Studi legali e comitati etici

Non sono a conoscenza, per quanto riguarda la realtà italiana, della istituzione, in seno agli studi legali di una certa grandezza, dei cosiddetti Comitati Etici, cioè l’Organo che tende a perseguire tanto la salvaguardia delle posizioni e degli interessi particolari dei terzi (colleghi, altri professionisti e clienti) sottesi al corretto esercizio della professione, quanto la tutela degli interessi generali dei consumatori – clienti. Interessi che, se pur potenziali ed eventuali, hanno una valenza generale e quindi rilevanza pubblicistica, meritevole di tutela specifica in parte rimessa all’autoregolamentazione e talora alla norma giuridica primaria. L’unica notizia di questo genere è quella riportata dal SOLE 24 ORE del 27 dicembre 2004 il quale a pag. 7 dava notizia dell’istituzione di un Comitato Etico in seno ad uno Studio Legale di Roma. E allora c’è da chiedersi quali sono i motivi che spingono i professionisti di uno studio a dotarsi di questo Organo, posto che gli stessi hanno fatto voto di lealtà e correttezza professionale come giustamente disciplinato dal Codice Deontologico proprio di chi esercita la professione forense e sul quale di recente opportunamente si è soffermato il Presidente del Consiglio Nazionale Forense prof. Guido Alpa. Ha scritto di recente Andrea Miglionico in un articolo apparso su Milano Finanza che l’Etica è stata intesa per lungo tempo come riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo (citando Socrate) considerato sulla base di principi morali universali essenziali ed intangibili, uguali per tutti; è la scelta tra valori, o ancor più la metodologia di scelta dei valori, quali che siano, in positivo o negativo, che costituisce l’essenza dell’etica, mentre il disvalore è il non scegliere tra i valori e quindi la mancanza di qualsiasi guida morale.

Ed in occasione di un Convegno svolto di recente a Roma su “Le Nuove sfide del Mercato Globale: la Responsabilità Sociale delle Imprese” nel Suo intervento Cesare Imbriani, economista attento e scrupoloso, rileva come un comportamento etico sia la migliore strategia economica nel medio – lungo termine, nel senso che esso consente la massimizzazione delle opportunità di crescita e di redditività, in un contesto caratterizzato da un elevato consenso sociale. Allora, la peculiarità tipica dei Comitati Etici in seno agli Studi Legali è quella di vigilare affinchè vengano arginati, o meglio esclusi quei comportamenti che tendono ad approfittare di situazioni favorevoli e di vantaggio dovuti a fattori diversi da quelli di leale competizione o di captare la benevolenza altrui con atteggiamenti falsamente amichevoli e di escludere qualsiasi comportamento fuori, o anche ai margini della piena legalità. Il professionista, per riprendere l’articolo di Miglionico, al quale fa già carico l’obbligo legale del segreto professionale sulle notizie e fatti conosciuti per effetto del proprio mandato professionale, sanzionato in caso di violazione di legge, deve osservare sempre atteggiamento di riserbo su tali notizie, anche se apprese in via incidentale e pur se riguardano la sfera personale del cliente o di altri soggetti a questi comunque legati da vincoli affettivi o economici. Uno dei modelli che meglio interpreta la problematica della vigilanza e trasparenza delle internal rules è proprio quello adottato dal Comitato Etico, il quale attraverso un complesso organo di principi, disposizioni, schemi organizzativi e connessi compiti di responsabilità, ha come funzione la realizzazione e la diligenza gestionale del sistema di controllo e monitoraggio delle attività sensibili.

Mi piace concludere queste brevissime considerazioni con le parole di un grande ed indiscusso Maestro che di queste cose se ne intende, Guido Rossi, il quale in un articolo a proposito dell’etica degli affari concludeva nella speranza di non essere frainteso quasi volesse negare validità ad ogni dibattito etico in funzione dell’attività dei consociati e di una vita migliore nella società civile. Infatti il dibattito è invero essenziale, ma esso deve essere soprattutto riportato entro i binari o delle modifiche legislative o delle deleghe o dei rinvii che l’ordinamento fa della morale pubblica, ai buoni costumi, alla buona fede, alla correttezza ed a tante altre clausole generali o speciali. Che il dibattito dunque continui, ma con la consapevolezza di tutti i trabocchetti creati dall’etica – tampone, con la necessaria umiltà che deve ispirare anche i cultori della filosofia morale, ma soprattutto con l’abbandono della sottile e sfacciata insolenza dei managers quando parlano di etica degli affari o dei politici quando affrontano, coi modi loro, la questione morale. La lotta per il diritto non può dunque essere eliminata neppure dal ricorso all’etica.

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