avvertendo la sinistra di quanto fossero pericolose certe relazioni. La risposta, allora, fu di infastidita meraviglia. I commentatori interni ed esterni ai Ds chiedono oggi almeno di ammettere di aver sbagliato e dunque di pronunciare condanne nette se non sulle ipotesi di reato (cosa che spetterà alla giustizia) ma almeno sul costume e sulla disinvoltura che hanno caratterizzato i comportamenti dei protagonisti delle scalate. Nella intervista di Fassino a Repubblica c’è una prima presa di distanza dallo stile Consorte. “Sono emersi fatti sui quali non possiamo chiudere gli occhi” dice il segretario e cita “comportamenti” estranei alla storia e ai valori dei Ds. D’Alema, nel forum con l’Unità, dice di credere che “oggi anche Consorte consideri esser stato un errore le relazioni così intime che si erano venute creando con finanzieri dai comportamenti discutibili” .

E aggiunge che comunque Consorte era in autorevole compagnia, visto che anche Berlusconi è socio di Gnutti nella finanziaria Hopa. Più in generale c’è chi accusa i vertici diessini di aver comunque “tifato” per la scalata di Unipol, mentre invece la politica quando è in corso una gara del genere, dovrebbe astenersi dal prender parte. La risposta di Fassino e D’Alema su questo punto è più difensiva: è vero, abbiamo tifato, ma che male c’è? Se invece tifare non si può, ditelo e faremo una legge che lo vieti. La critica investe qui la concezione stessa di quale debba essere il ruolo di un partito rispetto al mondo della finanza. E’ un errore, dice ad esempio Mario Pirani, pensare o aver pensato di creare un sistema economico “amico”. La politica deve controllare l’attività finanziaria con regole, non parteciparvi. Eugenio Scalfari, dopo aver sottolineato anche lui l’errore di aver difeso Consorte e Unipol, mette l’accento sulla urgenza di una riforma del capitalismo a cui è necessario che la politica partecipi, ma avverte anche che non sono le cooperative a poter risolvere il problema di come emendarlo. Il Riformista, infine, sottolinea che nella intercettazione fra Consorte e Fassino, il primo ammette di aver compiuto un reato quando dice di aver già in mano con gli alleati (e con patti segreti) il 51% di Bnl prima dell’Opa ed essendo autorizzato ad averne, in quanto Unipol, solo il 19%.

Su tutto questo fin dove si spingerà la direzione dell’11 prossimo? Si dice che la parola d’ordine sarà: riflessione critica, non autocritica e nemmeno ammissione di errori. Ma è interessante leggere che Fassino si chiede “per quale ragione si sia allentata la capacità da parte di tutti e anche nelle nostre file di far prevalere quei principi etici e quel rigore che sono essenziali perché una società possa vivere”. Una risposta a questo problema cerca di darla Barbara Spinelli nel suo editoriale. Ipotizza l’esistenza di una specie di consorteria “non visibile accanto al mondo visibile che tutti abitiamo e chi fa parte della consorteria ha un modo esoterico di dire, di fare, di essere, …di ritenersi non giudicabile, che solo gli affiliati conoscono, apprezzano, giustificano”. In sostanza la Spinelli rimprovera alla sinistra di aver deciso di tacere “sull’essenza” per oltre un decennio: non si è voluto analizzare il fenomeno Berlusconi, non si è voluto risolvere il conflitto di interessi e ora quel conflitto in qualche modo si è iniettato anche nel tessuto dell’opposizione. La mancanza di regole, in un certo senso, ha fatto dimenticare la necessità dell’esistenza delle regole anche a sinistra. Il vertice diessino chiuso in un bunker non si è accorto di quanto fosse vicino e contaminante il fantasma di Berlusconi. Se questa fosse davvero la colpa, o una delle colpe, allora la riflessione critica dovrebbe essere profonda e investire non solo Ds, ma anche alleati in questi anni di opposizione e in quelli precedenti di governo.

Riflettere insieme per ripartire insieme e insieme vincere le elezioni. Sembra facile dirlo, ma l’esperienza ci dice che i rituali dei partiti o di ciò che rimane di essi è assai più complicato. In questa situazione infatti si inseriscono non soltanto le rivalità fra forze politiche ma anche gli scontri fra interne fazioni. Scalfari sembra rivolgersi alla sinistra diessina chiedendo di non essere massimalista in questa occasione: non approfittare di questa situazione per cercare di risolvere i problemi interni, non trasformare la direzione in una resa dei conti. Giovanni Ferrara raccomanda ai Ds di ricordarsi che in gioco c’è il destino di tutta l’Unione. Ed è dunque fra queste strettoie, la necessità di qualche franca ammissione di aver sbagliato ( e dunque l’indicazione di una rotta diversa per il futuro),l’impegno ad ascoltare e tener conto in futuro delle critiche leali, l’indicazione di nuove regole, la riaffermazione dell’importanza sempre della libera stampa (per quanto scomoda essa si ritenga), la scelta di risolvere il conflitto di interessi con una legge vera, ampia e rigorosa nei primi mesi di governo, la rivendicazione di una politica che si basi sui principi della legalità, della trasparenza, della competenza (continuamente ribaditi da Romano Prodi), che si gioca la sfida di Fassino e di D’Alema.

Vien voglia di dire: non abbiate paura.

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