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Mafia e Stato, dalla convivenza all’alleanza

4 maggio 2005 - Commenti disabilitati
Paolo Sylos Labini

Dall’introduzione al libro “Intoccabili” di Saverio Lodato e Marco Travaglio, che ricostruisce gli ultimi 15 anni di inchieste e processi su mafia e politica, dal pool di Falcone e Borsellino a quello di Caselli a quello di Grasso. Sottotitolo: “Perchè la mafia è al potere. Dai processi Andreotti e Dell’Utri alla normalizzazione. Le verità occultate sui complici di Cosa nostra nella politica e nello Stato” (ed. Rizzoli-Bur, 10 euro).
Chi legge questo libro, alla fine, non può non porsi una domanda: come siamo potuti cadere così in basso? Possibile che la guerra alla mafia, che soltanto dieci anni fa pareva non lontana dal successo, sia finita così male, addirittura con la mafia al potere? E ancora: possibile che il «popolo di geni» di cui vaneggiava Mussolini continui a credere, dopo dieci anni, alle atroci menzogne di un Berlusconi e della sua corte dei miracoli? Verrebbe da concludere che siamo un popolo di imbecilli e di malfattori, altro che geni. Ma, prima di abbandonarci all’angoscia e alla disperazione, proviamo a ragionare.Al fondo c’è un micidiale, radicale cinismo che domina tutto, un’assuefazione al malaffare che diventa ambiente e costringe le persone civili e oneste – ce ne sono ancora, e tante – a una ammutolita paralisi. Perciò è importante che escano e circolino libri come questo. Perché sono una delle poche armi che ci rimangono per trovare o rinfocolare il coraggio di combattere. È l’informazione particolareggiata dei fatti che dà coraggio.

Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non vogliono essere servi, ma finiscono per esserlo inconsapevolmente, col torpore rassegnato che li paralizza. Una condizione che io spiego non solo col nostro machiavellico cinismo, ma anche con qualcosa di ancora peggiore: una grave carenza di autostima, come direbbe Adam Smith; un diffuso autodisprezzo, come dico io. Spesso, dopo infinite discussioni su questi temi, mi capita di sentire da persone di «destra» e di «sinistra» la terribile battuta: «Ma che diavolo pretendi, in fondo siamo italiani!». E ogni volta mi domando perché ci siamo ridotti in questo stato miserabile, in questo abisso di abiezione che, sotto certi aspetti, è peggiore di quello in cui ci aveva cacciati Mussolini. Certo, la mancanza di senso dello Stato, che deriva dalla mancanza di uno Stato. Certo, la superficialità della cultura popolare e la grave debolezza della borghesia intellettuale ed economica spiegano il carattere volubile dell’opinione pubblica e la facilità con cui viene sistematicamente ingannata per mezzo del micidiale potere persuasivo del monopolio televisivo. Certo, i guasti della Controriforma senza Riforma. Certo, i sottoprodotti della morale cattolica, che privilegia la misericordia piuttosto che la giustizia. Non tanto perché sia migliore il protestantesimo rispetto al cattolicesimo, ma perché da noi la Chiesa ha avuto il potere temporale, e dunque ha usato la religione come instrumentum regni. Mi ha sempre colpito il racconto di Nassau Senior, un economista mediocre, famoso più che altro per gli attacchi che gli riservò Karl Marx.

A metà dell’Ottocento la sua passione per i viaggi e per la conoscenza dei potenti d’Europa lo portò a Roma, dove conobbe il papa e dipinse un quadro raccapricciante dello Stato pontificio. Senior racconta di un confessore che, a una donna con un figlio di idee liberali, impose di denunciarlo con tutti i particolari in cambio dell’assoluzione. La donna ci pensò qualche giorno, poi denunciò il figlio, che fu arrestato e torturato. Come meravigliarci, allora, se l’Unità d’Italia non s’è mai davvero compiuta, se il bene comune non è mai stato considerato come un obiettivo di tutti, a dispetto del nostro nazionalismo di cartapesta?L’uomo è un animale sociale e aspira ad avere l’orgoglio di appartenere a una comunità: la famiglia, il gruppo, la patria. Ora, la Patria in Italia è venuta tardi e in condizioni infelici. Ancora un secolo fa l’analfabetismo era gigantesco. Quando all’inizio del Novecento Salvemini si batteva per il suffragio universale, le persone che avevano diritto al voto erano il 6-7% della popolazione. Con una legge di Giolitti salirono al 20%, perché per votare bisognava saper leggere e scrivere e avere un piccolo peculio; il voto, poi, era concesso solo agli uomini. Il pericolo del fascismo lo capirono in pochi, all’inizio. Lo stesso Benedetto Croce fu per anni filofascista e, da senatore, votò a favore di Mussolini, anche dopo il delitto Matteotti. Solo in seguito divenne uno dei padri dell’antifascismo. Anche nell’esigua cultura liberale dell’epoca, quelli che denunciarono il regime fin dall’inizio non furono molti: Piero Gobetti, Giustino Fortunato e pochi altri.

Retorica a parte, il cosiddetto impero e poi la seconda guerra mondiale, con tutti quei richiami all’antica Roma, non potevano certo far crescere l’autostima del popolo italiano e quindi l’amor di Patria. E infatti l’ubriacatura passò in fretta, con la campagna di Grecia, che svelò a tutti la nostra assoluta impreparazione. L’ostilità al regime divenne diffusa e fortissima e poi la sconfitta apparve ignominiosa proprio perché gli Italiani si resero conto dell’irresponsabilità del capo, che si autoproclamava infallibile ma che aveva gettato l’Italia inquelle condizioni nella fornace di una guerra terribile. Penso che la morte della Patria – speriamo temporanea – risalga a quella tragedia.Attenzione: anche la mafia è una comunità, con le sue regole, il suo codice, il suo diritto, le sue istituzioni. Per coloro che ne fanno parte, pure se si definiscono «uomini d’onore», è più difficile provare orgoglio. Ma è più facile toccarne con mano i benefici: ricchezze, potenza, protezione. La studio da quarant’anni, la mafia: da quando Giangiacomo Feltrinelli, nel 1958, mi propose di organizzare un gruppo di ricercatori – io ero professore a Catania – per condurre un’indagine ad ampio raggio in Sicilia, che alla fine diventò un corposo volume di 1500 pagine. Nel giugno 1965, dopo Catania, fui ascoltato dalla commissione parlamentare Antimafia, presieduta dal senatore Donato Pafundi (la mia deposizione fu poi pubblicata nel 1970 da Laterza in Problemi dello sviluppo economico).

Nel 1974, come si ricorda in questo libro, mi dimisi dal comitato tecnicoscientifico del ministero del Bilancio, di cui facevo parte da circa un decennio, quando il titolare di quel dicastero, Giulio Andreotti, nominò sottosegretario Salvo Lima. Siccome Lima compariva più volte nelle relazioni dell’Antimafia ed era stato oggettodi ben quattro richieste di autorizzazione a procedere della magistratura, feci presente la cosa al mio amico Nino Andreatta, perché ne parlasse con Aldo Moro, presidente del Consiglio. Qualche giorno dopo Andreatta tornò da me con la coda fra le gambe: Moro gli aveva confessato la sua impotenza, perché – gli aveva detto – «Lima è troppo forte e troppo pericoloso». Allora affrontai l’argomento direttamente con Andreotti, dicendogli: «O lei revoca la nomina di Lima, che scredita l’immagine del ministero, o mi dimetto». Non mi lasciò neppure finire: mi interruppe e mi liquidò dicendo che ne avremmo parlato un’altra volta. A quel punto resi ufficiali le dimissioni. La mia lettera fu pubblicata dal «Corriere della Sera» e da vari altri giornali, e la cosa fece un certo scalpore per alcune settimane. Ci furono anche delle vibrate proteste dei giovani Dc. Poi calò l’oblio. Di quella faccenda si tornò a parlare quando Gian Carlo Caselli e i suoi pm mi chiamarono a testimoniare al processo Andreotti: era chiaro, da quell’episodio, che Andreotti – e non solo lui – sapeva benissimo chi era Lima. Lo sapevo persino io… La cosa che mi colpì fu che il mio gesto fu visto come prova di coraggio non comune.

È deprimente che, in Italia, un gesto di normale decenza venga visto così. Dà la misura di come ci siamo ridotti. Tutti mi domandavano: ma come ha fatto, dove ha trovato la forza? Io rispondevo: ma quale forza, ma quale coraggio? C’era una persona che non ritenevo perbene, non volevo lavorarci insieme, e me ne andai. Tutto qui. È stato facile. Nella deposizione prima ricordata ho cercato di chiarire i miei punti di vista sulle origini della mafia e sulle sue caratteristiche attuali. Che cosa sia oggi questo libro di Lodato e Travaglio lo spiega benissimo. Mafia vuol dire appalti, licenze edilizie, aree fabbricabili, sistemi di irrigazione, controllo dei mercati ortofrutticoli e sull’acqua, cioè sulla vita dei siciliani, e poi commercio di droga e altri affari sporchi, ma anche «puliti» come il Ponte sullo Stretto e la grande mangiatoia della sanità pubblica. Ma, soprattutto, mafia vuol dire agganci con la politica, con l’economia, con pezzi delle istituzioni che non saprei nemmeno se chiamare «deviate» oppure no (in questo paese i deviati rischiano di essere quelli che la mafia la combattono davvero). Sono queste le sue assicurazioni sulla vita, le ragioni della sopravvivenza di un’organizzazione tutto sommato arcaica in pieno terzo millennio. Il libro spiega anche com’è cambiata l’antimafia, o forse come non è cambiata, essendo sempre stata affidata a pochi «volontari», isolati e forse anche un po’ matti. Cioè a una élite di poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, intellettuali e politici che hanno maturato, non si sa come, quel senso dello Stato e dell’autostima che non è mai diventato patrimonio di tutti.La cultura delle regole, il senso della legalità, l’amore per la trasparenza sono da sempre minoritari, in Italia.

Per una serie infinita di fattori storici, da noi non s’è mai affermata una cultura liberale e democratica di massa: i liberalsocialisti come i liberalconservatori sono sempre stati quattro gatti, guardati con un misto di sospetto e di curiosità dai ceti dominanti. Il che spiega perché l’autoritarismo, come la cultura mafiosa, hanno sempre trovato terreno fertile. E spiega anche perché oggi il regime berlusconiano, terribile sintesi della cultura autoritaria e di quella mafiosa, incontra resistenze così scarse.Hanno ragione gli autori del libro quando, a proposito della mafia, parlano di «cosiddetto Antistato». Perché troppo spesso i confini fra Stato e Antistato sono confusi, invisibili, vischiosi, come quelli fra legalità e illegalità. Anche la mafia è stata, nel corso dell’ultimo secolo, un instrumentum regni da imbrigliare e utilizzare per scopi di potere. La sentenza Andreotti, che qui viene finalmente raccontata per quello che dice davvero, dopo anni di bugie infami, è illuminante. La politica combatte Cosa Nostra quando alza troppo la testa, quando pretende di comandare anziché collaborare, poi torna al tavolo della trattativa per stabilire nuovi patti e nuovi equilibri. L’uomo politico che chiede favori alla mafia non può poi agire autonomamente e tanto meno prendere misure contro la mafia, credendosi forte del suo potere politico. Se lo fa, viene punito. Mutando quel che va mutato, questo vale anche per chi entra in rapporti di dare e avere con Berlusconi.

E non mancano le tragedie greche. Mattarella aveva due figli che vollero cambiare linee di condotta; uno divenne presidente della Regione siciliana e decise di ostacolare la distribuzione degli appalti alla mafia.Fu assassinato. Chi è visto come ostacolo all’eterna trattativa fra politici e mafiosi – cioè le élites più avanzate della politica, della cultura e della magistratura – viene isolato come un fastidioso ingombro e tolto di mezzo. Col tritolo o con le campagne mediatiche di delegittimazione. Oggi, poi, la politica intesa come mediazione fra Stato legale e Stato illegale ha fatto un altro salto di qualità: il ministro Lunardi, quando dice che «con la mafia bisogna convivere», pecca di minimalismo. Fino ad Andreotti, lo Stato conviveva con la mafia. Oggi, con i Berlusconi e i Dell’Utri al potere, dei quali anche questo libro dimostra inoppugnabilmente i legami con la mafia, è peggio di prima, peggio di sempre: dalla convivenza siamo passati all’alleanza. Una vera lotta alla mafia si può fare soltanto con un governo che non abbia rapporti con la mafia. Un governo che non sia come quello di oggi, e come molti di ieri. Certo, quando sarà passato il lungo incubo che ha spazzato via i due o tre anni di successi seguiti allo choc delle stragi del 1992-93, sarà difficile ricominciare. Perché questo lungo incubo, che si chiama Berlusconi e dura ormai da dieci anni anche per le furbizie di un’opposizione debole se non addirittura complice, ha vieppiù abbassato la nostra già scarsa autostima.

In una spirale perversa che non sembra avere mai fine, ha creato ulteriore assuefazione. E ha fiaccato le speranze e gli entusiasmi che sarebberonecessari per riprendere la lotta. L’antimafia è affidata ai «pochi pazzi malinconici» di cui parlava Salvemini. Io mi sento un pazzo triste ma arrabbiato: e forse quel che mi salva è proprio la rabbia.Non è questione di ottimismo o di pessimismo. Occorre ritrovare il realismo che nasce dalla conoscenza della nostra storia, con le sue luci e le sue ombre. Non bisogna mai dimenticare né le une né le altre. Per me, poi, c’è anche una lunga esperienza personale, che, con mia meraviglia, ebbe una conclusione positiva. Ricordo quando mi scontrai con Giacomo Mancini, che nel Psi era una potenza e in Calabria un ras incontrastato. Pretendeva che la nuova università di Cosenza sorgesse in una zona che gli stava a cuore per certi interessi suoi o dei suoi amici. Andreatta e io, in quanto membri del comitato che doveva organizzare la nuova università, contrastammo le sue manovre e riuscimmo a farla nascere in tutt’altro luogo, molto più adatto al suo sviluppo. Mancini pretendeva pure che dovessimo dare un incarico d’insegnamento a un suo protetto. Tutto ciò al prezzo di una denuncia e di un’incriminazione da parte di un giudice legato a Mancini, che mi tenne sotto inchiesta per anni, privandomi addirittura del passaporto (per due lustri fui costretto, ogni volta che andavo all’estero, a recarmi alla Farnesina e chiedere un permesso speciale per l’espatrio).

Poi, quando scemò l’influenza di Mancini, ebbero finalmente il coraggio di assolvermi. Con formula non piena, ma pienissima: «il fatto non sussiste». Erano tutte calunnie. Oggi l’Università della Calabria funziona bene, con ottime attrezzature e 26.000 studenti. Mi hanno anche invitato, come uno dei padri fondatori. È una storia a lieto fine: mi è costata molte pene, ma è stato giusto patirle. L’esperienza è incoraggiante, perché dimostra che chi intraprende una battaglia civile non è condannato al fallimento: se ha tenacia, può vincere.Intendiamoci. Dinanzi al quadro che emerge dal libro, la tentazione sarebbe quella dell’angoscia e della disperazione. La prima è sacrosanta, e anche salutare. La seconda no, guai a disperare: a mente fredda, sarebbe un errore. Scriveva Calamandrei nel suo diario il 23 novembre 1939: «la tragedia dell’Italia è proprio questa generale putrefazione morale, questa indifferenza, questa vigliaccheria». Ma poi venne la Resistenza: non tutti furono eroi veri, molti furono eroi per caso o per necessità. Ma il nucleo forte trascinò tanti, contribuì a liberarci dal nazifascismo e – con uno di quei miracoli che a volte fanno le minoranze agguerrite – ci regalò la Costituzione, che oggi è presa a colpi di piccone dalla banda Berlusconi. Ecco, lo stesso direi oggi per la lotta alla mafia: in alcune fasi storiche – quella di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino, e poi quella di Caselli e dei suoi uomini – le minoranze che si sentono Stato e Patria hanno trascinato la maggioranza verso esiti straordinari, oggi in via di smantellamento.Questo libro, perforando il sudario di un’informazione serva e di una disinformazione organizzata, ci aiuta a conoscere tali risultati.

E dunque a non dimenticarli, anche se la luminosa stagione che li ha determinati è finita da un pezzo. Quanto sia stata importante lo dimostrano i continui tentativi di deturparne il ricordo: da parte sia di chi ne parla male, sia di sepolcri imbiancati che ne parlano bene. Intanto anche nella magistratura, in sintonia con le esigenze di politici senza scrupoli, si manifestano le viltà, i servilismi, il «tirare a campare», i compromessi meschini. Ma finirà anche questa stagione buia. L’importante è sapere che contro la mafia e i suoi protettori nelle istituzioni e nei consigli di amministrazione si possono fare grandi cose. Si sono fatte grandi cose. Se la prima e la seconda ondata dell’attacco, come quelle dei fanti in certe battaglie della prima guerra mondiale, sono state decimate e respinte, la terza potrà avere successi più duraturi. Basta aver chiaro fin da subito che anche quella sarà una battaglia di minoranza, e anche per quella bisognerà mettere in conto la solitudine. Intanto, per preparare la battaglia, bisogna conoscere. È fondamentale l’informazione. L’attacco va portato con fatti inoppugnabili e documentati. Come quelli raccontati in questo libro, che ci aiuta a capire da chi e come siamo stati e siamo governati, ma anche come si è riusciti a sconfiggere il pool di Caselli, come già quello di Borrelli a Milano. E, soprattutto, perché. Ci sono verità troppo forti perché il Potere le affidi a cuor leggero a magistrati «ingestibili», che intendono applicare semplicemente la legge in maniera uguale per tutti.

Quelle verità, quando sono ormai scritte in sentenze definitive – come quellasu Andreotti – devono essere per forza cancellate e oscurate, perché non giungano sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Per quelle, invece, ancora giudiziariamente da accertare (dalle varie «trattative» fra Stato e mafia al capitolo dei «mandanti occulti» delle stragi), si seguono i canoni della «guerra preventiva»: si tolgono di mezzo i magistrati che potrebbero, presto o tardi, scoperchiarle. La mafia, come ogni forma di illegalità, campa e ingrassa sull’ignoranza. E nel nostro regime di oggi l’ignoranza viene diffusa a reti unificate, facendo leva sui nostri due peggiori vizi nazionali, i sottoprodotti della nostra scarsissima autostima che spesso copriamo col patriottismo ipocrita: la cupidigia di servilismo e la cupidigia di abiezione. Chi vuole conoscere, o perlomeno intravedere, le verità indicibili che oggi costituiscono la vera posta in gioco non ha che da leggere questo libro. Più sarà diffusa la conoscenza, più sarà difficile l’insabbiamento.

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