Laicità, Stato e Chiesa

Ho buttato giù degli appunti, vi annoierò con questi. Però vorrei partire dall’introduzione di Bachelet che mi sembra configuri un’ipotesi di dibattito se bisogna privilegiare nelle visioni generali dell’agire politico i valori o direi in senso buono l’empirismo delle scienze in senso anglosassone. Se ci rifacciamo all’Inghilterra, il common sense che guida le scelte di volta in volta, ha il vantaggio di non avere una costituzione scritta che permette anche una maggiore – direi – flessibilità e non inchioda poi il pensiero al politicamente corretto, cosa che da noi invece permea quasi sempre l’esposizione politica. E’ chiaro che l’esperienza del secolo che è passato, almeno per quelli che abbracciarono a un certo periodo o per un certo periodo ideologie totali, politiche o culturali e anche di azione pratica, sono poi arrivati a concludere che l’errore vero non era tanto nei metodi dittatoriali nella mancanza di libertà democratiche, che esse erano anzi dal punto di vista costituzionale largamente affermate, basta pensare alla Costituzione sovietica del 36, dove partiva dall’idea che l’uomo era il capitale più prezioso. No, la radice dell’errore di allora fu il finalismo etico; fu il fatto di pensare che la storia poteva essere costruita con un fine buono tra virgolette. E in nome di questa finalità etica globale ogni tipo di azione pratica era consentita e giustificata e dava al corpo politico della sinistra una valenza quasi religiosa, come di clerici di un’azione politica eticamente definita.

Del resto si trovò lì proprio in questo finalismo etico quel punto d’incontro abbastanza confuso tra cattolici e comunisti che segnò poi nell’azione pratica la vita politica italiana. Dunque è nel rifiuto – in questo sono d’accordo con Bachelet – dei valori in quanto valori finali, inglobanti una virtù valida per sempre. Ora un discorso di questo tipo a mio avviso si attaglia anche al dibattito politico attuale, sul rapporto tra religione e politica che sta diventando un dibattito quotidiano. Non c’è giorno in cui o su grandi questione ideologiche o su questioni pratiche – persino sulle intercettazioni – o sui pacs, oggi sui consultori per l’aborto, non si riproponga continuamente il problema religione e politica. Anche da parte nostra, quando Veronesi ripropone il problema dell’eutanasia o Capezzone quello del Concordato, vediamo continuamente questo tema ritornare. E noi ci troviamo abbastanza disarmati e propedeuticamente non sappiamo bene quale posizione prendere, perché ci scontriamo molto spesso con l’incapacità culturale anche di affrontare il problema.
Certo, il dibattito tra laicismo e religione può apparire da questo punto di vista essenzialmente politico, si può risalire anche a “Date al Cesare quel che è di Cesare” era una dichiarazione politica, fino a “Libera Chiesa in libero Stato”, è sempre una discussione che delimita le sfere politica e religiosa, sul piano quasi istituzionale. Da noi in Italia tutto questo è sovraccaricato poi dalla storia nostra.Alcune cose sembravano fino a pochi anni fa completamente superate.

La questione romana, il non-expedit, appartenevano all’ambito degli studi. Il laicismo, almeno ricordo negli ani della mia gioventù, era più o meno considerato un evento folkloristico che riguardava quei pochi che andavano a celebrare il XX settembre oppure l’associazione Giordano Bruno. Ben altre erano le discussioni politiche. Anche perché nell’incontro attorno alla Costituzione e all’articolo 7 e al dibattito attorno al tema centrale tra cattolici e comunisti che scorre da Togliatti fino a Berlinguer e al compromesso storico e anche più avanti, la distinzione politica e il rapporto politico era centrale e aveva trovato in quella formulazione abbastanza originaria e originale che è stato appunto il rapporto cattolici-comunisti una forma di equilibrio che giocava sia sul piano istituzionale e politico, sia sul piano dei comportamenti, dei rapporti di massa, la modificazione dello statuto del partito comunista nel ’45-46, per cui non chiedeva più l’adesione al marxismo leninismo come elemento costitutivo dell’adesione al partito e che permise l’ingresso al partito dei cattolici-comunisti e a una serie di personaggi che andavano da Luciano Barca a Pavolini e molti altri dirigenti del Pci di area cattolica, dette il senso di quell’equilibrio empirico istituzionale ma anche di natura ideale che si era creato nel nostro Paese. Questo ha retto, secondo me, fino al crollo del muro di Berlino, fino alla rottura dell’unità politica dei cattolici. L’unità dei cattolici consentiva infatti quella mediazione tra interessi politici dei cattolici e interessi grossomodo laici della società di tenerli assieme in un equilibrio che aveva anche delle frizioni ma che permise la gestione politica e il progresso delle idee: permise il divorzio e l’aborto, cosa straordinaria se la pensiamo.

La rottura dell’unità politica dei cattolici coincide, come spesso avviene per i capricci della Storia, con l’avvento di un papato molto forte e prescrittivo. Comincia con Giovanni Paolo II questo agire prescrittivo. La rottura dell’unità dei cattolici porta una serie di fall-out. Abbiamo che tutta una serie di partitini del centrodestra e del centrosinistra si richiamano al cattolicesimo, e cercano in una specie di concorrenza di mercato l’avallo della Chiesa.
Non esiste più una forza politica cattolica in rado di mediare tra le istanze laiche anche del vecchio centrismo con La Malfa e i repubblicani e i liberali e la Chiesa; non esiste più questa capacità di mediazione, esistono dei concorrenti, dei commessi viaggiatori del cattolicesimo dell’uno e dell’altro campo che si fanno portatori senza mediazione dell’interesse delle posizioni della Chiesa. E dunque questa rincorsa di tutti pervade e il centrodestra e il centrosinistra con gli effetti di incentivare nella chiesa l’idea che a questo punto la resistenza della società laica non esiste più e dunque le richieste ogni giorno crescenti. Questo si accompagna anche direi al paradigma revisionistico. Non è casuale che nello stesso periodo se andiamo a esaminare le manifestazioni del pensiero revisionistico sul piano storico, vediamo un rivalutarsi della storia negativa del nostro paese, per esempio del movimento delle insorgenze a cavallo tra fine 700 e 800, quello di Ruffo di Calabria e delle bande dei Viva Maria e di coloro che nel breve periodo della ritirata francese, prima della ascesa napoleonica riconquistano le loro posizioni che avevano perduto.

Ho scoperto che anche in regioni molto avanzate se ne erano completamente dimenticati. Mettiamo a Siena, l’arrivo delle bande dei Viva Maria che scendono da Arezzo al grido “Signore illumina i biechi opinionisti, fa che ognuno canti morte alla libertà”. Questi arrivano a Siena e bruciano dieci ebrei in piazza. Ora questo era completamente dimenticato, insieme ad altri episodi simili, ma oggi vengono rivalutati come prova della resistenza popolare all’invasione francese e giacobina. Assieme a questo, troviamo persino una rivalutazione dell’Inquisizione, la rivalutazione dell’Italia neo-guelfa, del fatto che sarebbe stato meglio che invece dell’occupazione piemontese, l’unificazione dell’Italia si fosse fatta attraverso una forma federale sotto la guida di Pio IX. Ed ecco come questo si ricollega poi e si volgarizza e si banalizza nella devolution, ma ha una sua proiezione culturale. E tutto questo arriva poi anche in tempi più vicini alla morte della patria alla concezione della lotta di liberazione come lotta tra due minoranze, una asservita ai comunisti e l’altra dei ragazzi di Salò e in mezzo un popolo grigio e assente.
Tout se tient, come diceva il vecchio Nenni. Oggi noi siamo in una situazione in cui il cattolicesimo è considerato uno strumento per disciplinare l’area pubblica e darle un senso e un’etica. Dalla scienza alla scuola, dalla famiglia al fisco. Questa visione della Chiesa e della religione come elemento sostitutivo delle idealità sta prendendo piede anche nel centrosinistra, anche nelle forze migliori.

Sentivo l’altro giorno Scoppola, che è uomo che io stimo moltissimo e pur tuttavia è portatore di questa idea che il laicismo sia ormai qualcosa di estremamente fragile, di estremamente deficitario per dare linfa e vigore e forza di idee al movimento democratico in senso lato. E lui ripete se il credere è disponibilità al mistero di Dio, se è ricerca di una verità che sembra al di là delle acquisizione umane se il credere rimane sempre consapevole della trascendenza di Dio, rispetto a tutto quello che l’uomo può pensare e dire di lui, allora il dialogo con chi professa una diversa fede è necessario, perché espressione della stessa condizione umana. Questo principio che, in fondo, all’uomo, al democratico, all’uomo di sinistra oggi non resti che affidarsi al pensiero trascendente del cattolicesimo come elemento vivificante dell’agire politico si è estremamente diffuso e io di questo vorrei parlare.
Si è diffuso tant’è vero che noi oggi abbiamo uno schieramento in cui tutti i leader credo con l’eccezione forse di D’Alema, si dichiarano cattolici più o meno ferventi. Bertinotti è alla ricerca di Dio con molto impegno; Fassino ci ricorda che è stato nove anni dai gesuiti e che lui è un credente; Rutelli è credente già da qualche anno; Prodi è credente giustamente da sempre. Direi che non resta molto spazio per qualcuno che forse ha qualche dubbio sulla trascendenza. Ed ecco che questa cosa viene fatta propria anche dalla parte più illuminata della Chiesa.

Seguivo un dibattito tra Eco e il cardinale Martini. Mancherebbe al laico, diceva Martini, un codice etico di riferimento ineludibile che possa essere riconosciuto da tutti. La norma che detta la legge è esterna a noi e immodificabile, da essa troviamo il senso che diamo alle nostre esistenze. Direi che si richiama all’ultima definizione di Benedetto XVI sulle libertà, sui diritti dell’uomo che discendono direttamente da Dio e non dalla Storia, non dall’agire politico. In questo c’è come un arrendersi totale del pensiero della sinistra e anche del laicismo, come di posizione politica di supporto semmai a un pensiero centrale che è il pensiero della trascendenza. Direi che da questo punto di vista i nostri attuali dirigenti sono andati molto al di là di Cavour che era un credente e che sul letto di morte ebbe un prete e che tuttavia ebbe in tutto il suo agire ben presente la netta differenza tra le due sfere, tra la sfera individuale del credente e la sfera del suo agire politico.
Ebbi a polemizzare anche con Giuliano Amato, mio buon amico e che io stimo moltissimo come pensatore. Ma lui ha detto e scritto più volte, cito testualmente: “la vecchia premessa del laicismo non regge più. Soprattutto quella che confina il fattore religioso nella sfera privata dato che ormai la religione fa parte della sfera pubblica ed anzi i principi fondanti della democrazia, la libertà di coscienza, l’eguaglianza, il rispetto dei diritti di tutti andrebbero salvaguardati in una dialettica dialogica con la Chiesa”.

Una dialettica per altro di un certo squilibrio se il suo propugnatore, da sempre portatore anche di una “ubris” abbastanza evidente, rivolgendosi alla gerarchia ecclesiastica dice: “So bene che sbaglierei, se non avessi l’umiltà che devo avere davanti a chi esercita e ne ha la responsabilità il magistero della Chiesa e non posso non ribadire la mia convinzione che la società in cui oggi viviamo ha un gran bisogno di valori religiosi componenti essenziali di un tessuto connettivo che rischia altrimenti di sfrangiarsi e di lasciarci in preda a conflitti strambi”.
Questo rispetto, ma perché? Per un laico il magistero della Chiesa va rispettato come qualsiasi altro magistero, come quello di un giudice, per esempio, ma non ha certo un valore per cui ti devi inchinare con umiltà. In questa umiltà, Amato dà ai valori cristiani un valore preminente rispetto ai valori di altre religioni. Ora mi chiedo se da Fassino ad Amato, da Bertinotti a Rutelli, non siano ormai preda di quella definizione del cardinal Scola secondo cui il cattolicesimo è portatore di una visione integrale di vita buona. E ritorniamo alla visione comunista della finalità buona. Qui siamo a una visione ben diversa da quella togliattiana o di Berlinguer, dove il rapporto era di rispetto, di consapevolezza del valore del cattolicesimo nella vita e nella storia del nostro paese, ma anche di netta distinzione sul piano del proprio pensiero. Non c’era questa ibridazione che ora ha preso piede e lascia alla visione materialistica e laica della storia altra funzione che un compromesso residuale, una specie di dialogo permanente in cui quello che la chiesa ci concede è octroyè, perché certo la chiesa non è più quella dell’inquisizione, dei roghi, di Giordano Bruno, perché è una chiesa che ha acquisito i valori di libertà e dunque ad essa ci affidiamo nell’ambito di un possibile compromesso accettando queste imposizioni.

E i nostri leader liberi da ogni peso, liberati non solo del filosofo di Treviri ma anche da quelli dei lumi. Ci sentiamo continuamente dire che sono vecchi. Ma in fondo questi Volterre, cosa andiamo a cercare… E ci dicono che sono vecchi perché hanno 500 anni e poco più coloro i quali si richiamano a religioni millenarie che sono vecchissime. Credo che bisognerebbe affrontare – capisco che non è tema politico, ma almeno nell’ambito della cultura laica – il tema di valori non trascendentali e prima di tutto di tornare a una concezione delle religioni come un portato della storia dell’uomo, come un elemento preponderante nella storia dell’uomo, in cui però l’uomo tenta una risposta all’orrore della morte e al mistero della vita cercando qualche spiegazioni fuori di se medesimo. ma queste religioni, dal paganesimo all’animismo, per arrivare alle grandi religioni monoteiste o al buddismo o al confucianesimo, sono tutte religioni da questo punto di vista di pari “verità”. E dunque se un laico ne parla ne deve considerare la pari dignità, se invece dà al cattolicesimo una verità con la V maiuscola e agli altri una verità solo intuita, perché non hanno colto la verità del verbo cattolico cristiano ecco allora che torniamo a una concezione trascendente, non razionale o materialistica della storia. E non vediamo come la verità cattolica si sia imposti in momenti della storia che – sembra anche questo vecchio, ora, richiamarsi al fatto che dalle crociate all’inquisizione, dalla notte di san Bartolomeo ai roghi delle streghe dalla persecuzione antiebraica, questa storia del cattolicesimo sia stata imposta con metodi e teorie che oggi potrebbero sembrarci aberranti, altro che vecchie.

La rivelazione prevale sulla ragione e non per niente è dominata dall’idea che questa rivelazione sia data attraverso un libro, sia esso la Bibbia o il Corano, attraverso un libro sacro che viene portato da un profeta e da una Chiesa e dunque ha una visione del mondo e dell’uomo creazionista – il mondo e l’uomo creati una volta per tutte – e quando questo si riflette nello sviluppo quotidiano delle idee e nelle scoperte della scienza, ogni volta – perché non è molto diversa la discussione di oggi sugli embrioni da quella sul sistema eliocentrico degli anni del Rinascimento o la condanna di Galileo: sempre di scienza si trattava, era proibita l’anatomia dei corpi umani, perché non si poteva fare anatomia-patologica. Pascarella direbbe “risemo sempre lì, famme il piacere”, per dirla in romanesco.
Può un dirigente della Sinistra essere profondamente cattolico, perché “credo quia absurdum”, perché crede, ha dentro di sè questa fede e ad essa adatta la sua azione. E buon per lui. Chi non ha questa fede, un credente può invidiarlo, lo rispetta, difende la sua libertà ha imparato quale tragedia portino le guerre di religione e la mancanza di libertà religiosa, pur tuttavia deve essere libero di avere una concezione materialistica della storia e deve esserne orgoglioso. Questa perdita di orgoglio culturale che lo porta a chiedere alla Chiesa i lumi che non ha più dalla Ragione è una cosa estremamente pericolosa perché si traduce, come vediamo immediatamente sul piano politico in un cedimento su una serie di cose che vanno dalle libertà civili alle donne alla libertà della chiesa.

Questo è il punto attorno a cui oggi ci stiamo trovando. Per noi la vita non è creazione perfetta una volta per tutte. E’ una cosa continuamente in evoluzione e quindi la scienza non dà una risposta a tutto. Viviamo nel dubbio, nello sconosciuto, nell’inconscio. L’illuminista non è un credente, sta solo con il suo dubbio sul cuore della terra, ma difende la libertà di religione, la possibilità di esperimento e dell’errore. La nostra morale e la nostra libertà non sono assolute. La nostra morale è provvisoria, ma è morale. Dunque sappiamo che nel nostro agire c’è l’eterogenesi dei fini: se agiamo in un certo modo, i risultati saranno altri. Ecco, direi di più. In questo dibattito tra Eco e Martini sono venute alcune osservazione che vorrei citare di alcuni scienziati di neuroscienze e psichiatria. Eco diceva che la morale dell’uomo laico discende dal fatto che nel momento in cui incontra l’altro e si confronta con l’altro, da questo scaturisce un’etica del confronto e del rispetto reciproco. Diceva un grande psicanalista e anche ordinario di biologia del cervello Mauro Mancia che c’è “un’altra dimensione, c’è una teologia della mente, in cui le figure più significative della nostra esistenza, in primo luogo i genitori, depositano nel nostro mondo interno, sotto forma di rappresentazione investite di affetti, condizionano la nostra visione del mondo, formano i nostri valori morali e danno senso alla vita e alla morte. Lo sviluppo del pensiero psicanalitico in questo secolo ha riportato all’interno dell’uomo quegli oggetti carichi di sacralità che tutte le religioni mettono al di fuori di sè, nel cielo o nell’inferno.

Riportare Dio o il Diavolo all’interno dell’uomo significa responsabilizzarlo per questi suoi soggetti interni capaci di amore e odio, razionalità e irrazionalità, antinomie e ambivalenze che scaturiscono da identificazioni precoci, da situazioni di frustrazione che il bambino vive quando il suo desiderio onnipotente e totalizzante si scontra con la realtà e con la formazione di una coscienza intrapsichica, quasi fetale e post-fetale, nei primissimi anni di vita”. Da quando questi soggetti interni e dalla capacità di reazione del bambino nelle sue prime reazioni significative con l’altro, in primo luogo la madre e in seguito la coppia di genitori e soprattutto con la madre, di elaborare e trasformare le frustrazioni che deriveranno i principi e i valori che regoleranno la sua vita di adulto. Da questo complesso processo nasce la religiosità dell’uomo. E’ per questo che non si può non essere religiosi. Ma bisogna intendersi: si tratta di una religiosità laica immanente alla vita dell’uomo. Quando il bambino si scontra con il desiderio di uccidere il padre o con il desiderio dell’incesto, è l’insegnamento primordiale che frena e gli dà una coscienza morale inconscia che via via si deposita e alimenterà i suoi comportamenti. Certo, poi c’è il comportamento deviante, c’è l’errore, c’è il crimine. Ma esso, tutto questo, il Diavolo, nasce all’interno dell’uomo, non all’esterno. Non c’è un demonio che ti tenta e un dio che ti salva. Tutto questo non deve farci dimenticare il valore enorme della religione e della religione nei suoi principi teologici.

Ne ho parlato a proposito del conflitto arabo-israeliano, sostenendo che fino a quando noi – in senso lato, anche Arafat e Sharon e i loro successori – pensiamo a questo conflitto in termini politico-diplomatici o puramente nazionali, di due nazionalità che si contendono il primato, con il ritorno ebraico in terra santa e con il riemergere di una nazionalità palestinese che prima non c’era, e cerchiamo una composizione di questi interessi nazionali, l’idea di una pace, noi non capiamo abbastanza e saremo sempre frustati fino a quando non inforcheremo occhiali biblici, non capiremo come per una vicenda storica e addirittura metastorica in cui, in un breve spazio di terra, si scrontrino le tre religioni monoteistiche, si scontrino i miti dell’umanità. Perché se noi guardiamo, a qualche centinaio di metri dal muro del pianto, in fondo a 2-300 metri c’è la valle di Josaphat, e in quella piana passa tutta la rappresentazione iconografica della storia dell’uomo. E se noi vediamo il muro del pianto e sopra la moschea di Al-Aqsah e andiamo a vedere cosa sono quei due reperti, ma la moschea di Al-Aqsah è il luogo dove sorgeva il tempio da cui Gesù Cristo scaccia i ladroni e il Muro del pianto è solo il muro occidentale di quel tempio e dentro, all’interno di quel tempio, c’è una grande pietra dove si diceva che il mondo della coscienza e della storia avesse un buco che dava negli Inferi e c’era il rapporto con il mondo interno, diabolico. E su quella pietra ci sarebbe stato il sacrificio di Abramo con il figlio Isacco: è la nascita della religione monoteistica come religione di dettami morali e non più come difesa dalle forze della natura.

In quello stesso luogo la leggenda vuole e il Corano recita che Maometto sale a cavallo sulla scala d’argento e riceve da Allah il libro sacro, il Corano e poi lì torneranno i Crociati e ne faranno una basilica cristiana per i 120 anni in cui resteranno, dopo diventa una moschea musulmana e tale resta fino a oggi. Se pensiamo alla storia di quel luogo non possiamo non cogliere la valenza biblica di questa lotta e allora se vogliamo cercare una radice che permetta la compresenza degli eredi delle tre religioni monoteistiche, in quel luogo medesimo, non possiamo basarci sulla visione diplomatico politica o nazionalistica, sui Caschi blu o quant’altro. Dobbiamo riandare molto indietro e tener presente che la Bibbia è un libro sacro, ma per un laico è anche un libro storico. E andare a rivedere che senso ha la leggenda di Agar, cioè di quando si racconta che Abramo ha due mogli, Sara che non gli dà figli e la schiava Agar che gli darà un figlio, Ismaele. Ma quando nasce invece Isacco, allora Sara cerca di mandare via Ismaele e Ismaele andrà nel deserto col bambino da cui nasceranno gli ismaeliti e nasceranno i maomettani. E se noi vediamo nella Genesi, 16 e 21, che Dio dice ad Abramo: non ti dispiacere, questo. Non dispiacerti per il bambino e la tua schiava Agar. Attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe, ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché tua prole. E si incontrano una volta sola Ismaele e Isacco, al funerale di Abramo.

Dunque questa visione assolutamente religiosa se la leggiamo in chiave storica e facciamo un piccolo gruppo illuminato di rabbini e sceicchi e studiosi per trovare una forma di colloquio religioso arabo-israeliano, può nascere la distruzione dell’idea che rende blasfema la presenza di un ebreo o di un arabo, reciprocamente su quella terra. Ritrovare la fraternità seppure disgiunta delle due stirpi può ridare un senso al colloquio, alla trattativa di pace, perché può pacificare gli animi e renderli compresenti. Direi che si può verificare la stessa cosa accaduta tra ebrei e cattolici, si apre la speranza allorquando il papato mette in discussione non solo 2000 anni di persecuzione ma l’idea teologica che era alla base dell’antigiudaismo dei padri della Chiesa, quell’idea della colpa del popolo ebraico e dunque della necessità della sua diaspora come elemento della colpa e della persecuzione come testimone negativo del verbo divino. Parlo per me, un laico deve avere gli occhi per leggere la storia religiosa, per viverla profondamente e per comprenderla, a condizione che mantenga la sua visione materialistica della storia anche quando è storia delle religioni e il suo rispetto per esse e l’idea di quanto siano importanti per le vicende attuali dell’uomo sia in Israele in Palestina, sia qui da noi quando discutiamo delle imposizioni del cardinal Ruini o di Benedetto XVI.

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