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Contributo per un programma riformista

6 maggio 2005 - Commenti disabilitati
Fondazione ItalianiEuropei

La fondazione Italianieuropei ha promosso un convegno dal titolo «Contributo per un programma riformista». Un incontro di alta politica che ha visto partecipare tra gli altri, ospitati da Massimo D’Alema, presidente della fondazione e da Giuliano Amato, presidente del comitato scientifico, il segretario dei Ds Piero Fassino, il presidente della margherita Francesco Rutelli, l’eurodeputato e membro della segreteria Ds Pierluigi Bersani, il presidente dello Sdi Enrico Boselli, Luciana Sbarbati, segretario dei repubblicani europei e il leader dell’Unione Romano Prodi. La giornata si è sviluppata in due sessioni, la prima, in mattinata, dal titolo «Quale politica estera per l’Italia». La seconda nel pomeriggio, dal titolo «Economia e competitività: la sfida difficile». La tavola rotonda condotta dal direttore de “la Repubblica” Ezio Mauro, tra D’Alema, Amato e Prodi ha chiuso il convegno.
Da padrone di casa Massimo D’Alema apre i lavori del seminario cominciando a parlare di politica estera. Durante il suo intervento si sofferma inizialmente sul problema fondamentale, sollevato dalla destra americana della possibilità di «esportare la democrazia». Secondo il presidente dei Ds l’unilateralismo americano è un errore e va fermato ma questo è possibile solo a patto che l’Europa agisca unita sullo scacchiere internazionale facendosi carico del problema. «Esportare la democrazia con successo vuol dire non escludere l’uso della forza».
D’Alema ricorda che alla tragedia dell’11 settembre gli americani hanno dato la risposta sbagliata della guerra preventiva, ma aggiunge che «in Europa è sembrata prevalere l’idea che, in sostanza, l’11 settembre avesse cambiato ben poco».

Insomma, da parte dei Paesi del Vecchio continente c’è stata «una sottovalutazione» della sfida lanciata dal terrorismo e quindi una «risposta insufficiente». Ad esempio nel comportamento del presidente francese Chirac è rintracciabile «una visione strumentale dell’Europa, speculare rispetto a quella dei Paesi che sono corsi ad accodarsi agli Usa: da una parte e dall’altra, l’Europa si è divisa più che altro sulla base di un malinteso interesse delle Nazioni».
Insomma, secondo D’Alema, la risposta del centrosinistra, dei progressisti, alla sfida del terrorismo e alla minaccia del dilagare della armi di distruzione di massa «dovrebbe prendere le mosse da uno dei punti centrali della nuova dottrina americana» ovvero dall’idea che «il fondamento della sicurezza internazionale sta nell’espansione della democrazia», un tema che «è terreno di confronto con la destra americana». La differenza sostanziale con le teorie dei neoconservatori Usa, spiega D’Alema, sta nel fatto che loro impostano tutta la loro strategia sull’uso della forza, mentre per il centrosinistra è fondamentale definire una «strategie globale» che affronti il problema «della riduzione delle disuguaglianze» e che sia impostata sul primato del diritto internazionale e sull’azione delle istituzioni sovranazionali, la cui efficacia deve essere al centro dell’impegno delle forze di centrosinistra. Senza di questo «il rifiuto dell’unilateralismo appare solo velleitario e il riferimento al multilateralismo sembra solo la difesa pigra di uno status quo, tollerante nei confronti dei regimi dittatoriali».
Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia, il compito dell’Unione sarà quello di lavorare affinché questo venga rilanciato a livello internazionale.

«C’è uno spazio dell’Italia uno spazio non facile, che richiede scelte impegnative e complesse. Uno spazio che faccia dell’Italia un paese di punta nell’affrontare la crisi europea rilanciando il processo di integrazione. Un paese che assuma l’iniziativa nella riforma delle istituzioni internazionali e nel dialogo con gli Stati Uniti. Un paese che sia protagonista nel dialogo del Mediterraneo. In questa direzione – ha aggiunto D’Alema – dovrà approfondirsi la nostra riflessione e la nostra ricerca. Senza smarrire il collegamento con i movimenti, la società civile, il volontariato, le organizzazioni non governative, noi dovremmo tradurre tutto ciò in politica e costruire una politica di pace e di sicurezza, rafforzando le organizzazioni internazionali. Opera, questa, più complessa che manifestare per la pace».
Nella seconda parte del seminario, il tema centrale è stato quello dell’economia e della competitività. È Giuliano Amato questa volta che apre le danze, delineando le politiche necessarie per rimettere in moto l’economia italiana. «E’ necessario dare agli italiani delle proposte concrete che migliorino le loro aspettative per il futuro» e sprona i riformisti «a mettere sul tavolo progetti, programmi, dossier concreti perchè gli italiani non si accontentano delle parole». Un invito alla concretezza che muove da alcuni punti fermi: «L’economia è stagnante da diversi anni, la produttività totale non riesce a crescere, c’è una progressiva perdita di quote di mercato internazionale – analizza Amato – e le ricette del centrodestra non hanno funzionato».

Spiega l’ex premier che gli assi fondamentali della politica economica di Berlusconi erano due: la riduzione dei tributi e l’alleggerimento delle regole del mercato del lavoro. Il risultato, detto seccamente, è questo: «Gli esiti non corrispondono alle aspettative. Per gli operai e i pensionati non ci sono stati aumenti, casomai fenomeni di stagnazione», e invece si assiste «ad un aumento della ricchezza finanziaria, anche se Cipputi non se ne è accorto. Tutti gli operatori, dal precario al principale imprenditore, lavorano su orizzonti che si sono fatti più ristretti, sono privi di futuro». Inoltre, sono troppo diversi i livelli di tassazione del lavoro rispetto a quelli della rendita, e troppo favorevoli a quest’ultima. Amato individua negli investimenti nel settore industriale uno degli strumenti principali per il rilancio dello sviluppo. Ma per gli investitori è troppo conveniente continuare a investire nelle rendite finanziarie, visto il livello della tassazione. «Fino a che le rendite finanziarie saranno passate al 12% e il lavoro al 32% non potrà resistere neppure Sant’Antonio, figuriamoci se può resistere Gnutti».
Amato propone un’analisi della situazione economica del Paese partendo dal presupposto che per far ripartire la crescita «l’agenda di Lisbona non può bastare» in quanto «è una strategia di medio-lungo periodo». L’Italia ha invece bisogno di politiche che siano in grado nel breve periodo di fare da motore alla crescita. Queste politiche di solito si concentrano sugli investimenti pubblici e sulla leva fiscale per stimolare la domanda ma, osserva Amato, «in Italia non siamo in grado di farle, forse nessuno lo è tranne gli Usa, che hanno una situazione unica perché hanno il dollaro».

L’unica soluzione possibile dunque è quella di «impostare politiche percepibili e pertinenti che diano agli operatori la sensazione che gli orizzonti si allargano. Ridare un futuro a questo Paese, come diciamo spesso, oltre a essere una esigenza civile è l’unica politica economica che oggi possa rimettere in movimento la macchina dell’economia italiana».
L’ex premier precisa però che non basta «ripetere come un rosario termini astratti come innovazione, formazione, ricerca. Serve concretezza». Amato individua quindi alcuni settori nei quali occorre intervenire in modo puntuale: nel campo della formazione ad esempio «introdurre incentivi qualitativi avendo il coraggio di rompere le corporazioni dell’insegnamento», nell’ambito della politica industriale concentrandoci «su ciò che facciamo meglio» ed evitando che la trasformazione dell’economia basata sulla produzione di beni all’economia di servizi «diventi una condanna per il sistema industriale». Per Amato è opportuno anche «valorizzare il patrimonio storico e culturale al fine di incrementare il turismo» ma c’è anche «un mercato da sviluppare», quello delle telecomunicazioni dal momento che esiste un’attitudine degli italiani a far uso dei telefonini anche quando il loro reddito si riduce. Quanto al Welfare Amato ritiene che «il nostro sistema non sia dei migliori» soprattutto perché «non produce nuovo lavoro» e individua quindi come obiettivo del nuovo stato sociale quello di creare le condizioni per fare in modo che «vi sia il numero più ampio possibile di famiglie con un doppio reddito».
Infine, l’ex premier ritiene che sia necessario intervenire sull’orientamento degli investimenti privati: «l’Italia è vittima di una malattia – dice – ci sono più investimenti finanziari a danno di quelli industriali», il che vuol dire che i soldi spesso vanno verso le società che producono soldi e non verso quelle che producono beni.

Amato si rivolge quindi agli esponenti della coalizione: «spesso ci chiediamo se serva un progetto o un programma. Io credo che servano entrambi e che servano dei dossier concreti, agli italiani non dobbiamo dire solo parole ma presentare proposte di cui capiscano il senso, solo così cambieremo le loro aspettative».
«La nostra ambizione sia all’altezza della crisi del paese». Piero Fassino, durante l’intervento al convegno avverte che le elezioni non sono ancora vinte e ricorda che Berlusconi quattro anni fa riuscì a conquistare il governo del Paese «perchè fu chiamato a dare una speranza. La Casa delle libertà «vinse le elezioni con quella ambizione lì. Ora quell’ambizione o ce l’abbiamo anche noi o rischiamo».
Secondo il segretario dei Ds, bisogna intercettare i problemi del Paese, per questo «il programma è così strategico». Per Fassino, nei mesi che ci separano dalle elezioni politiche, bisogna dare prova di buon governo perchè l’Unione guida sedici regioni su venti e il 70% delle province, oltre a 5 mila comuni degli 8 mila presenti sul territorio. I partiti della Federazione dell’Ulivo devono quindi fare un salto in termini di assetto. Il segretario dei Ds Piero Fassino chiede agli alleati della Fed uno sforzo di volontà politica per non disperdere il patrimonio della lista unitaria. «Se percepiamo che la politica riformista abbia bisogno di un grande soggetto che la esprima, occorre la volontà politica per realizzarlo».
Durante la tavola rotonda, a cui ha partecipato anche Romano Prodi, il professore stesso prende l’impegno di inserire nel programma del centrosinistra una iniziativa di politica estera e di difesa comune europea.

A chi gli chiede se sia favorevole a una politica estera e di difesa comune europea risponde: «E’ facile anche perchè gli altri Paesi mille volte mi hanno detto “dai vieni”. E’ possibile, è realistico e deve essere nel nostro programma». Prodi ha anche sottolineato che una volta approvata la Costituzione europea si potranno avere gruppi di testa in Europa perchè «non si puo’ andare sempre alla velocità del vagone più lento». Ma ha anche sottolineato che già ora «il processo europeo, dall’euro all’allargamento, alla Costituzione, è così radicale che è un miracolo. E’ il rovesciamo dello stato moderno e di cinque secoli di storia: se ci vuole tempo, ci vuole tempo. L’Europa sta andando molto forte e dopo c’è un processo irreversibile».
Prodi parla anche di Welfare e delle riforme di cui ha bisogno. «Ho sempre detto che il Welfare non è marginale. Ci sono alcuni punti fermi che voglio tenere fermi. Lo stato sociale è la più grande conquista raggiunta nel XX secolo, l’ho detto e lo ripeto. Il sistema della sanità, quello delle pensioni, su questo sono d’accordo ma perbacco la proposta di spostare le gerarchie di valori verso una non protezione dei diritti dei cittadini, questo il centrosinistra non lo può fare perché allora non si capirebbe perché facciamo politica. I principi fondamentali – ha insistito Prodi – non vanno tolti: serve un sistema fiscale al servizio della ripresa e un Welfare al servizio dei diritti dei cittadini».
Un monito a «lasciar stare la Corte costituzionale» è stato rivolto da Giuliano Amato al centrodestra parlando delle riforme costituzionali fatte dalla Casa delle Libertà.

«Non vedo un futuro – sostiene Amato – per questa riforma della Costituzione e il referendum la spazzerà via. Credo nel bipolarismo se ha senso una maggioranza che governa e una opposizione che si prepara a governare nella legislatura successiva. Per consentire questo occorre rafforzare i poteri di garanzia in modo che la maggioranza non diventi una maggioranza pigliatutto». Giuliano Amato definisce la riforma del sistema bicamerale ideata dal centrodestra come «un gigantesco papocchio che peggiora il bicameralismo esistente e crea un sistema che aumenta le conflittualità e le controversie», ritenendo che le riforme costituzionali si debbano fare «o con una bicamerale o con un organismo istituito per questo ma non attraverso il l’articolo 138 perchè così si possono fare solo modifiche limitate».
Sempre in tema di riforme, anche se non di rilievo costituzionale, Massimo D’Alema lancia la proposta di rivedere, all’inizio della prossima legislatura, il sistema delle leggi elettorali italiane. «Nella prossima legislatura bisognera’ rivedere qualche regola, a cominciare da una revisione attenta delle leggi elettorali. Nella crescita confusa del bipolarismo italiano abbiamo sei sistemi diversi. E’ troppo, c’e’ una confusione che opera sul sistema politico con messaggi contrastanti, che generano comportamenti schizofrenici. Questi sistemi dicono contemporaneamente ai partiti di unirsi, con il maggioritario, e di distinguersi, quando si vota con il proporzionale.

Non possiamo continuare così. Quindi – conclude D’Alema – questo è un tema da affrontare». Poi ironizza: «Non a tre mesi dalle elezioni perchè c’è un esperto di nespole che ha scoperto un qualche sistema per ottenere qualche voto in più, ma ad inizio legislatura».

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