“Riformisti dal basso”, la nuova sfida del centrosinistra

Il discorso integrale del presidente dei Ds alla Conferenza programmatica di Firenze (dal sito dsonline.it). “Il merito è tutto tuo” dice l´ex premier a Piero Fassino che si commuove. Prima consacra Prodi leader della coalizione: “L´anti-politica è finita”.
“Care compagne e cari compagni, credo che parlare a conclusione non significa che si possa pretendere di concludere una discussione così ricca, appassionata che troverà domani la sua conclusione anche perché, nella vivacità del confronto, ho l’impressione che le gabbie tematiche in cui avevamo cercato di organizzare la discussione hanno finito per essere un punto di riferimento generale, ma necessariamente elastico, e lasciare il posto ad un confronto a tutto campo, a una assemblea serena, creativa, unitaria nella sua ispirazione e anche in molte delle idee forza che qui costituiscono il patrimonio programmatico dei democratici di sinistra. E anche un’assemblea ricchissima di contributi esterni, segno non soltanto, come è evidente, di un lavoro importante per aprire il nostro partito, per metterlo in comunicazione con mondi, con realtà sociali, competenze, di cui bisogna dare atto ai compagni che hanno organizzato questa assemblea e che l’hanno preparata. Ma è il segno anche di una volontà attiva di partecipare. C’è un po’ lo spirito delle primarie che vive in queste nostre discussioni, di quella volontà di fare qualcosa per il nostro paese che ha messo in movimento tanta parte della società italiana ben al di là dei confini dei partiti, che ha fatto sì che tutte le iniziative preparatorie di questa assemblea abbiamo visto una partecipazione sempre più numerosa delle seggiole che erano state disposte nella sala e non credo per l’avarizia degli organizzatori.

Io credo che questo sentimento, questa volontà di fare qualcosa sia molto importante, sia una risorsa preziosa di intelligenza e di proposta, di spirito civico, di una nuova etica pubblica di cui l’Italia ha assolutamente bisogno e di cui avremo bisogno nel modo più totale, se ce la faremo a vincere – perché io sono sufficientemente meridionale per essere scaramantico – ma soprattutto perché penso che bisogna affrontare questa sfida con lo spirito giusto e lo spirito giusto è quello della lotta. Ma se il centrosinistra con Romano Prodi ce la farà allora comincerà davvero la sfida più difficile e non ce la faremo se tutte quelle forze, quelle associazioni, quelle persone, quelle donne e quegli uomini che ci hanno incoraggiato in questi mesi non saranno con noi anche lì, nella prova difficile del governo. Per non ripetere quel limite di un riformismo dall’alto e talora solitario del quale siamo rimasti qualche volta prigionieri nella esperienza di governo del centrosinistra, pure così ricca di innovazione e di qualità. Perché c’è da fare molto di più che non liberare l’Italia da Berlusconi o riparare ai guasti pure non lievi di questo governo. E’ del tutto evidente, ed è questa la cosa più importante di questa riflessione programmatica, che si tratta di misurarsi con mali antichi, con incrostazioni, con resistenze, di fare i conti con una crisi che è una crisi in qualche modo del sistema. Il che non significa che siamo condannati al declino, anch’io non amo la retorica del declino, ma significa che per restituire slancio alla società italiana, per vincere incrostazioni, resistenze, suscitare energie occorre un lavoro molto in profondità.

Un’opera complessa, non breve e coraggiosa. Non è vero che il conflitto in Italia è soltanto definito dalla contrapposizione pure così radicale tra destra e sinistra. Uno dei pochi meriti di Berlusconi è avere sgombrato il campo da quella idea sbagliata secondo cui in fondo la destra e la sinistra sono più o meno la stessa cosa, di cui si è alimentato anche un certo estremismo antiriformista, in tanti campi. In tanti campi mi è capitato di sentire persone che dicevano “beh, forse se avessimo accettato le ragionevoli idee di riforma del centrosinistra adesso non ci saremmo trovati esposti alla devastazione delle scelte del centrodestra”. Perché sì, certe conquiste sono state messe sotto attacco anche perché funzionavano male, come ha detto Giovanni Berlinguer. E’ evidente che questa sfida comporta il coraggio di misurarsi con problemi che vengono da lontano e per molti aspetti Berlusconi ha rappresentato più il sintomo delle malattie italiane che non la loro causa. Io voglio dire subito che in questa sfida noi abbiamo bisogno dell’Europa. Il riferimento all’Europa è stato molto forte nel dibattito di oggi. Noi dobbiamo sapere che questo riferimento si presenta in modo molto diverso rispetto al 1996, quando in definitiva il messaggio di Prodi fu chiaro e semplice: l’Italia correva il rischio di perdere il passo, di allontanarsi dall’Europa. E rimanere collegati all’Europa, stringere la cinghia per essere nel gruppo dei paesi di punta della moneta unica europea era un modo per dare un segno alla modernizzazione del nostro paese.

Oggi ci riferiamo all’Europa come a una realtà molto più problematica. Oggi forse dobbiamo guardare con maggiore spirito di verità non tanto a ciò che l’Europa può fare per noi, piuttosto a quello che possiamo fare noi per rimettere in cammino un’Europa in grado di aiutare quella crescita innovativa, quella ripresa di competitività, di slancio. Un’Europa politica più forte, un’Europa che aumenti il suo bilancio – riprendo espressioni che abbiamo ascoltato in un dibattito giusto, orientato nel senso giusto – un’Europa capace di coordinare le sue politiche economiche perché alla lunga non sopravvive un’area di moneta unica senza un coordinamento delle politiche economiche; un’Europa capace di liberarsi da una certa ortodossia monetarista, ma non perché non ci voglia un rigore delle politiche di bilancio ma perché di questo rigore fa parte la capacità di distinguere ciò che è spesa pubblica e ciò che è investimento, e in quanto investimento in particolare sulla qualità, sull’innovazione, è destinato a produrre ricchezza e non a produrre deficit. Questa Europa oggi non c’è. Noi, mentre salutiamo che una parte larga del movimento socialista in Europa si orienta verso un europeismo di impronta federalista e più coraggiosa superando anche chiusure di carattere nazionalistico, tuttavia tra il due per cento del Pil europeo del bilancio comunitario auspicato dai socialisti francesi e ciò di cui si discute la distanza è enorme, e con ogni probabilità noi non avremo un accordo sulle prospettive finanziarie dell’Unione europea registrando un impasse che a fianco dell’esito negativo del referendum in Francia e in Olanda segna una crisi, una battuta d’arresto seria del processo dell’unità europea.

Io non voglio limitare a questo il mio intervento ma voglio dire che, appunto, questo si presenta davvero come la questione prioritaria con cui si dovrà misurare un governo di centrosinistra, riportando l’Italia in prima fila nella riflessione, nell’impegno, nella individuazione di proposte innovative, per rimettere in cammino il processo costituzionale – magari alleggerendo la Costituzione di una terza parte farraginosa, pesante, inutile – e tornando a ragionare sui principi e sulle scelte istituzionali fondamentali ma anche nel progettare nuove esperienze di cooperazione rafforzata – nel campo economico a mio giudizio indispensabilmente prendendo le mosse dall’area dell’Europa – ma insieme nel campo della politica della difesa, della politica estera, cercando di coinvolgere la Gran Bretagna, interlocutore essenziale nella costruzione di una politica estera europea e di una politica della difesa in grado di fare dell’Europa una grande potenza di pace. Condizione perché il mondo sia multilaterale, perché se non ci sono più protagonisti in grado di assumere le proprie responsabilità questo obiettivo resterà obiettivo di dibattiti e di convegni ma non di una pratica politica concreta. Dunque questo è il primo grande segno di svolta rispetto ad una politica che ha finito per emarginare l’Italia in Europa, per presentare il profilo della nostra iniziativa europea come un profilo confuso, per fare dell’Italia un paese che ha concorso più a dividere l’Europa che non a ricercare delle soluzioni comuni, a ostacolare i processi di integrazione in tanti campi, a cominciare da quelli della giustizia, della sicurezza.

Io credo che qui noi misuriamo davvero gli errori più gravi, le scelte più negative della destra: è il profilo internazionale dell’Italia che ne è risultato colpito e compromesso. E’ il peso dell’Italia nel mondo che ne è risultato ridotto. E’ il profilo dell’Italia come grande paese del dialogo, della pace, della cooperazione verso i paesi più poveri, è il profilo dell’Italia come paese nel Mediterraneo – se mi consentite una citazione – che la vecchia classe dirigente democristiana definì genialmente “paese equivicino” al mondo arabo, a Israele, alle ragioni degli uni e degli altri che era anche un modo per giocare quel ruolo di paese del dialogo, della pace che compete all’Italia non solo per lo spazio geografico ma anche per la vocazione del nostro popolo. Io sono d’accordo con tutti i compagni che lo hanno detto – e lo ha detto poco fa Gavino Angius – noi dobbiamo forse mettere come titolo – non vorrei che a qualcuno potesse sembrare un titolo scarsamente antagonistico, lo è a mio giudizio – di tutta la nostra azione, dell’obiettivo di governo che il centrosinistra si propone, proprio quella idea di unire l’Italia come condizione perché il nostro paese riprenda con slancio il cammino del progresso, dell’innovazione, della partecipazione come protagonista a una globalizzazione che abbia un segno diverso rispetto a quella della guerra, delle ingiustizie che abbiamo conosciuto in questi anni. Unire l’Italia. Unire chi ha bisogno, chi merita e chi ci prova – come ha detto Bersani con quell’approccio che nessuno di noi potrebbe imitare perché ha delle radici culturali forse nella più straordinaria esperienza riformista che abbia conosciuto il nostro paese, anche dal punto di vista del linguaggio: un linguaggio politico che rifugge.

Noi siamo piuttosto, almeno io, figli di una cultura che ha preferito il circuito astratto-concreto-astratto, mentre invece l’Emilia viene da una tradizione che muove dal concreto e torna lì, qualche volta visitando l’astratto, ma non sempre! – infatti io avrei detto in termini più astratti: unire la cultura, il lavoro e l’impresa. Unire la cultura, il lavoro e l’impresa, questo significa sapere guardare – sì, sono d’accordo anch’io con Laura Pennacchi: non giustapponendo, anch’io sono diffidente di tutte quelle espressioni del tipo “bisogna coniugare questo e quello” perché poi mancando la sanzione del sindaco a volte si riduce ad essere queste coniugazioni più soluzioni verbali di problemi complessi che non effettivamente capacità di sintesi – anch’io penso che c’è un grande problema di innovazione, ripeto, in questo paese c’è anche un conflitto tra vecchio e nuovo, non solo tra sinistra e destra e noi abbiamo costruito questa grande forza politica per collocarci in un campo che è definito da due coordinate: noi siamo una sinistra innovativa perché c’è anche una sinistra più conservatrice di noi. E allora io credo che tra innovazione e giustizia sociale ci sia la necessità di una sintesi vera. Giustizia sociale nel senso che qui ha avuto così grande forza, giustizia sociale come capacità di combattere l’esclusione, la marginalità, di restituire dignità al lavoro perché la precarietà del lavoro non è soltanto incertezza di vita, non è soltanto sottosalario ma è anche l’umiliazione del ricatto personale, della rinuncia alla propria dignità.

E’ anche il fatto che quando si va a dare i volantini davanti a una grande fabbrica dove convivono oramai l’operaio più adulto che ha un contratto di lavoro tradizionale e il giovane che ha un contratto precario a termine, quello più adulto si ferma, prende il volantino, parla, il giovane va via rapidamente perché teme che anche quella espressione così elementare della sua libertà possa in qualche modo compromettere la possibilità di continuare a lavorare. E capita che quando il vecchio compagno – vecchio no, della nostra età, maturo diciamo! – ti dice “sì ma insomma anche voi però avete fatto una legge per cui io pensavo di andare in pensione l’anno prossimo e invece dovrò rimanere ancora un anno!” – a me è capitato, è proprio un aneddoto – e un po’ più lontano c’è un ragazzo che ti dice “io ho un problema diverso: non ce l’avrò la pensione! Mi dispiace per lui ma ho un problema diverso” e si vanno accumulando ingiustizie che sono destinate a minare la coesione sociale in questo paese. Pensiamo cosa sarà fra non molti anni una generazione di pensionati poveri, quali forse l’Italia non ha conosciuto e quali problemi si porranno: di integrazione al reddito di queste persone, di questi lavoratori. Dunque noi siamo di fronte a un enorme problema di giustizia sociale, siamo di fronte a fenomeni che dividono il mondo del lavoro, che aprono contraddizioni anche nel nostro campo e che richiedono un’azione coraggiosa. Inevitabilmente noi ci troveremo a governare processi non brevi di mobilità, flessibilità del lavoro, anche perché dobbiamo accompagnare una trasformazione dell’apparato produttivo del paese, un cambiamento del modello qualitativo, e quindi grandi processi di questo tipo hanno una dimensione di mobilità sociale che è ineliminabile.

Per questo io penso che abbia ragione Boeri quando dice che la grande priorità è avere un sistema moderno, egualitario, dignitoso degli ammortizzatori sociali, senza il quale ogni discussione sulla flessibilità diventa impraticabile. E naturalmente un governo attivo, come si è realizzato nelle migliori esperienze europee, del mercato del lavoro in grado non soltanto di assistere ma anche di accompagnare attraverso un processo di formazione, attraverso un governo attivo e partecipato del mercato del lavoro, la possibilità intesa come possibilità di passaggio da un lavoro all’altro, di crescita professionale, di arricchimento delle capacità professionali. E questo non lo si può fare lasciando ciascuno al proprio destino o ad un mercato che meno che mai in questo campo appare in grado di risolvere i problemi individuali e collettivi. Ci sono poi tutti gli altri grandissimi problemi di giustizia che riguardano i minori – che sono stati qui messi in evidenza con grande forza – che riguardano le donne, il tema degli immigrati. E su questo tema io credo che alla base di tutto c’è il pieno riconoscimento dei diritti politici di questi nuovi cittadini italiani. Anche perché il diritto politico, il diritto di voto creano cittadinanza, non c’è diritto sociale che non si fondi su un diritto di cittadinanza. E la cittadinanza è partecipazione, avere un peso: c’è poco da fare, al di là delle buone intenzioni di un sindaco progressista se gli immigrati che vivono nella periferia della sua città magari hanno anche il diritto di eleggerlo o non eleggerlo, io penso che se ne occupa di più! Questa è la forza della democrazia, la principale inclusione è innanzitutto il riconoscimento di una cittadinanza politica.

Io credo che il lavoro programmatico, le cose che sono state dette nel dibattito, sono aspetti che devono essere approfonditi ma è del tutto chiaro che nell’ispirazione del centrosinistra c’è il riconoscimento che qui c’è una grande questione centrale dell’avvenire del paese. E’ evidente che noi pensiamo che questi processi di esclusione, di emarginalizzazione non soltanto non sono accettabili perché sono ingiusti, perché producono insicurezza, ma rappresentano anche un gravissimo danno per l’economia nel tempo in cui il fondamento dell’economia è la qualità del lavoro, la qualità umana nei processi produttivi e innovativi: non c’è qualità senza riconoscimento dei diritti e della dignità del lavoro. Secondo me non c’è contraddizione tra questa ispirazione e l’orientamento che è proprio della sinistra italiana, vorrei dire già da prima delle sollecitazioni che pure sono venute in modo amichevole da intellettuali amici – non giudico gli orientamenti politici, giudico le cose che sono scritte, come Giavazzi – la sinistra italiana, almeno la sinistra che noi rappresentiamo, è una sinistra che non è ostile ad un processo di liberalizzazione della società. C’è nei nostri cromosomi, nel nostro Dna, fa parte della storia di questo paese, il fatto che sia stata la destra ad essere piuttosto statalista e che nella cultura della sinistra, non solo nella sinistra di questa ultima generazione ma direi più da lontano, il dialogo con la cultura liberale rappresenta un tratto originale della sinistra italiana e il partito che noi siamo ha le sue radici anche nel socialismo liberale, nel pensiero di Gobetti, nel dialogo tra Gramsci e Gobetti.

Noi abbiamo avviato delle privatizzazioni coraggiose di cui non siamo pentiti, io credo però che dobbiamo pentirci del fatto che non sempre siamo riusciti ad accompagnare le privatizzazioni ad una effettiva liberalizzazione dei mercati e alla creazione di condizioni di concorrenza. E’ una cosa antica questo libro, un’antichissima e direi preziosa ai miei occhi edizione di “Americanismo e fordismo” che mi è stata fornita dall’Istituto Gramsci toscano perché mi è venuta in mente una vecchia lettura, che mi capitato un’altra volta di citare e che suona strana a chi continua a pensare che la sinistra sia statalismo, statalismo e statalismo, di come questo uomo, Antonio Gramsci, nel chiuso del carcere ragionava sui grandi mutamenti dell’economia mondiale dopo la crisi del ’29 e ragionava sulle nuove forme dell’intervento pubblico e sul fatto che inevitabilmente lo stato – ed era così in America e in Europa – interveniva più attivamente nella riorganizzazione dell’economia e dell’industria di fronte alla grande crisi che si era manifestata. E tuttavia diceva questo comunista in carcere “l’intervento statale è tutt’altro che scevro di pericoli” e tra questi pericoli egli indica “le tendenze autarchiche, il protezionismo, l’aggravarsi di regimi doganali, i premi, i salvataggi di grandi imprese in via di fallimento e dunque, come era stato detto, la nazionalizzazione delle perdite e dei deficit industriali”. E più oltre in queste pagine davvero illuminanti Gramsci affronta il tema del risparmio e del suo rapporto con il mercato per dire che in un paese nel quale il risparmio parassitario, anche grazie alla garanzia statale, non debba neanche correre le alee generali del mercato normale, ebbene in un paese di questo tipo la rendita si rafforzerebbe a danno della produzione e del lavoro, che non a caso Gramsci metteva insieme: l’impresa e il lavoro.

Io credo che si tratta senza dubbio di pensiero liberale che viene parecchio da lontano rispetto anche alle più recenti sollecitazioni e noi vogliamo introdurre nella società italiana grandi e importanti innovazioni in senso liberale. Dopo cinque anni di governo Berlusconi che non ha liberalizzato nulla, ha bloccato il processo delle privatizzazioni e non a caso ha determinato un impressionante spostamento di ricchezza non solo – come pure è avvenuto largamente – dai più poveri verso i più ricchi ma anche dai settori produttivi più esposti alla competizione internazionale, perché hanno pagato i lavoratori certo, ha pagato il Mezzogiorno certo, ma hanno pagato anche le imprese più esposte alla competizione internazionale mentre hanno guadagnato moltissimo le imprese protette, le grandi imprese pubbliche – che si sono anche avvantaggiate dell’aumento del prezzo del petrolio – e quelle, non so come dobbiamo definirle, “parapubbliche” di proprietà del presidente del Consiglio, fanno parte dello stesso comparto, ma anche perché sono largamente imprese che operano in regime di concessione e di monopolio. Ecco come noi possiamo dire a un mondo dell’impresa che vuole competere, a un mondo dell’impresa che ritiene intollerabile il peso di certe tariffe, il costo di un sistema energetico di tipo ancora largamente monopolistico, a un sistema dell’impresa che vorrebbe una riorganizzazione più moderna e competitiva delle professioni, a un sistema dell’impresa ma anche ad un mondo giovanile che vorrebbe questo, anche perché qui non si tratta soltanto di creare maggiore concorrenza ma anche di aprire mercati che appaiono ancora largamente dominati da logiche di tipo corporativo, di cooptazione.

Ecco, davvero, in questo caso l’esigenza di giustizia sociale e l’esigenza di liberalizzazione non devono essere coniugate perché coincidono pienamente. Perché se si dà più spazio al merito, alle capacità individuali io credo si apra di più la società e il mercato alle capacità di una nuova generazione, si consente di svecchiare il paese, di rimuovere rendite e incrostazioni corporative. Io voglio mettere l’accento su due aspetti che credo abbiano un rilievo centrale. Il primo aspetto di questa riorganizzazione della società e molti compagni hanno parlato qui del tema della formazione, dell’università, abbiamo ascoltato contributi molto importanti, ha parlato qui il presidente della Conferenza dei Rettori, e mi sembra davvero che ci sia un’apertura perché credo che una certa raffigurazione del mondo accademico legato alla sinistra come un mondo conservatore, chiuso, sia una raffigurazione un po’ di comodo: c’è stata una discussione nel mondo universitario ma l’idea che sia necessario aprire il campo dell’università anche a una competizione, l’idea che sia necessario svecchiare il mondo universitario, l’idea che questa competizione debba avvenire sul terreno della qualità non della qualità, è un’idea che si è fatta largamente strada e che può trovare oggi nel mondo universitario un sostegno importante di tanta parte del mondo accademico e in particolare di quello più orientato verso il centrosinistra. Però io credo che università, scuola, tutto questo stia sotto un titolo più ampio che forse noi dobbiamo recuperare in tutto il suo significato più ricco – ne abbiamo parlato qualche giorno fa in una iniziativa preparatoria di questa assemblea – cioè il peso centrale che deve avere nella società italiana di domani, la cultura.

La diffusione della cultura. Badate, se noi vogliamo rinnovare il sistema produttivo abbiamo bisogno come sempre diciamo di investire sull’innovazione, sulla qualità, sulla formazione, ma questo è tanto più agevole in una società in cui la diffusione di una propensione all’innovazione sia un grande fatto sociale. C’è una dimensione non economicistica di questo grande tema che a mio giudizio ha sempre di più un peso cruciale. Noi siamo una società nella quale la diffusione della cultura è assai modesta. Il nostro è un paese nel quale c’è una frattura orizzontale. Mi è capitato qualche tempo fa di discutere in un seminario della nostra Fondazione per esempio sulla diffusione dei libri, non starò a tediarvi con i dati, ma è impressionante come nel corso degli ultimi anni quel poco aumento della diffusione della lettura dei libri si concentri tutto in un segmento ristrettissimo della popolazione, che è quella parte della popolazione che è nello stesso tempo più acculturata e più ricca. Mentre invece tende a diminuire la fruizione di beni culturali primari nella massa estesa dei cittadini. Vi cito soltanto un dato concreto perché fa capire bene: abbiamo esaminato in quel seminario la differenza tra l’Italia e la Gran Bretagna per quanto attiene la diffusione di uno di questi romanzi – che non dirò per non fare pubblicità – di grande diffusione di massa, e di solito sono romanzi americani. Normalmente le case editrici pubblicano prima le edizioni di lusso e dopo l’edizione economica.

L’edizione di lusso in Gran Bretagna vende 80mila copie, in Italia 240mila, perché il libro è uno status symbol. L’edizione economica in Italia vende 80mila copie, in Gran Bretagna 3 milioni! E’ impressionante e ci fa capire come la diffusione della cultura in questo paese sia una strana piramide rovesciata. Io credo che questo tema dovrebbe essere un tema centrale delle politiche del centrosinistra, che noi dovremmo mettere in rete. C’è un distacco: noi parliamo molto e spesso del grande patrimonio culturale del paese come volano di un turismo di qualità ma ci siamo domandati che base di utenza italiana ha il patrimonio culturale del nostro paese? Quanti sono gli italiani che ne fruiscono, lo conoscono? Noi dobbiamo mettere in rete sistemi locali, le scuole devono essere sempre di più un centro permanente di vita culturale per i giovani e per gli adulti, devono funzionare nei quartieri come centro di diffusione della cultura. Io credo che questo torni ad essere un grande obiettivo della sinistra perché non ne va soltanto della competitività del paese, anche, anche perché una società acculturata è una società più forte, in grado di produrre innovazione, qualità del lavoro, perché giustamente come dice Prodi non c’è più spazio per l’innovazione incrementale dell’artigiano geniale ma ignorante che è stato protagonista di una lunga stagione dello sviluppo italiano. Oggi senza cultura di base non si produce innovazione neanche nei diversi settori tecnici.

Ma io aggiungo perché il livello culturale di un paese è la condizione per affrontare le sfide. Come si vive in un mondo interculturale? Come si può convivere con l’altro, con il diverso da noi se non abbiamo gli strumenti culturali per capirlo, per capire la sua civiltà, il suo mondo? E dove non c’è conoscenza c’è paura e insicurezza. E aggiungo un tema che sarebbe enorme ma che non si può affrontare qui, soltanto un alto livello di cultura aiuta ad affrontare senza angosce questa epoca di mutazione e non soltanto appunto perché è l’epoca della interculturalità, delle grandi migrazioni, ma perché è anche l’epoca in cui entra in crisi tutto un meccanismo di sviluppo, tutta un’idea di benessere e di qualità della vita. Forse dovremmo tornare ancora più profondamente su questo tema, cioè sul fatto che i prossimi 15 – 10 anni, dovranno inevitabilmente segnare un mutamento della qualità dello sviluppo, dei consumi e l’affermarsi di un modello di benessere che sia meno fondato sull’acquisizione, sul consumo di energia, ma un nuovo modello di benessere si afferma in una società colta, che sia in grado anche per questa via di avere un’idea diversa, una diversa antropologia, un’idea diversa della qualità della vita. E da questo punto di vista è stato molto bello il discorso che ha fatto Carlin Petrini : quella esperienza lì non è un fatto secondario o folcloristico, il fatto che si parli dell’enogastronomia, perché quello è un esempio tipico di come un grande movimento di cultura sta cambiando un pezzo dell’economia italiana, riorientandolo verso la qualità e nello stesso tempo contribuendo a cambiare il gusto e la mentalità di milioni di italiani.

Quello è un esempio importante, nella sua dimensione ovviamente, di come un grande processo culturale e innovativo, innovazione è anche riscoperta di tradizione in questo caso, abbia avuto un’incidenza nell’economia e nel costume. Io credo che questa dimensione, questo approccio è quello che ci aiuta anche ad affrontare meglio i grandi temi del confronto culturale. Oggi il cardinal Ruini è tornato su questi temi con parole che meritano un apprezzamento, una valutazione, ribadendo il diritto – e ci mancherebbe altro – del mondo cattolico, della Chiesa di alimentare un confronto culturale e chiedendo al mondo laico di vivere questo confronto come condizione di crescita della società senza vedere nella legittima partecipazione della chiesa cattolica al dibattito pubblico nel nostro paese – io dico legittima e necessaria – una invasione di campo. Io credo che in questi termini questo confronto ci possa arricchire. Noi – e anch’io con molti di voi – abbiamo reagito a incursioni, prese di posizione che ci sono apparse eccessive e lesive di una idea di laicità dello stato ma io voglio dire che questo confronto va condotto su un terreno diverso rispetto al rischio di un rigurgito di tipo anticlericale che sarebbe, io ritengo, il successo migliore che potremmo regalare ai clericali. Noi veniamo da una sinistra che non soltanto ha votato l’articolo 7, almeno quella da cui vengo io, ma ha sempre considerato la presenza del mondo cattolico nella società italiana come una straordinaria risorsa di questo paese.

Una risorsa di carattere etico, una grande risorsa culturale, un fattore di unità del paese, un paese che conosce tante ragioni di divisione. Io fra l’altro non credo affatto che il tema sia quello di un dialogo tra laici e cattolici. C’è un’idea di laicità della politica che è condivisa da credenti e non credenti e semmai il vero e grande tema è quello del confronto tra un’idea laica della politica, che tuttavia sentiamo sotto attacco da diversi punti di vista, e una critica della laicità della politica come privazione di valori e la tendenza a mettere in campo fondamentalismi, radicalismi ideologici come bisogno di restituire un fondamento forte alla politica. Ed è vero, non ce la caviamo semplicemente con un richiamo ai sacri principi o alle distinzioni cavourriane: occorre affrontare il grande confronto sui temi che sono aperti, che riguardano la condizione umana. Alla chiesa, non ai cattolici, credo che si debba chiedere un reciproco riconoscimento di valori. Alla chiesa si deve dire che questo confronto culturale per essere ricco, così come auspica il cardinale Ruini, non può essere impostato come il confronto tra chi mette in campo forti convinzioni etiche e chi sostiene il relativismo etico. Non è così. Vorrei rassicurare la compagna Paola Concia che voleva che io leggessi il suo intervento – l’ho ascoltato, c’è un sistema qui di televisioni, si sente tutto! – vorrei rassicurarla che non c’è in noi nessuna timidezza, nessun passo indietro nel difendere il diritto degli omosessuali e il diritto delle coppie omosessuali a potere vivere la loro dimensione affettiva, la loro sessualità senza temere discriminazioni.

Nel difendere questo diritto noi non affermiamo il relativismo etico ma un grande principio di libertà, di dignità della persona. Principio complesso: è chiaro che nell’affermazione di questo principio ci si scontra anche con pregiudizi, con convinzioni radicate, è un processo in cui bisogna che muti il senso comune, il senso comune ha sempre una sua radice conservatrice, ma io credo che noi dobbiamo lavorare perché muti il senso comune e penso anche – come anche Paola diceva – che c’è molta saggezza politica nella posizione del movimento degli omosessuali italiani che hanno avanzato una proposta ragionevole, perché senza volere mettere in discussione la tutela costituzionale del matrimonio hanno proposto una soluzione egualmente rispettosa dei loro diritti ma anche della sensibilità del mondo cattolico. E qui c’è politica! E allora io dico che la laicità della politica significa prendere le mosse da un confronto culturale, aperto, profondo, rispettoso ma è anche ricerca di principi condivisi. Non mi convince l’idea che alla fine sulle questioni cosiddette eticamente sensibili vale un principio di maggioranza. La laicità della politica è, appunto, muovendo da diverse ispirazioni, il tentativo di definire principi, regole condivise, è lo sforzo anche della mediazione, la fatica con cui per esempio Ignazio Marino ha detto “ma scusate, ma così come la chiesa per consentire i trapianti a un certo punto ha accettato la convenzione che la cessazione delle attività cerebrali è la morte e quindi ciò ha reso possibile espiantare organi funzionanti e salvare altre vite umane e non sacrificarle sull’altare di un astratto principio di difesa della vita di chi si sta estinguendo, egualmente non è possibile stabilire un momento in cui gli embrioni congelati appaiono destinati ad estinguersi e pensare che quelle cellule possano essere utilizzate per salvare altre vite umane?”.

Questa è la laicità della politica. E cioè è la ricerca di una soluzione che possa essere condivisa, senza rimuovere il confronto, è il tentativo di trovare poi sul terreno laico delle leggi, delle soluzioni che consentano il progresso scientifico senza offendere quella cultura della vita che ci appartiene ma senza offendere neppure quelle convinzioni di fede che appartengono al mondo cattolico. Ecco io credo che questo è lo sforzo che si deve fare e che questo è il terreno, più che semplicemente la riaffermazione di una laicità dello stato, una contrapposizione. Questo è il terreno sul quale può avanzare un dialogo con l’insieme del mondo cattolico e incoraggiare le posizioni più aperte, quelle che pure hanno tanta storia nella tradizione del cattolicesimo italiano, che hanno saputo conciliare le ragioni della fede e le ragioni della laicità della politica. Da ultimo – salto un a parte perché non voglio esagerare – voglio riprendere un punto che a me sembra molto importante e che Prodi ha posto con grande forza e direi anche con accenti che ho trovato in lui nuovi, di consapevolezza. La stagione che si chiude e la stagione che si può aprire e anche direi il mutamento dello spirito pubblico potrebbero essere descritti in questi termini: finisce una lunga stagione dell’antipolitica che ha dominato la società e la cultura italiana sin dalla grande crisi dei partiti della prima repubblica, della democrazia parlamentale, all’inizio degli anni ’90. L’antipolitica ha influenzato anche noi ma certamente chi ha saputo interpretare nel modo migliore la stagione dell’antipolitica è stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

L’ha saputo interpretare in modo straordinario, tuttora egli gioca su quei toni: dall’altra parte ci sono i partiti, i politici, ma questa idea che alla democrazia fondata sui partiti e a una sfera pubblica che si incardina intorno al dibattito politico si possa sostituire il modello di impresa, l’efficienza di impresa, questa idea è stata colpita a morte dalla esperienza. Dicevano i nostri vecchi: la prova del budino è nel mangiarlo, e il risultato è incommestibile ai più! E direi che proprio di fronte alla crisi della società italiana è apparso evidente che deve tornare ad esserci la politica. Ci sono molti giornali amici – più o meno amici, non so quanto siano amici, io poi sono del parere che amici o non amici è il dibattito pubblico – che comprendendo da un lato che l’attuale assetto politico non è sostenibile sono passati a demolire il prossimo. Con processi sommari e preventivi che non conoscono nessuna garanzia, neanche le più elementari. E veniamo quasi ogni giorno invitati a compiere scelte impopolari, naturalmente alla vigilia delle elezioni in modo tale da comprometterne l’esito, senza alcun ragionevole dubbio! Però, se è difficile chiedere alla politica di essere impopolare dato che alla fine il consenso è il principale fatturato della politica e senza il consenso non c’è governo del paese, proprio la difficoltà delle scelte che il paese ha di fronte a sé riporta in campo la necessità della politica. Perché solo la politica, e direi la politica organizzata, i grandi partiti in quanto portatori di un progetto, solo la politica è in grado di gettare un ponte tra le difficoltà di oggi, le scelte difficili di oggi e le speranze di domani.

Altrimenti la politica viene chiamata come la Borsa a dare rendimenti tutti i giorni, con il meccanismo spietato dei sondaggi, e questa logica distrugge la possibilità di governare una società complessa. Ci vuole politica appunto perché gli italiani possano vedere al di là della difficoltà di oggi e comprendere come anche le scelte difficili a cui il centrosinistra dovrà condurli sono necessarie per conquistare per sé e per i nostri figli un domani migliore. Questo è il senso della politica. E un grande paese non sta insieme se non ha un progetto, se non ha un’idea del futuro e se il governo non torna ad essere quella capacità di legare la quotidianità – una volta si diceva un nesso tra storia e utopia, non esageriamo – ma quanto meno la capacità di vedere al di là del proprio naso e di riscoprire una missione del paese ed anche una missione della classe dirigente del paese. Il centrosinistra di oggi, vorrei dire a differenza del centrosinistra del ’96, si presenta con un progetto politico più forte. Prodi stamattina che cosa ci ha detto? Ci ha detto una cosa molto importante: ci ha detto che egli non si sente come nel ’96 la personalità, l’uomo di grandi capacità tecniche e amministrative, la personalità fuori dai partiti, intorno a cui i partiti costruiscono una proposta di governo. Ci ha detto che egli si presenta come leader politico, nel senso che la sua candidatura a governare il paese fa tutt’uno col progetto di un radicale rinnovamento della politica italiana.

Io credo che se noi non avessimo legato, se noi non legassimo la candidatura del centrosinistra al governo del paese e di Prodi proprio a questa apertura del cantiere del partito democratico, io vorrei dirlo ai compagni che dubitano di più, facendo loro rilevare due cose. La prima è: ma c’è davvero questo automatismo per cui il contenitore neutro o moderato dovrebbe determinare uno slittamento dei contenuti? A me non sembra che la nostra ricerca programmatica abbia marcato questo slittamento moderato dei contenuti, sinceramente. E questa ricerca programmatica è stata costruita tutta in relazione alla prospettiva del partito democratico, scusate la risposta così empirica, non mi pare che ci sia questo automatismo. Secondo: ma voi pensate davvero che tutta questa partecipazione di società civile, di competenze, di forze intellettuali ci sarebbe egualmente se questi cittadini non si sentissero chiamati ad essere protagonisti di un processo politico nuovo, della costruzione di una nuova forma politica? Io non lo credo e penso che c’è un nesso tra gli elementi di speranza, di prospettiva che abbiamo introdotto nella vicenda italiana e questa grande novità politica, che naturalmente andrà perseguita. Si è detto: voi proponete una formula, non si sanno i contenuti. Ora ci sono anche i contenuti, si è aperto anche questo grande lavoro sui contenuti, che sono contenuti di governo ma anche di progetto, è anche un’idea del futuro della società italiana, e spetterà a Prodi – se è vero come è vero, credo che lui abbia ragione quando dice che nel dibattito nostro, della Margherita ma anche di tanti che non sono né noi né la Margherita ma che si sentono attratti da questo progetto – quando lui dice che ci sono grandi elementi comuni e valori comuni, secondo me dice la verità, e spetterà a lui farne una sintesi convincente.

Convincente come programma di governo di tutto il centrosinistra ma anche convincente come progetto, come carta di identità di questa nuova forza che vogliamo costruire per l’Italia. E alla fine una cosa che non c’entra niente col dibattito (ma siccome ci sono due dibattiti..!) ma lasciate dire a me una parola che non è programmatica, che riguarda il nostro stare insieme. Io forse non ho ancora l’età per dire quello che sto per dire, però mi sono collocato in una dimensione che mi consente di dirlo. Noi siamo arrivati qui dopo quattro anni di duro lavoro. Io mi ricordo come stavamo e vedo come stiamo. Siccome noi siamo una grande forza politica autonoma che si sceglie i dirigenti e siccome la leadership è qualcosa che si conquista sul campo, tutto questo, questa differenza tra come stavamo e come stiamo è merito di tanti ma credo che senza Piero Fassino e il suo lavoro non ci sarebbe stato. Non ho altro da aggiungere!

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