Il tesoro delle scalate: 4 volte Mani pulite

MILANO – Comunque vada, per dirla alla Chiambretti, sarà un successo. O, più precisamente, un affare. Almeno per lo Stato e le parti lese. Perché le varie inchieste giudiziarie con le quali la Procura di Milano da un paio d’anni ha preso a solcare gli agitati mari della finanza, prima ancora e persino a prescindere dalle future sentenze, un risultato concreto l’hanno già portato, e di dimensioni patrimoniali degne di una piccola «manovra» finanziaria: più di 850 milioni di euro recuperati (1.700 miliardi di lire).
Il record lo sta stabilendo proprio l’ultima nata, l’indagine sulla scalata occulta della Banca Popolare di Lodi e dei suoi alleati «concertisti» alla Banca Antonveneta (accertamenti estesisi poi all’Opa di Unipol sulla Bnl, al rastrellamento di Rcs ad opera di Ricucci, alle operazioni dell’holding di Gnutti, e finanche all’utilizzo dei fondi della presidenza della Confcommercio). Già oggi, infatti, i pm milanesi (Greco, Fusco, Perrotti) tengono sotto chiave 110 milioni di euro di plusvalenze sequestrate ai clienti- prestanome della banca di Fiorani; i 94 milioni di euro di plusvalenze realizzate direttamente dalla stessa PopLodi, che la nuova gestione della banca ha depositato su un conto vincolato a disposizione della Procura quando questa le ha dissequestrato i 2 miliardi di euro di azioni Antonveneta «congelati» a inizio inchiesta; e i 70 milioni di euro che Fiorani ha all’estero e che si è impegnato a far rientrare in Italia (evento al quale, insieme a una volontà che sia realmente di pieno disvelamento degli intrecci dietro le tre scalate, è legata anche la sua speranza di arresti domiciliari); più una manciata di conti di correnti- sponda di Fiorani, per almeno altri 25 milioni bloccati in ottobre.
In tutto, dunque, poco meno di 300 milioni di euro (600 miliardi di lire) in un’inchiesta sola: una cifra che fa impallidire, quadruplicandolo, il monte- risarcimenti assommato dall’intera Mani pulite (150 miliardi di lire).

E l’inchiesta è lungi dall’essersi conclusa: in futuro anche i «pesanti» pacchetti azionari in mano a Gnutti e Ricucci potrebbero essere decurtati (al momento del dissequestro dei capitali) delle plusvalenze che siano risultate illecite; così come da verificare è il destino sia dei 70 milioni sequestrati a Roma nell’indagine sui «fondi del presidente» Confcommercio, sia dei 50 milioni, senza vincolo, spiegati dai vertici Unipol (Consorte e Sacchetti) come legittimi guadagni per «consulenze» a Gnutti.
Ma il caso Antonveneta non è una meteora, bensì la punta di un iceberg. Di un cambio di mentalità dei pm. Che, specie con i pm Francesco Greco e Eugenio Fusco, valorizzano la micidiale (persino troppo, secondo molti uomini d’impresa) arma della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per i reati commessi da loro dipendenti nell’interesse aziendale. Quanto possa essere temuta l’hanno dimostrato, ad esempio, i tedeschi di Siemens Ag che, pur negando di aver pagato tangenti per 6 milioni di euro a dirigenti italiani di Enelpower ed escludendo quindi ogni ammissione di responsabilità o dovere risarcitorio, hanno comunque ritenuto (prima ancora della fine dell’indagine) di raggiungere con la «persona offesa» Enel una transazione da 160 milioni di euro tra cash e prestazioni.Sempre più spesso, peraltro, il lavoro dei pm finisce per determinare anche indirette conseguenze patrimoniali a favore della società danneggiata. Nell’inchiesta Parmalat ci sono già stati «colossi» indagati, come Nextra (società di gestione del risparmio all’epoca di Banca Intesa) o come Morgan Stanley (banca d’affari internazionale), che hanno preferito chiudere il contenzioso legale con il commissario della nuova Parmalat, Enrico Bondi, versando rispettivamente 160 milioni e 155 milioni di euro nelle assetate casse di Collecchio.
Idem, ormai, nelle inchieste di pubblica amministrazione.

L’indagine sui maxiammanchi al Tribunale Fallimentare di Milano, operati da una curatrice infedele e riciclati poi anche nella Radio 101 dei fratelli Borra, ha sinora già determinato la vendita alla Mondadori dell’emittente per un ricavato di 39 milioni di euro, più altri 2 milioni dai beni dei fratelli messi all’asta sul sito Internet della Procura. E se Paolo Berlusconi e i suoi soci nella gestione della discarica di Cerro Maggiore hanno risarcito complessivamente più di 50 milioni di euro per poter patteggiare la pena con il consenso degli stessi pm Perrotti e Taddei, altrettanto si sono rassegnati a fare per altri 2 milioni di euro (a favore dell’Anas) i 30 imputati e le 10 società alle prese con le prove raccolte dal pm Maurizio Romanelli nell’inchiesta sulle tangenti piovute (dopo le frane) sugli appalti Anas per la manutenzione delle strade in Lombardia.

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