Intervento del Presidente della Repubblica a Vercelli

Eccomi di nuovo in Piemonte, a poche settimane dalla visita alla provincia di Verbania-Cusio-Ossola. Con questa di oggi, e con la visita di domani a Biella, avrò completato la serie dei miei incontri con i capoluoghi di provincia di questa Regione, cara a tutti gli Italiani: perché il Piemonte, e la sua nobile città capitale, Torino, sono state il cuore e il primo motore di quel grande moto di popolo che prese il nome di Risorgimento, e che condusse l’Italia all’unità, nella libertà.Tornano alla mente le parole della seconda, bellissima strofe dell’Inno di Mameli, il giovane poeta che immolò la sua vita per la Patria, e che ci diede, ma lui non lo sapeva, quello che è divenuto il nostro inno nazionale: “Noi siamo da secoli – calpesti, derisi – perché non siam popolo, – perché siam divisi”.Poi l’Italia risorse nell’unità: un bene prezioso, sognato e voluto da grandi uomini, Cavour, Mazzini, Garibaldi, che già vedevano nell’unificazione d’Italia il primo passo verso la costruzione di un’Europa di popoli liberi, un’Europa di pace, un’Europa unita. Qui, a Vercelli, si risvegliano molti ricordi storici: le risaie trasformate, nel maggio del 1859, dalla rottura degli argini ordinata da Cavour, in un immenso, invalicabile acquitrino, che arrestò l’avanzata delle truppe austriache. Queste avevano occupato Vercelli: la tennero per 20 giorni. Era la seconda guerra d’indipendenza, lo stato unitario era ormai vicino. Appena sette anni dopo, la secolare rete di canali che aveva fatto del vercellese il cuore della risicoltura italiana ed europea venne a completamento, con la costruzione del grande canale che ancora porta il nome di Cavour.

Si dice Vercelli, e si pensa al riso, e …. al Rosa, con le sue eccelse cime, che si possono raggiungere facendo tappa in alcuni fra i più alti rifugi d’Europa, oltre i quattromila metri. Ne discendono le vallate, ricche di attività turistiche, ricche di un fitto tessuto di imprese industriali, antiche e nuove. Sotto si stende la grande pianura, che l’operosità di queste popolazioni ha reso generosa, fertile.L’operosità degli uomini, e delle donne! L’epopea delle mondine, che oggi sembra forse ai giovani una favola, risale ad anni non lontani. Gli uomini della mia generazione ne sono stati testimoni. Era ieri; il popolo italiano aveva appena scritto un’altra grande pagina di storia, quella della Resistenza, preludio alla nascita della Repubblica, con la sua Carta Costituzionale, che ha garantito la ricostruzione della democrazia. E di nuovo il Piemonte era stato teatro di alcune delle sue gesta più gloriose. Venendo a Vercelli, percorrendo le strade che conducono a questa città, si pensa a quei giorni. Ci si guarda attorno, a un paesaggio che per alcuni tratti ci appare immutato, non fosse per le fabbriche grandiose che punteggiano oggi la vostra terra di risaie. E ci si ritrova a pensare: quanta strada abbiamo percorso! Più di quanto avessimo mai potuto sperare, negli anni tremendi della guerra, che io e i miei coetanei abbiamo vissuto già adulti; o a guerra finita, con fabbriche e città ridotte in macerie. Non che il presente non proponga nuovi problemi, e il futuro nuove incognite.

Ma l’essere riusciti a superare le avversità del passato ci ispira fiducia. Fiducia in quella passione del lavoro, in quell’ingegno innato, che ha riplasmato questa terra, e l’Italia tutta, disegnandola a misura d’uomo, arricchendola di paesaggi, di città, di monumenti incomparabili, che il mondo intero ci invidia ed ammira. L’unità della Patria; la libertà dei cittadini. La Carta Costituzionale e le istituzioni che a questi principi si sono ispirate sono state le fondamenta della rinascita e dell’affermazione della nostra Italia: ne assicurano la saldezza e il progresso. Gli orizzonti del nostro operare si sono immensamente allargati, fino ad abbracciare il mondo intero. Un mondo ancora travagliato da odii e conflitti, ma ormai consapevole della sua indivisibilità, della sua indissolubile unità. Nel corso di questi ultimi 12 mesi ho fatto due viaggi in terre remote, Cina e India: Paesi con popolazioni immense, e vaste ambizioni di benessere, che richiederanno parecchi decenni per realizzarsi. Sono popoli in cammino, la cui trasformazione epocale ci appare talvolta come una sfida, se non addirittura come una minaccia, ma che ci propone anche grandi opportunità. In questi viaggi, e in quello che tra poche settimane farò in Turchia, un popolo per tanti aspetti diverso da noi, ma che si sforza di diventare Europa perché vede nella nostra Europa un miraggio e un modello di civiltà, mi hanno accompagnato e mi accompagneranno molte centinaia di nostri imprenditori. Essi sono animati da un’ardita fiducia nella loro capacità di trovare in quelle terre nuovi spazi per far crescere le loro imprese.

Sono mossi anche da un costruttivo spirito d’avventura. Siamo stati un popolo di esploratori, siamo stati protagonisti dell’epoca delle scoperte, e non lo abbiamo dimenticato.Al loro spirito d’iniziativa e ad una politica di governo che sappia stimolare le innovazioni necessarie per restituirci adeguata competitività sui mercati mondiali sono affidate le nostre speranze di riconquistare il terreno perduto. Noi tutti ci interroghiamo su come meglio affrontare e vincere le prove odierne, e quelle future. Il primo pensiero corre ai nostri giovani, alla loro formazione. Fortifichiamo la gioventù, prima di tutto nell’acquisizione dei valori propri della nostra civiltà: sono le fondamenta della nostra coscienza. Questa visita a Vercelli, città che fu sede nel Duecento del primo Studio universitario del Piemonte, e che oggi ha una popolazione studentesca crescente, nell’ambito della nuova Università del Piemonte Orientale e nel polo distaccato del Politecnico di Torino, conferma poi una mia forte convinzione: occorre inoltrarsi con decisione sulla via della ricerca, dell’innovazione. La nuova generazione deve essere preparata a competere con giovani di Paesi anche poveri che, guardando lontano, dedicano vaste risorse all’istruzione, nei settori più avanzati della scienza e della tecnica. Essi sanno, e noi sappiamo, che la competizione globale è soprattutto competizione di cervelli, oltre che di capacità imprenditoriali, e di una forte attitudine al cambiamento.Le società industriali avanzate, come la nostra, sono, per loro natura, società in continua trasformazione; debbono saper superare fasi inevitabili di crisi e, nella corsa allo sviluppo, debbono saper essere sempre qualche passo avanti agli altri.

La vostra provincia, come molti altri territori, in Italia e in tutti gli altri Paesi europei, ha visto scomparire imprese grandi e famose, che davano lavoro a migliaia di dipendenti. Le vostre risaie, che richiamavano lavoratrici da terre lontane, oggi continuano a produrre ricchezza: ma certo non creano più occupazione. Avete però saputo reagire, dando vita a nuove imprese, che hanno creato nuove opportunità di lavoro, e potete oggi vantare un tasso di disoccupazione molto ridotto, che i tecnici definiscono “fisiologico”, assai vicino alla piena occupazione. Nel corso del mio viaggio nella provincia italiana, che volge ormai alla fine (la vostra è la novantaquattresima provincia da me visitata in forma ufficiale), ho trovato molte realtà affini alla vostra, molti territori che, come il vostro, si sono lasciate alle spalle crisi industriali gravi, con la scomparsa, nel volgere di pochi anni, anche di grandi imprese, ma che hanno saputo reagire creando nuove fonti di benessere, grazie, in primo luogo, a una saggia collaborazione tra produttori, sindacati, e pubbliche istituzioni. Questo deve ispirare fiducia anche a chi è più indietro sulla strada della conversione produttiva, ed incoraggiare quelli che, come voi, il peggio della crisi l’hanno superato, a realizzare quelle iniziative – negli impianti e nelle infrastrutture – che giudicano indispensabili per nuovi progressi. Vi do un esempio. Questa è una terra solcata da un intreccio di autostrade, che corrono da Est a Ovest, da Nord a Sud.

Fra Torino e Milano, voi potete dire di essere il nodo centrale del sistema. Questo è un elemento di forza, un importante fattore di crescita; anche se le metropoli vicine attirano molti dei vostri giovani. Eppure, con la singolare struttura a clessidra del vostro territorio, che si allarga a Nord tra laghi e montagne, vi trovate ad avere zone il cui sviluppo richiederebbe nuove vie di comunicazione rapida. Che però non si fanno. In questa situazione non siete i soli. Ad ogni visita a province dell’arco alpino, nessuna esclusa (e pure si tratta di province ricche), trovo la stessa lamentela per la mancata realizzazione di quell’”asse pedemontano”, come tutte lo chiamano, che dovrebbe collegarle seguendo dal principio alla fine l’arco alpino. Questo asse pedemontano appare a tutte queste province indispensabile. Tutte lo giudicano un obiettivo assolutamente prioritario per il loro avvenire.Ma a tutte continua ad apparire come un sogno impossibile: vuoi per mancanza di soldi, vuoi per l’incapacità delle amministrazioni locali di mettersi d’accordo sul tracciato ideale. Se la colpa sia dei Comuni, delle Province, delle autorità regionali, o di quelle centrali, o della mancanza di iniziative di carattere privatistico, è difficile dire, anche perché ognuno tende a scaricare la colpa sugli altri: certo è che questa benedetta Pedemontana tutti la vogliono e nessuno la fa. Eppure, darebbe ancor nuovo respiro all’economia di tutti questi territori. Concludo con un ricordo personale, che voi avete rievocato: io la Pro Vercelli – la gloriosa e temibile Pro Vercelli, con i suoi sette scudetti – l’ho vista giocare (nell’aprile del 1935, se non ricordo male), in un incontro a Livorno contro la squadra della mia città.

Con l’animo del tifoso che comprende la passione di altri tifosi, auguro anche alla Pro Vercelli di risorgere, come è risorto il mio Livorno. Auguri! Il calcio provinciale fu la culla del nostro “futbol”, e rimane il vivaio dei nostri campioni.E grazie ancora a tutti voi per l’accoglienza così calda che mi avete riservato. Questo è un felice inizio di giornata, di una giornata che prevede ancora altri incontri con Vercelli e i Vercellesi. Ancora vi ringrazio.

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