I tempi del terrore

Come era stato facile convincersi che tutto ormai fosse passato, Madrid e le Torri gemelle, il conto dei morti, le rivendicazioni, le minacce. In fondo ci eravamo anche abituati alla guerra dell’Iraq, a cui ci siamo sempre opposti. Morti sempre più lontani, mentre da noi la questione diventava calda soltanto nei giorni in cui il Parlamento doveva rifinanziare la partecipazione italiana.

Sempre più evanescenti Bin Laden e al Zarqawi, fantasmi di un terrore silente, dunque vinto.

Questo fino a stamani, quando il mondo è di nuovo impazzito e ci siamo resi conto che il nostro piccolo universo quotidiano poteva ancora una volta essere sconvolto dalla guerra del ventunesimo secolo. Non finita né vinta, ma soltanto in attesa di colpire. E oggi sette luglio stiamo tutti vivendo ore di angoscia perché la conferma del timore più volte espresso è nel dramma che vivono i cittadini di Londra: il terrorismo, quel terrorismo di ispirazione islamica e radicale, non si vince con gli eserciti e con le bombe. La democrazia non si esporta. Serve altro. Serve soprattutto essere uniti e dunque avere una sola strategia, condivisa, lungimirante. Serve sapere che siamo tutti nel mirino, l’Occidente lo è, il cittadino comune lo è. Serve che la condanna sia netta e senza esitazioni. Serve che non ci siano fughe in avanti di singoli stati e di singoli leader.

Supereremo questa guerra se ognuno di noi saprà fare una parte, magari soltanto sforzandosi di capire: senza strumentalizzazioni, senza isterismi.

L’intelligenza ci conferma che mentre noi eravamo distratti a seguire misere vicende di casa nostra, il terrore imparava a organizzare la strage per tempo (ma come calcola il tempo, il terrorismo del ventunesimo secolo?), imparava a scegliere le scadenze spettacolari, politicamente importanti. Così si preparava a trasformare il G8 in un Ground zero, la City in Wall street.

Imparava a parlare a tribune sempre più ampie e dunque a rivolgersi a Bush e Blair ma anche, sicuramente, alle migliaia di no global accorsi in Scozia per cercare sostegno, complicità. Non è un caso (ma se ne è discusso troppo poco) che nei più recenti documenti delle Br i riferimenti al terrorismo islamico siano frequenti e simpatetici. Ecco perché è importante che oggi, in Italia come in Scozia, i leader dei movimenti condannino la strage di Londra senza se e senza ma. Mandino un segnale di pace a chi vuole solo la morte, scendano in piazza accanto a chi manifesterà contro il terrorismo.

In questa grande alleanza che è indispensabile per superare la sfida a cui ognuno di noi è chiamato non possiamo portare i nostri rancori piccoli e grandi, le incomprensioni di ogni giorno, la meschinità quotidiana. E se siamo, come siamo, convinti che il terrorismo non si vince con la guerra soltanto, cerchiamo comunque di impedire che questa nostra civiltà occidentale divenga qualcosa per cui non valga più la pena di battersi ogni giorno. Fin qui ce la possiamo fare.

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