Il progetto dell’Ulivo. Il soggetto e le regole

L’Ulivo è il nome che dal febbraio del 1995 abbiamo dato ad una prospettiva nuova per la politica italiana. È il nome che abbiamo dato ad una «cosa» che non eravamo in condizione di definire compiutamente ma potevamo solo evocare, e che oggi cominciamo a chiamare «Partito dei democratici». Non si tratta di una idea di cui singoli individui possano rivendicare la primogenitura. Si tratta di una corrente carsica che ha attraversato per almeno un quindicennio la storia del nostro Paese prima di sfociare nel fiume in piena di molti di noi, milioni di persone civilmente in fila davanti ai seggi delle primarie, il 16 ottobre 2005.
L’Ulivo, il Partito dei democratici, non era e non è solo un nuovo soggetto politico. È il soggetto politico di cui abbiamo bisogno per rimarginare ed archiviare le ferite prodotte nel campo riformatore dalle ideologie del novecento, per dare al centrosinistra un solido baricentro segnato da una cultura di governo, per dare all’Italia un governo forte e una democrazia sana.
L’Ulivo è nato ed è di nuovo in campo per dare compimento alla transizione politica italiana. Per dare all’Italia una prospettiva duratura di crescita, per consentire all’Italia di restare un partner autorevole dell’Unione Europea e per consentirle di contribuire, per quella via, alla costruzione di un mondo più equo e pacifico sul piano internazionale.
L’Ulivo è nato per rendere possibile e cogliere positivamente la sfida di una democrazia resa più efficiente e meno opaca dal rigenerante meccanismo dell’alternanza.

L’Ulivo è nato per affermare finalmente nel nostro paese un confronto politico civile tra due proposte alternative, disposte ad alternarsi civilmente alla guida del governo. L’Ulivo è nato per superare, insieme alle logore divisioni ideologiche del passato, la democrazia del negoziato permanente. Quella visione della rappresentanza che concepisce i partiti come proiezione di segmenti ristretti della società e poi li induce a lottare per la ricerca della propria porzione di visibilità e potere, anche a discapito di un efficace esercizio della funzione di governo.
Per la sua natura, il Partito dei democratici si potrà quindi pienamente affermare solo nel quadro di un assetto di regole elettorali e costituzionali improntate al principio maggioritario, simili a quelle di altre grandi democrazie parlamentari europee. E del resto solo un forte partito riformatore può dare stabilità, sostanza ed equilibrio alla democrazia competitiva in Italia, sottraendola alla deriva personalista e populista che altrimenti rischia di prendere il sopravvento. Per queste ragioni, chi oggi, dopo il segnale forte e chiaro dato dal popolo delle primarie, vuole davvero contribuire al progetto dell’Ulivo, chi vuole sul serio riprendere il cammino iniziato nel febbraio di dieci anni fa, deve al tempo stesso compiere passi conseguenti verso la costruzione del Partito dei democratici ed impegnarsi a ricostituire regole istituzionali adeguate ad una matura democrazia governante.
Le elezioni primarie che si sono svolte il 16 ottobre 2005 sono da questo punto di vista una pietra miliare, resa inestirpabile dal peso dei quattro milioni e trecentomila cittadini italiani che vi hanno partecipato.

Le primarie hanno dato vita alla più grande associazione politica oggi esistente in un qualsiasi paese europeo e hanno dimostrato che esiste, tra gli elettori di centrosinistra, una tensione verso l’unità e una domanda di partecipazione di dimensioni e intensità tali che neppure i più fiduciosi tra noi potevano immaginare. Le primarie hanno anche affermato il principio secondo cui gli elettori, quando votano per il Parlamento, intendono scegliere congiuntamente una maggioranza e il suo leader. Hanno affermato inoltre, nei fatti, il principio secondo cui se quel leader viene per qualche ragione messo in discussione nel corso della legislatura, non vi sono alternative sensate ad uno scioglimento anticipato delle camere.
Regole adeguate ad una democrazia matura Il centrosinistra è stato e sarà sempre fermo nell’opporsi ad ogni tentativo di stravolgere la Costituzione a colpi di maggioranza. I valori in essa sanciti rimangono il fondamento della convivenza civile nel paese e della salute delle istituzioni repubblicane. Quei valori sono parte imprescindibile della nostra storia. Sono le radici della nostra democrazia e non possono essere messi in discussione con leggerezza da risicate maggioranze di governo. Neppure le necessarie modifiche della Seconda parte, quella che disciplina la formazione e i poteri delle istituzioni, dovrebbero essere varate senza un largo consenso.
Che la costituzione del 1948 vada ammodernata non ci sono dubbi. Sia nella XIII che nella XIV legislatura il centrosinistra ha riconosciuto e sostenuto la necessità di modificarne alcuni aspetti, anche in considerazione dei cambiamenti che sono già intervenuti nelle dinamiche materiali del sistema politico.

Tutti i leader di partito hanno imparato che per vincere le elezioni devono costruire coalizioni pre-elettorali ampie e identificare un candidato comune alla guida del governo. Questo ormai chiedono gli elettori, che vogliono sapere chi viene candidato a guidare il governo, e questo chiede la componente maggioritaria del sistema elettorale, che premia (anche se in misura risicata) le alleanze larghe. Ma le coalizioni fino ad oggi sono state messe in crisi nel corso della legislatura dalla tendenza dei singoli partiti che le compongono a differenziarsi l’uno dall’altro. Nonostante l’imperfetto meccanismo elettorale adottato nel 1993, anche da questo punto di vista, da allora ad oggi, si è andato comunque svolgendo un processo di apprendimento. Nel 1994 il polo vincente era solo la somma di due distinte coalizioni elettorali e, per questo, ne risultò un Governo di breve durata. Nel 1996 l’Ulivo aveva stabilito solo un patto di desistenza con Ri-fondazione, per sua natura debole e che comunque consentì un Governo dell’Ulivo di due anni e mezzo, mentre la Lega non era parte della Casa della Libertà. Nel 2001 il centrosinistra era ancora diviso mentre oggi si appresta ad affrontare le elezioni politiche dopo avere sancito la sua unità intorno ad una solida leadership comune¸ mentre il centrodestra ha governato per 5 anni con la stessa maggioranza e lo stesso Premier. Questo processo di apprendimento rischia oggi di essere interrotto a causa del disin-volto opportunismo della Casa delle liberta.
Il centrodestra ha approvato a maggioranza una riforma confusa e contraddittoria della Costituzione, pur di dare alla Lega un bandiera ideologica da sventolare in campagna elettorale e pur di trovare un accordo al suo interno.

Ha poi varato una vergognosa riforma del sistema elettorale tesa soltanto a limitare i danni di una sconfitta annunciata. Pur di trovare un qualche accordo al suo interno, non ha esitato ad umiliare il Parlamento e rinunciare all’idea di una Costituzione patrimonio comune di tutto il popolo italiano. Pur di difendere qualche seggio parlamentare e mettere in difficoltà il centrosinistra non ha esitato a prendersi gioco dei 29 milioni di persone che votarono contro il sistema proporzionale nel 1993. Non ha esitato a cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni, non ha esitato a modificare la regola che le ha consentito, nel 2001, di ottenere un numero di seggi sufficienti a tenere in vita per tutta la legislatura il governo Berlusconi, non ha esitato a mettere a repentaglio quei minimi elementi di stabilità che negli ultimi quindici anni il sistema politico italiano ha faticosamente conquistato. I parlamentari della cosiddetta Casa delle Libertà non hanno esitato nemmeno a varare una legge elettorale in palese contraddizione, per quanto riguarda la risibile entità del premio di maggioranza, con la riforma costituzionale da loro stessi approvata. Per di più enormi collegi plurinominali, con lunghissime liste bloccate, allontanano eletti ed elettori, a differenza di quanto accade nelle altre grandi democrazie europee, dove si usa il collegio uninominale o, in alternativa, collegi plurinominali con liste corte di 3 o 4 nomi che permettono di responsabilizzare i rappresentanti nei confronti di chi li elegge.
Il popolo delle primarie ha già dato un segnale forte e chiaro contro la loro sconsiderata furbizia e il loro disprezzo per le istituzioni, contro la scelta di tornare indietro, per ragioni di bottega, verso l’era della palude centrista e del proporzionale.

L’Ulivo e il centrosinistra devono rispondere sia sul piano politico (dando vita ad una nuova forza politica, a vocazione maggioritaria) sia su quello istituzionale alle furbizie sconsiderate del centrodestra e al monito degli elettori.
L’Ulivo è nato del resto in continuità con il movimento per le riforme elettorali ed istituzionali che condusse all’adozione dei nuovi sistemi di voto per i comuni e le province e che portò, dopo l’imponente pronunciamento del popolo italiano attraverso il referendum del 18 aprile del 1993, alla revisione dei sistemi elettorali per la Camera e il Senato. Quelle innovazioni hanno ha promosso la dinamica bipolare e hanno nei fatti già modificato il processo di formazione delle maggioranze e di legittimazione dei governi. Si tratta ora di dare compimento alla transizione con adattamenti della costituzione che stabilizzino la dinamica bipolare, mantengano in capo ai cittadini la scelta su chi li deve governare, favoriscano la continuità di governo nel corso della legislatura, disincentivino le tendenze autodistruttive prodotte ciclicamente dalla competizione tra gli stessi partiti di maggioranza, snelliscano il processo legislativo e mettano fine al nostro eccentrico «bicameralismo perfetto». Per dare compimento alla transizione è necessario un adattamento della Costituzione che sancisca l’investitura congiunta della maggioranza e del suo leader, e che sancisca una chiara imputazione di responsabilità per la guida del governo nelle mani del Primo Ministro.
Si intende che è necessario al tempo stesso introdurre o rafforzare alcuni elementi di equilibrio del sistema a tutela della sua democraticità e dell’unità della Repubblica, i quali consistono in una valorizzazione del ruolo di moderazione del Capo dello Stato, del ruolo di controllo del Parlamento ed al suo interno in particolare dell’Opposizione, del ruolo di garanzia, al di fuori delle parti, della Corte costituzionale e delle Autorità indipendenti.

Un ulteriore decisivo elemento di equilibrio e rasserenamento del clima politico deve inoltre venire da una forte ed effettiva garanzia di pluralismo dei mezzi di informazione, oltre che di equidistanza dai soggetti politici da parte del servizio radiotelevisivo pubblico.
Nonostante le rozze forzature che la Casa delle Libertà ha voluto imporre al Parlamento e al Paese nel corso della XIV legislatura, l’Ulivo non può abbandonare, insomma, l’obiettivo di dare finalmente all’Ita­lia un governo forte e una efficace democrazia dell’alter­nan­za. L’Ulivo ha il dovere di mantenere ferma e coerente la sua strategia di ammodernamento delle istituzioni repubblicane proprio per difenderle dalle spregiudicate furbizie di cui la Casa delle Liberta ha dato prova anche in questo campo delicatissimo.
Nella prossima legislatura il centrosinistra e l’Ulivo dovranno fare tesoro anche dei loro errori. Un adattamento della Costituzione è utile per adeguare l’impianto voluto dai padri costituenti alla nuova realtà del sistema politico italiano e alle esigenze di un governo efficace. Ma se vogliamo che serva davvero a sancire la fine della transizione non può essere un adattamento approvato a maggioranza. Le proposte dell’Ulivo andranno discusse ed approvate «insieme», come sanciva la tesi numero 1 dell’Ulivo nel 1996, ed dovranno includere una riflessione sulle clausole, in particolare l’articolo 138, che impediscano a maggioranze temporanee o improvvisate di modificare le regole della democrazia.
In ogni caso, il primo passo di una qualsiasi ulteriore discussione sulle regole della democrazia non può che essere costituito da un immediato ripristino delle leggi elettorali del 1993.

Non che quelle siano le migliori leggi elettorali possibili. Ma, se la XV legislatura dovesse inopinatamente terminare prima che sia approvata una qualsiasi organica e meditata revisione dell’assetto istituzionale, è con quelle leggi elettorali che i cittadini dovranno tornare ad esprimersi, e non con le leggi partorite dalla sconsiderata furbizia dei leader e dei parlamentari del centrodestra. Se poi in corso di legislatura vi sarà spazio per perfezionamenti condivisi nel segno di una democrazia governante e di un rapporto ravvicinato tra eletti ed elettori, tanto meglio. Ma anzitutto va sanata la ferita di fine legislatura.
Un nuovo inizio
Il 16 ottobre non abbiamo assisto solo ad una protesta, determinata e civile, contro lo sfregio alle regole del gioco da parte del centrodestra. Abbiamo assistito ad un evento di dimensioni straordinarie. Alla rivelazione di un sentimento che nessuno avrebbe immaginato potesse essere tanto intenso, composto e diffuso. Abbiamo assistito ad una grande prova di civismo, che al tempo stesso segnala l’ampiezza del consenso di cui oggi gode il leader dell’Ulivo, Romano Prodi, e l’esistenza di una forte domanda di partecipazione ed unità tra i sostenitori del centrosinistra. Quattro milioni e trecentomila persone hanno detto esplicitamente che si riconoscono nell’Unione, hanno sottoscritto la sua carta dei principi, hanno contribuito al suo finanziamento, hanno scelto un leader, gli hanno dato mandato a candidarsi, per loro conto, alla carica di primo ministro e a guidare il governo in caso di vittoria alle elezioni del prossimo aprile.

Innanzitutto, questo «patto», come chiarisce fin dalle prime righe lo Statuto delle primarie, non riguarda soltanto gli elettori e il leader. Si tratta di un patto a tre, che coinvolge gli elettori, il leader e i dirigenti degli attuali partiti del centrosinistra. Sottoscrivendo lo Statuto, i rappresentanti delle forze politiche aderenti all’Unione, hanno detto di voler «promuovere la massima partecipazione da parte dei propri militanti ed elettori alla scelta del candidato comune alla carica di Presidente del Consiglio» ma anche di volere, al tempo stesso, «far prevalere le ragioni della loro unità intorno ad una solida e autorevole leadership, portatrice di un programma il più possibile condiviso, capace di guidare la coalizione durante la campagna elettorale e, in caso di vittoria, di guidare il Governo per l’intera legislatura».
In secondo luogo, con questo patto si costituisce di fatto la più grande associazione politica oggi esistente in un qualsiasi paese europeo. Quattro milioni e trecentomila cittadini italiani, in una sola giornata, in tutti i comuni del paese, si sono recati di loro iniziativa ai seggi, individualmente, non in gruppi, con i propri mezzi, non trasportati da mezzi collettivi: hanno firmato pubblicamente l’adesione a un progetto comune, dichiarando esplicitamente di riconoscersi nell’Unione, sottoscrivendo pubblicamente davanti ad una commissione che ha verificato la loro identità e la titolarità del loro diritto di voto, hanno versato il loro contributo per un obiettivo condiviso, hanno espresso il loro consenso a che il loro nome e cognome venisse registrato e potesse essere conosciuto da chiunque ne facesse richiesta.

Hanno fatto molto di più di quanto fa normalmente l’elettore e più di quanto fa normalmente chi si iscrive a un partito politico.
Si tratta di una novità che nessuno può sottovalutare. Da trent’anni a questa parte in tutta Europa si assiste ad un allentamento dei legami tra i partiti ed i loro sostenitori. Diminuisce il numero delle persone che si identificano con i partiti, cala la partecipazione elettorale, sono sempre meno gli iscritti ai partiti e ancor più vanno diminuendo, tra gli iscritti, quelli che effettivamente partecipano alle attività di base. Le informazioni messe a nostra disposizione dalla ricerca empirica mostrano che i cittadini attivi nelle organizzazioni dei partiti del centrosinistra sono a mala pena quattrocentomila: undici volte di meno dei partecipanti alle primarie. Si tratta di un fenomeno che ha anche aspetti positivi. Il voto non è più espressione di una appartenenza o della somma di appartenenze ma sempre più di una opinione e di una scelta. Gli elettori sono più liberi dalle ideologie che avevano dominato la scena politica fino agli anni settanta. Ma i partiti rischiano di diventare scatole vuote. La loro classe dirigente rischia di essere del tutto autoreferenziale, anche a causa del fatto che nel frattempo le strutture centrali dei partiti sono diventate più ricche, dipendono molto meno che in passato dal sostegno dei militanti, molto di più dai finanziamenti pubblici e dal sostegno dei media. Quasi ovunque, le strutture territoriali di partito (sezioni, circoli, organi provinciali) si sono assottigliate fino a rimanere poco più che un’insegna, mentre sono cresciuti gli staff e il rilievo dei dirigenti, anche quando si tratta di dirigenti legittimati da poche decine di migliaia di tessere, e da un numero molto inferiore di tesserati.

I dirigenti di partito continuano del resto a controllare la selezione delle candidature per gli organi rappresentativi (consigli e parlamenti), la formazione dei governi, l’esercizio dei relativi poteri e l’allocazione delle risorse che a cascata il governo, ai vari livelli, consente di controllare: una situazione ulteriormente aggravata dalla nuova sciagurata legge elettorale appena approvata alla Camera che mette nelle sole mani dei dirigenti di partito la compilazione degli «elenchi dei parlamentari». I partiti sono insomma ancora oggi strumenti centrali della democrazia, ma la loro democrazia interna va indebolendosi. Chi li guida continua ad avere responsabilità determinanti, ma soffre di deficit evidenti di legittimazione e di controllo.
D’altro canto, sarebbe del tutto sbagliato pensare che l’associazione politica nata il 16 ottobre sia nata contro i partiti. Le righe dello statuto che abbiamo citato dicono esattamente il contrario. L’associazione e i partiti sono parte di un disegno comune. Le primarie sono state fatte anche grazie al radicamento organizzativo dei partiti come oggi li conosciamo. Sono stati proprio i dirigenti degli attuali partiti, infine, a riconoscere «sovranità» al popolo delle primarie. L’inversione di rotta impressa alla linea politica della Margherita è la migliore testimonianza di tale riconoscimento. Non sfugge a nessuno con quanta determinazione sia stata affermata, nei mesi scorsi, la necessità di tenere distinte le forze politiche del centrosinistra, e a nessuno sfugge con quanta fermezza siano stati presi solenni impegni per escludere la presentazione di liste unitarie dell’Ulivo alle elezioni politiche del 2006.

I dirigenti della Margherita e dei Ds, dichiarando ora di volere andare ben oltre la presentazione di una lista unitaria, danno la migliore dimostrazione che il popolo delle primarie è già portatore di una sovranità che va oltre la pur importante scelta del leader. Si tratterà semmai di non frustrare nuovamente le attese, con false partenze, esagerate richieste tattiche, successivi rinvii e retromarcia finali.
Verso il Partito dei democratici. Le prossime tappe
Pur avendo ben chiara la meta, occorre essere consapevoli delle oggettive difficoltà del percorso. Non ci si può nascondere che fino ad ora il dibattito intorno alle condizioni e alle forme del Partito dei democratici ha avuto un carattere astratto e occasionale. E non ci si può nascondere che invece non sarà facile superare le resistenze e gli ostacoli che inevitabilmente si frappongono al perseguimento di un obiettivo così ambizioso: il più ambizioso tentativo di innovazione politica della storia repubblicana. Si tratta di una impresa per la quale non è improprio ricorrere alla metafora e ad alcune specifiche lezioni che possiamo trarre dalla costruzione dell’Unione Europea. Come in quel caso dobbiamo trovare il modo per far convivere, almeno in una fase transitoria, identità differenti in una casa comune, dobbiamo stabilire regole decisionali che rassicurino chi è ancora geloso delle sue differenze senza inibire la possibilità di darsi strutture e strategie unitarie, dobbiamo trovare i meccanismi virtuosi che, a cascata, rendano più facile e in un certo senso, nel medio termine inevitabile lo svolgersi del processo di integrazione.
Nessuno può avere la presunzione di dettare condizioni su quali siano i prossimi passi da compiere per andare nella direzione auspicata.

È però venuto il momento di cominciare a riflettere, in concreto, su quali debbano essere le prossime tappe del percorso. Per rendere la discussione il più possibile concreta, ci limitiamo ad indicare alcuni problemi cruciali da affrontare. Proviamo anche ad identificare, a titolo esemplificativo, alcune possibili soluzioni. In questa fase siamo tuttavia più interessati a proporre una agenda per la discussione che ad avanzare proposte puntuali.
Assumiamo innanzitutto che il Partito dei democratici dovrà essere un partito a struttura federale, oltre che essere un partito federativo. Deve trattarsi di un partito che garantisce la massima espressione delle differenze, sia sul piano territoriale sia sul piano culturale, ma che sia al tempo stesso in grado di proporre ai cittadini una sintesi coerente quando opera dentro le istituzioni.
Liste comuni da subito in tutte le elezioni per organi assembleari. A noi pare che la prima condizione per favorire la progressiva integrazione «sovra-partitica» consista nell’escludere, da subito, una competizione elettorale diretta tra le diverse componenti dell’Ulivo. Se la lista unitaria dell’Ulivo per le prossime elezioni politiche vuole davvero essere il primo passo verso il Partito dei democratici non ci sono ragioni per cui la si debba presentare solo in una delle due Camere. Non ci sono ragioni pratiche per farlo. Il sistema elettorale, prevedendo che i seggi al Senato si distribuiscano su base regionale, offre invece un marginale ma significativo vantaggio alle liste più grandi.

Due liste separate rischiano di vedere sistematicamente sprecati i di voti che eccedono il raggiungimento di uno o più quozienti pieni (i cosiddetti resti). D’altro canto, varie prove elettorali, dalle Europee alle Regionali, hanno dimostrato che Margherita e Ds, quando si presentano separati, non raccolgono, nell’insieme del territorio nazionale, più voti di quanti ne raccolgano presentandosi sotto il simbolo comune dell’Ulivo. Se dovesse essere approvata la legge elettorale all’esame del Parlamento, la divisione in più liste non sarebbe neppure giustificabile con l’argomento secondo cui più candidati portano più voti, data l’impossibilità di esprimere il voto di preferenza.
Selezione attraverso elezioni primarie di tutti i candidati comuni alle cariche monocratiche di governo. Il codice genetico dell’Ulivo ci pare imponga che, tendenzialmente, la selezione dei candidati comuni alle cariche monocratiche di governo passi, a tutti i livelli (primo ministro, presidenti di regione e provincia, sindaci), attraverso elezioni primarie identiche, per modalità di svolgimento, a quelle tenute il 16 ottobre 2005. È il modo migliore per affermare l’autonomia e la specificità delle diverse componenti territoriali, per promuovere un rimescolamento delle vecchie identità, per non disperdere il grande patrimonio di partecipazione e di unità che abbiamo tutti visto in moto il 16 ottobre. Senza dimenticare che quel patrimonio di partecipazione e di unità non può essere rivendicato come una dote dell’Ulivo, o meglio dell’Ulivo soltanto, in quanto si tratta di un patrimonio dell’Unione di centrosinistra nel suo insieme.

Gruppi parlamentari unitari. La sede nella quale l’unità dell’Ulivo deve essere messa immediatamente alla prova è il Parlamento, così come, più in generale, in tutti gli organi rappresentativi a carattere assembleare (consigli comunali, provinciali, regionali). Non avrebbe alcun senso presentare liste unitarie per poi dividersi all’indomani delle elezioni. La formazione di gruppi unitari (uno alla Camera e uno al Senato) consentirebbe anche di sperimentare e mettere a punto regole decisionali adeguate alla realtà (per ora) confederativa dell’Ulivo. I regolamenti parlamentari possono fornire varie alternative dal punto di vista organizzativo. Ma è necessario definire sin da subito alcuni elementi di fondo. Sia il gruppo unitario della Camera sia quello del Senato dovrebbe avere naturalmente un capogruppo unico. Laddove si intende che verosimilmente ciascuna delle due attuali partiti esprimerebbe uno dei due capigruppo. L’esistenza di un capogruppo unico, non espresso a rotazione, può essere bilanciato da un ampio comitato direttivo, rappresentativo delle varie componenti, laddove queste ultime potrebbero non essere (ed è anzi auspicabile che non siano) espressione delle attuali «correnti» di partito, poiché rotte le vecchie appartenenze potrebbero nascere nuove affinità elettive. Il gruppo sarebbe quindi sia una somma di componenti, non necessariamente riferite agli attuali partiti, sia una somma di singoli parlamentari. Occorrerebbe comunque prevedere la possibilità di «adesioni dirette» per parlamentari che non intendono avere una specifica appartenenza, a cominciare verosimilmente dal Premier.

Delle componenti occorrerà tener conto, ma in una misura contenuta, anche per costituire in proporzione ad esse gli organi rappresentativi, oltre che per la gestione delle risorse. La gran parte di queste ultime dovrebbe essere tuttavia destinata a servizi collettivi del gruppo. Tutte le decisioni più rilevanti sull’attività legislativa dovrebbero essere prese, secondo un canone sperimentato al livello comunitario, a doppia maggioranza (una maggioranza dei componenti che consista anche in una maggioranza delle componenti), sia all’interno del Comitato direttivo sia all’interno dell’Assemblea del gruppo. Almeno in una fase transitoria, è facile immaginare che le diverse componenti culturali che lo formeranno (le quali potrebbero non coincidere con gli attuali partiti) dovranno avere la possibilità di essere distintamente rappresentate, tanto all’interno degli organi del partito quanto all’interno delle istituzioni rappresentative (gruppi parlamentari e consiliari).
Incompatibilità tra cariche di governo e cariche parlamentari. Se la legge elettorale all’esame del parlamento dovesse essere approvata ed entrare in vigore, la possibile maggioranza parlamentare dell’Unione sarà comunque molto risicata in termini quantitativi. Disporre di un gruppo unitario nell’una e nell’altra Camera tra le forze quantitativamente più rilevanti e politicamente più omogenee è quindi una necessità prima ancora che una scelta. Alla Camera la maggioranza sarà di 340 seggi più quelli conquistati tra i 12 riservati alla circoscrizione estero.

Una trentina, quindi, sopra la soglia di 316. Ancora più delicata la situazione al Senato dove non dovrebbe essere superiore alle 10 unità. Questa circostanza renderà necessaria una innovazione comunque utile a favorire un più efficace esercizio delle funzioni parlamentari e di governo. Sarà infatti necessario ricorrere a nomine di vice-ministri e sottosegretari non parlamentari e anche richiedere le dimissioni da deputato e da senatore di coloro che accetteranno tali cariche, altrimenti le sconfitte nei voti parlamentari saranno fisiologiche. Le dimissioni sarebbero facilmente gestibili in quanto non provocherebbero più il ricorso a elezioni suppletive, ma solo il subentro dei primi dei non eletti. L’Ulivo dovrebbe a nostro avviso «approfittare di questo vincolo» per identificare una quota di sottosegretari e vice-ministri tra personalità dotate di elevata reputazione tecnica che non siano necessariamente espressione di uno degli attuali partiti ma che si riconoscano nel progetto del Partito dei democratici.
Falsi problemi e nodi da sciogliere Nei paragrafi precedenti, lo ripetiamo, abbiamo voluto solo mettere in evidenza alcuni aspetti con cui, fin dai prossimi mesi, non potrà non confrontarsi chiunque voglia prendere sul serio l’avvio del percorso che porta alla costruzione del Partito dei democratici. Il dibattito che speriamo segua a questo documento ci consentirà di essere più puntuali, di mettere a fuoco altre priorità e altri problemi che oggi forse sottovalutiamo.

I punti che abbiamo toccato non hanno del resto, ovviamente, la pretesa d’essere esaustivi. Ci sono ad esempio alcuni piccoli ma importanti segnali che potrebbero essere dati da subito dagli attuali partiti dell’Ulivo, come quella di rilasciare ai propri iscritti tessere a doppia faccia, che segnalino come l’adesione ai DS o a DL sia già oggi, al tempo stesso, una adesione al Partito dei democratici che verrà. Così come si potrebbe pensare ad organi di stampa ed altre iniziative culturali comuni. Alcune convinzioni possiamo proporle però con assoluta determinazione. In primo luogo, qualsiasi pur embrionale forma organizzativa del Partito dei democratici, come potrebbe essere ad esempio la convocazione di assemblee promotrici al livello locale, o la scelta di portavoci cittadini o provinciali, deve sin dall’inizio passare attraverso il riconoscimento della piena cittadinanza, all’interno del nuovo partito, del popolo delle primarie. Chiunque abbia aderito alla Primaria 2005 ha titolo, al pari degli iscritti ai partiti che gli daranno vita, a essere parte attiva nella processo della sua costruzione e nella sua vita interna. In secondo luogo, tutti gli organi, pur embrionali, del nuovo soggetto, dovranno essere pienamente espressione di questa nuova membership. Non potranno essere quindi la sommatoria, nella forma di una diarchia, delle strutture di partito esistenti.
La «cosa» evocata dall’Ulivo, quella che oggi chiamiamo Partito dei democratici, la meta finale del cammino iniziato nuovamente dopo il 16 ottobre, è necessaria e ambiziosa.

Si tratta di una cosa radicalmente diversa dai tentativi di includere alcune minoranze all’interno dal partito della sinistra un tempo legato alla tradizione comunista e oggi legato alla tradizione socialdemocratica. L’unico soggetto unitario possibile è un soggetto completamente nuovo. Solo la scomposizione delle due maggiori organizzazioni politiche oggi presenti nel centrosinistra potrà portare alla ricomposizione di un autentico soggetto politico unitario all’altezza delle aspettative dei nostri elettori e del Paese.
Il nodo centrale da sciogliere non consiste, in ogni caso, nel far entrare la Margherita nel Partito dei socialisti europei (Pse), né tanto meno nel far entrare i Ds nel Partito democratico europeo (Edp). Basterà ricordare che in vari casi le diverse componenti interne di alcuni importanti partiti nazionali, in Italia e altrove, hanno continuato ad appartenere per parecchio tempo a gruppi e partiti europei distinti. Su questo piano, la costituzione in Italia del Partito dei democratici, rappresenterebbe un fatto talmente nuovo e importante da mettere in discussione quelle stesse etichette già oggi fragili e indistinte.
Il vero nodo da sciogliere riguarda il superamento, reciproco e simultaneo, della logica delle appartenenze, che è guidata sempre più spesso, esclusivamente, dagli interessi consolidati delle rispettive dirigenze di partito, dalla loro convenienza a ottenere ciascuna la propria porzione di risorse e potere. Fin quando questa sindrome non verrà interrotta, con decisioni conseguenti in merito alla selezione delle candidature, alla scelta dei componenti del governo, all’organizzazione dei gruppi parlamentari, alla ripartizione dei rimborsi elettorali, ai rapporti consolidati con specifici gruppi di interesse e strutture economico-sociali, ogni proclama unitario è destinato a essere confutato dai fatti.
I leader del centrosinistra che vogliano prendere sul serio l’opportunità e la sfida di fare dell’Ulivo il Partito dei democratici devono gettare il cuore oltre l’ostacolo delle convenienze di breve termine delle loro burocrazie, in nome di un progetto del quale nessuno, se non gli elettori in fila davanti ai gazebo delle primarie, può vantare la primogenitura.
La difesa delle storie e delle identità di ciascuno è iscritta nei cromosomi dell’Ulivo.

Ma questa difesa deve oggi fondersi armonicamente col bisogno di una nuova e più alta identità comune: la stessa che fisicamente è venuta dalle compostissime file di elettori che il 16 ottobre si sono trovati tutti insieme, senza chiedersi l’un l’altro da dove ciascuno venisse ma felici di sapere che tutti insieme andavano nella stessa direzione.

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