Il ‘fiume inondatore’ della ‘politica’

Istituzioni di garanzia e unità globale
Nel gennaio scorso, poco prima di lasciare la presidenza della Corte Costituzionale, durante la conferenza stampa per l’inizio del nuovo anno giudiziario, Valerio Onida sottolineava il ruolo fondamentale che compete, in una democrazia degna di questo nome, alle istituzioni di garanzia indipendenti. «La Corte Costituzionale – ha detto – è istituzione di garanzia per eccellenza. Il rispetto della sua piena indipendenza, che non significa reciproca ignoranza e indifferenza rispetto agli organi politici, ma netta separazione e distinzione dei rispettivi ruoli, dei criteri che ne guidano l’azione e delle relative logiche nei processi decisionali, è un bene essenziale della democrazia». In una società democratica, osservava Onida, non meno essenziale è poi la funzione di controllo sul potere e sul suo esercizio svolta dal giornalismo di informazione: «anche l’indipendenza dei mezzi di comunicazione dai centri del potere è un bene prezioso quanto l’indipendenza delle istituzioni di garanzia e di coloro che ne sono titolari».Circa un mese prima, i Presidenti delle Camere avevano provveduto alla nomina di due nuovi membri di un’altra importantissima istituzione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. A questa Autorità, la cosiddetta Antitrust, è affidato il compito di vigilare sulle intese restrittive della concorrenza, sugli abusi di posizione dominante e sulle operazioni di concentrazione; a essa inoltre, in base a un decreto legislativo del 1992, spettano delicati compiti in materia di pubblicità ingannevole e di pubblicità comparativa, nonché, dopo la recente legge sul conflitto di interessi, i controlli sull’osservanza delle incompatibilità e l’adozione delle sanzioni applicabili nel caso di violazione dei divieti.

Le designazioni avrebbero quindi dovuto indirizzarsi verso persone di riconosciuta esperienza e competenza nei settori investititi dall’azione dell’Autorità e in grado di esibire indiscusse credenziali di indipendenza da tutti gli schieramenti politici. La stessa legge stabilisce infatti che i componenti dell’Antitrust siano scelti «tra persone di notoria indipendenza da individuarsi tra magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti o della Corte di cassazione, professori universitari ordinari di materie economiche o giuridiche, e personalità provenienti da settori economici dotate di alta e riconosciuta professionalità». Vari autorevoli commentatori in quella occasione avevano rilevato come la scelta dei due nuovi membri, Giorgio Guazzaloca e Antonio Pilati, non avesse complessivamente corrisposto all’esigenza di assicurare la competenza e indipendenza dei titolari di una così importante istituzione di garanzia. Del resto, la prima condizione per esercitare un ufficio pubblico con indipendenza è la competenza stessa, visto che chi non sia padrone della materia oggetto della sua attività tenderà più facilmente a subire influenze esterne, finendo per assecondare, anche inconsapevolmente, le pressioni degli interessi di parte a scapito dell’interesse comune e oggettivo cui l’ufficio dovrebbe essere primariamente rivolto. Ma la competenza, certamente indispensabile, non è ancora condizione sufficiente per assicurare piena autorevolezza all’istituzione: chi ne assume la titolarità, pur essendo dotato di adeguata preparazione professionale, dovrebbe anche poter esibire una storia personale visibilmente libera da legami significativi con ogni individuo o gruppo portatore di interessi (partititici, economici, ecc.) e, specialmente, con coloro nei confronti dei quali l’istituzione “indipendente” sarà chiamata a svolgere la sua attività di controllo.

Non dimentichiamo del resto che l’autorevolezza costituisce di per sé uno dei requisiti essenziali perché un’amministrazione sia in grado di svolgere i suoi compiti con piena efficacia, visto che, grazie a questa qualità, più facilmente i destinatari attuali o potenziali dei suoi provvedimenti tenderanno ad adeguarvisi spontaneamente e, dunque, il suo operato genererà un minor numero di conflitti, con ciò risultando meno “costoso”, materialmente e socialmente, per l’intera comunità sociale. L’autorevolezza delle istituzioni, risultante dalla competenza e notoria indipendenza dei suoi titolari, è dunque la condizione principe per l’efficacia ed efficienza della pubblica amministrazione e, laddove si tratti di istituzione di garanzia, per la complessiva efficacia ed efficienza del sistema democratico di tutela dei diritti dei cittadini e del principio di eguaglianza.Con toni apparentemente neutri (ma in realtà solo più difficili da decifrare e semmai venati da una nota di ambiguo compiacimento), altri commentatori avevano interpretato le due recenti nomine all’Antitrust come il segno di una volonta “della politica” di far valere di nuovo le proprie ragioni, di riprendere il sopravvento dopo anni durante i quali nel nostro paese essa sarebbe stata messa all’angolo da altri ‘poteri’, in primis quello giudiziario. L’immagine, per quanto inquietante, sembra comunque rispecchiare assai bene un comune sentire percepibile nei ‘palazzi’ italiani.

La politica (o magari la Politica) vi viene rappresentata quasi come un fiume gonfio e impetuoso che, dopo essersi ritirato dal suo letto e aver lasciato temporaneamente riaffiorare forme di vita fin’allora sommerse, a un certo punto torni a inondare quei fondali, distendendo una coltre di normalità o di normalizzazione sulle troppo a lungo tollerate impertinenze ‘extrapolitiche’. Combinando questa immagine con ciò che da molti mesi è frequente ascoltare dalla viva voce di personalità pubbliche, la ‘normalità’ finalmente ristabilita viene identificata in uno stato di unità globale nella quale la politica ‘legittimata dal voto popolare’ annulla e fagocita entità e istituzioni, non necessariamente espresse da tale voto (magistratura, pubblica amministrazione, università, banche, sindacati dei lavoratori e degli imprenditori, giornali e case editrici, mezzi di comunicazione, ecc.).C’è del resto una stretta corrispondenza tra una simile visione organica e totalizzante della politica, che ‘finalmente’ travolge con scelte smaccatamente di parte le istituzioni indipendenti e i gruppi intermedi, e il linguaggio dei politici (anche di quelli che rivestono importanti cariche istituzionali), i quali ormai da molti mesi, di fronte ad articoli, provvedimenti o dichiarazioni poco graditi, rivolgono ai loro critici, con insistenza sempre più stucchevole, l’accusa di essere “politicizzati”, di approfittare della posizione istituzionale rivestita per combattere una “battaglia politica”.

A ben vedere si tratta della continuazione con altri mezzi, anzi con i formidabili mezzi della parola mediaticamente amplificata, di quella avvolgente rioccupazione da parte della ‘fiumana’ politica dei fondali scoperti della vita civile. La stessa idea di un pensiero indipendente dalla politica e, quindi, di istituzioni vere, viene cancellata con il semplice artificio verbale consistente nell’includere quel pensiero e quelle istituzioni nella politica. Una volta tacciati di ‘politicità’ i loro titolari (Presidente della Repubblica, CSM, singoli giornalisti e magistrati, ecc.), spariscono d’un baleno le istituzione libere e autonome che possono valere, come scriveva mesi fa Giancarlo Lunati sul «Corriere della Sera», quale «valido contrappeso alle oscillazioni, inevitabili, di un contesto sociale e politico che vive nella storia e modifica via via opinioni e convincimenti, preferenze e scelte».Nella medesima retorica, sollecita a creare o ripristinare l’‘unità globale’, si iscrive a ben vedere un’altro argomento assai ricorrente nella polemica politica, in questa caso brandito tra gli esponenti degli opposti schieramenti parlamentari. A ogni critica loro rivolta, certi uomini pubblici pressoché immancabilmente non replicano entrando nel merito dell’obiezione, ossia adducendo fatti o interpretazioni che cerchino di confutarne le ragioni di fondo. Reagiscono invece con un attacco volto a squalificare colui che abbia levato la propria voce dissenziente.

Per uno dei molti curiosi paradossi cui assistiamo ormai da molti mesi nella vita istituzionale italiana, accade così che proprio l’accusa mossa all’attuale maggioranza di ricorrere a leggi ad personam, ossia confezionate appositamente per avvantaggiare suoi ben precisi esponenti, venga ribattuta non già con la (peraltro forse impossibile) dimostrazione di una rispondenza a interessi generali delle leggi proposte, ma proprio con l’argomento che gli studiosi di retorica chiamano… ad personam: si ritorce cioè l’accusa su chi se ne è fatto portavoce, magari ventilando l’esistenza di analoghi provvedimenti di cui costui o suoi sodali avrebbero beneficiato in un passato più o meno remoto. Un artificio che perpetua l’antico vezzo, ben analizzato dalla linguista Galli de’ Paratesi, che consiste nello «smantellamento» delle regole cui il linguaggio dovrebbe rispondere per essere espressivo dei «valori della convivenza civile»: la negazione alla chiarezza non grammaticale, ma «etica», ossia alla volontà «di parlare al pubblico col desiderio di comunicare e di condividere il proprio discorso politico con la comunità». Anche l’uso di questo artificio retorico ha infatti come risultato di risommergere con il ‘fiume inondatore’ della politica ogni pensiero e istituzione che dovrebbero esserne indipendenti: la politica reagisce infatti alla critica fagocitando in modo autoreferenziale, entro l’alveo di una schermaglia tra gli esponenti della sua ‘casta di eletti’, una questione che riguarderebbe in realtà l’intera società civile e sulla quale questa avrebbe tutti i diritti di ottenere risposte chiare e precise.

A essere travolte da un tale impetuoso flutto totalizzante sono così le attese della cittadinanza a che sia chiarito ogni sospetto che leggi della Repubblica vengano concepite e approvate per favorire singoli personaggi. Prima ancora della sua dimostrata fondatezza, è già un tale sospetto (come quello che metta in forse la notoria indipendenza di una carica istituzionale), a insidiare uno dei fondamentali capisaldi della convivenza democratica e dello Stato di diritto: l’uguaglianza di tutti i cittadini al cospetto della legge. Come ricordava il filosofo John Dewey, democratica può dirsi solo una società in cui a ogni individuo è data la possibilità, «davvero infinita», di diventare una persona. La pretesa delle persone, dei loro discorsi e delle istituzioni che le rappresentano, di non essere sommerse dal fiume totalizzante della politica, discende appunto da questa esigenza umana, prima ancora che democratica, di spalancare a ogni individuo – non solo a quanti godano della protezione del potente di turno – una tale infinita possibilità.
La lingua pervertita
Il grande filologo Victor Klemperer, riflettendo su un distico di Schiller («la lingua colta che crea e pensa per te»), osservava come la lingua non si limiti «a creare e pensare per me», ma diriga anche il mio sentire, indirizzi tutto il mio essere spirituale, quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. Quando allora nella lingua cominciano a insinuarsi elementi tossici, le parole possono diventare come minime dosi d’arsenico: ingerite senza saperlo possono non avere alcun effetto, ma dopo un po’ ecco rivelarsi l’effetto tossico.

L’effetto, nelle schermaglie verbali che scandiscono il tono della nostra scena politico-istituzionale, è quello di svuotare di senso, perché subito ricondotta a un interesse di parte, a un’intenzione prevaricatrice, qualsiasi affermazione che cerchi di confrontarsi con l’impetuoso flusso del lessico ‘politico’ mettendone in discussione la legalità. La violenza della lingua che spinge all’ ‘unita globale’ della politica (e, come scriveva Franz Rosenzweig, «la lingua è più del sangue») inaridisce la ricchezza così apprezzata dal grande scrittore tedesco Lessing, ossia quella che deriva dal numero infinito di opinioni possibili che si affacciano ogni qual volta due esseri umani discutono i problemi di questo mondo, del fatto che non esista un’unica «verità assoluta» (tanto meno quella decretata dalla Politica), la cui esistenza significherebbe «la fine dell’umanità».L’immagine di Klemperer, evocativa del graduale e insinuante potenziale di tossicità di una lingua pervertita, trova mirabile corrispondenza in un brano scritto da Cesare Beccaria, nel suo libretto giustamente celebrato, Dei delitti e delle pene: un’opera che dovrebbe essere letta e riletta ogni giorno non solo da chi si interessa di problemi della giustizia, ma da tutti coloro che vogliano capire i princìpi e le stesse delicate dinamiche socio-culturali da cui dipende la tenuta di un sistema liberal-democratico. Beccaria ci mette in guardia non solo dalle forme palesi della tirannia, ma anche da quelle più subdole e striscianti, che impercettibilmente s’infiltrano nella vita pubblica ottenendo, grazie a un potere detenuto di fatto, la riduzione dei cittadini a non-persone.

«Né il grande né il ricco debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell’industria, diventano l’alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl’incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l’apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini mettono per lo piú gli argini piú sodi all’aperta tirannia, ma non veggono l’insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto piú sicura quanto piú occulta strada al fiume inondatore».L’ «insetto impercettibile» che «rode e apre una tanto piú sicura quanto piú occulta strada al fiume inondatore» della Politica era stato isolato e studiato magistralmente da Klemperer nella lingua totalitaria e totalizzante del Terzo Reich (la LTI-Lingua Tertii Imperii), con la sua perversamente geniale capacità di ridurre a cosa le persone, grazie a etichette abilmente dispensate per erodere ogni spazio all’autonomia e al pensiero.

Al cospetto dell’ineffabile ‘banalità del male’ di Adolf Eichmann, sotto forma non tanto di stupidità, ma di «un’autentica incapacità di pensare», Hanna Arendt constatava del resto come la caratteristica principale del pensiero sia di interrompere ogni fare, ogni attività ordinaria, di qualunque tipo essa sia. E’ la facoltà di pensare dell’uomo quella grazie alla quale egli riesce ad assentarsi dal mondo. Il non-pensiero assume allora spesso la forma di quella che la Arendt ha chiamato l’ «ansia di non perdere il treno della Storia»: all’epoca del nazismo, la maggioranza fu indotta a credere nel ‘nuovo ordine’ dalla «sola e semplice ragione che tale era il corso inevitabile delle cose»; si privò della libertà di assentarsi dal mondo e di pensare, perdendo così la fiducia che i frutti del proprio pensiero avrebbero potuto essere sottoposti al libero pensiero altrui e ascoltati, fatti oggetto di discorso. Il risultato non fu solo la perdita della democrazia, ma la disumanità, visto che «il mondo non è degli uomini solo perché è popolato da esseri umani, e non diventa più umano solo perché vi risuonano echi di voci umane, ma solo quando diviene oggetto di discussione»; «rendiamo più umano il mondo solo quando lo rendiamo discorso e solo parlando di noi diventiamo ogni volta un po’ più umani».Un grande pensatore liberale come Isaiah Berlin sintetizzava «le due idee fondamentali che si sono affrontate, e hanno dominato il mondo, a partire più o meno dal Rinascimento».

Da una parte c’è l’idea liberale classica, per la quale appunto «noi postuliamo che esista una frontiera tra vita pubblica e vita privata, e che, per quanto ristretta possa essere la sfera privata, all’interno di essa io possa fare ciò che voglio»; essa ritiene dunque «che i diritti dell’uomo, e la sfera privata in cui l’individuo è sottratto a ogni scrutinio, siano indispensabili a quel minimo d’indipendenza di cui tutti abbiamo bisogno per svilupparci, ciascuno a suo modo, giacché la varietà non è una condizione transitoria, ma fa parte dell’essenza della natura umana». A questa si contrappone la concezione definita “organica”, per la quale «ogni separatezza è cattiva, e la nozione di diritti umani che non debbono essere calpestati è quella di altrettante barriere – muri divisori chiesti dagli esseri umani per separarsi l’uno dall’altro, forse necessari in una cattiva società, ma che non hanno posto in un mondo correttamente organizzato, in cui tutti i rivoli umani affluiscono nell’unico fiume di un’umanità indivisa». Naturalmente, come riconosceva lo stesso Berlin «sono possibili differenti varietà e combinazioni delle due concezioni, e compromessi tra l’una e l’altra», ma è certo che il compito che ci si dovrebbe prefiggere «per una società decente», «un traguardo al quale possiamo sempre sforzarci di arrivare, alla luce dei limiti della nostra conoscenza e anche della nostra imperfetta comprensione degli individui e delle società», sia «un equilibrio tra le opposte esigenze», «un compromesso», una fissazione di «priorità, mai definitive, mai assolute», impedendo «il sorgere di situazioni disperate, di scelte intollerabili»: «una certa umiltà, in queste cose, è quanto mai necessaria».In altri termini, la più genuina idea liberale di politica e di Stato si basa sul rispetto dell’autonomia, della sfera intima delle persone.

E’ questa soltanto la condizione che rende possibile il pensiero e, quindi, il distacco dal flusso vorticoso della Storia e della politica, il salutare sospetto cui invitava proprio Isaiah Berlin verso ogni illusione, «assai pericolosa per giunta», di una soluzione finale. Una aspirazione alla soffocante unità organica e totalizzante che nega nei fatti ogni autonomia del pensiero, a dispetto delle solenni proclamazioni di sicura fede liberale, attraversa e congiunge il ricorso alle leggi ad personam, lo spregio per l’indipendenza delle istituzioni di garanzia e il linguaggio avvolgente e totalizzante della cosiddetta Politica.
Il pensiero irriso
C’è un’ombra che accompagna quasi sempre le perversioni della lingua e che si staglia con enorme potenza annichilente sulle stesse persone e idee che si vorrebbero travolgere con il ‘fiume inondatore’ della Politica. E’ l’ombra oscura e gelida della derisione, del ridicolo. «Terribile ed awful è la potenza del riso» scriveva quello che per molti è il più grande pensatore italiano, Giacomo Leopardi.Il filosofo Henry Bergson in un celebre saggio (Le rire, 1900), osservava come ciò che il riso prende di mira e vorrebbe correggere è il rigido, il bell’e fatto, il meccanismo in opposizione all’agile, a ciò che è perennemente mutevole, al vivente, la distrazione in opposizione alla previsione, infine l’automatismo in opposizione all’attività libera. La sanzione del ridicolo colpisce chi non sembra rispondere all’aspettativa sociale della consapevolezza e della adattabilità, chi delude la pretesa di flessibilità e scioltezza di movimento.

Il camaleonte, il trasformista in politica non potrà mai essere colpito da una tale sanzione anche perché la conformità e l’acquiescenza per definizione passano inosservati, permettono a chi le attua di confondersi nel flusso degli avvenimenti e della Storia. Altrettanto immune dal ridicolo è l’atto che sancisce una sanatoria edilizia o fiscale, così legittimando e regolarizzando l’adattamento all’esistente, il pacioso compromesso con il flusso indistinto degli accadimenti, l’opportunistico sfruttamento di circostanze favorevoli ai propri interessi da parte di chi è in genere già ben accomodato in posizione di potere e ‘sa’ come va il mondo. Nelle democrazie populiste si ama del resto maneggiare la formidabile arma del ridicolo, mostrarsi padroni della terribile potenza del riso, magari infiorettando il discorso con battute sarcastiche o beffarde all’indirizzo dei propri avversari o, specialmente, delle figure istituzionali, le quali rappresentano il giudizio, richiamano al rispetto di doveri e regole oggettive e, nella rigidità un po’ meccanica che soffonde ogni forma di fedeltà e coerenza, prestano inesorabilmente il fianco a simili motteggi. Si ride della regola che, impertinente, cerca di conservare i valori, di proteggere con una ‘ridicola’ e sempre un po’ vecchiotta rigidità le ragioni dei più deboli, i quali non possono contare sullo status quo per affermarsi socialmente e insinuarsi destramente nel fluido corso degli avvenimenti. Si ride dunque di tutto ciò che, non piegandosi docilmente ai flutti opportunistici del momento, evoca, per contrasto, la ridicola sagoma dell’automa, del congegno meccanico.

Allo stesso modo ‘ridicole’ appaiono in questa prospettiva le istituzioni perché, come ci insegna l’etimologia della parola, «statuiscono», «stabiliscono», «stanno» dunque, non fluiscono o scorrono, ma oppongono resistenza al trascinamento del fiume impetuoso degli accomodamenti, al «corso inevitabile delle cose».Come le istituzioni e le regole, per uno strano paradosso, perfino il pensiero, da una certa prospettiva, si espone all’irrisione. Non solo per la diffidenza che il pensatore e l’intellettuale suscitano nella gente comune: sappiamo come il meccanismo del riso scatti più facilmente quando si può far scendere dal piedistallo figure di cui si avverte una qualche forma di intimidente superiorità. Il “ridicolo” del pensiero agli occhi del senso comune scaturisce in realtà soprattutto da dinamiche più sottili e profonde. Fare e vivere, nel senso più generale dell’ inter homines esse, dell’«essere tra altri uomini», sono attività che impediscono di pensare. Paul Valéry diceva: «Tantôt je suis, tantôt je pense», «talvolta sono, talvolta penso». In questo senso il pensiero è ridicolo: perché si sottrae alla sollecitazione della flessibilità e dell’adattamento, perché lascia irrigiditi, in quanto non presenti alle situazioni di vita, come quei mimi che tanto incuriosiscono e divertono i passanti agli angoli delle nostre strade. L’automa, in greco l’ autómatos, è il ‘semovente’, chi agisce, si muove in modo meccanico, senza rendersi conto di ciò che accade attorno a lui in quel momento.

A differenza del senso comune, il pensiero è la facoltà grazie alla quale l’uomo può assentarsi dal mondo, riscattarsi dalla dipendenza del qui e dell’ora. Potremmo dire infatti che il pensiero ci costringa a quella che, dalla prospettiva di chi è trascinato dal flusso della vita e delle cose, appare una comica fissità ed estraniazione. E’ il pensiero che ci impone di uscire dal flusso, salvo poi donarci la complessione spirituale, la robustezza intellettuale per vivificare la comunicazione con gli altri, per rendere davvero discorso e non chiacchiera la nostra parola quando ci saremo rigettati nel vortice della vita. E’ del resto proprio l’atto di assentarsi dallo scorrere inesorabile delle cose, quel passo fuori dal fiume degli avvenimenti, ciò grazie al quale l’attività del pensiero (che Platone definiva una forma di silenzioso dialogo tra me e me) acquisisce la straordinaria potenza di prefigurare il futuro e di vivere il passato come presente. E’ questa l’infinita possibilità che una democrazia dovrebbe sempre lasciare aperta ai suoi cittadini, quella democrazia che Dewey definiva appunto come memoria del passato, coscienza del presente, ideale del futuro.Non è affatto un caso che le istituzioni, che «stanno», e il pensiero, che si chiama «fuori» dal «corso inevitabile delle cose», siano accomunati dalla esposizione al ridicolo. Le tante barzellette fiorite negli anni scorsi sul conto dei Carabinieri (non a caso visti nel nostro paese come i tutori dell’ordine e delle regole per eccellenza) ne hanno preso di mira la meccanicità apparentemente ottusa di risposta alle situazioni, il linguaggio protocollare così sterotipato e innaturale rispetto della fluidità delle situazioni di vita.

Eppure proprio questa opaca rigidità risulta tanto rassicurante per la cittadinanza da indurla, nei sondaggi, a scegliere regolarmente l’ Arma benemerita come l’istituzione più popolare e affidabile. E’infatti proprio l’esistenza di istituzioni genuinamente indipendenti, stabili e durature mentre intorno a loro ribolle il gorgo dei sempre mutevoli e contingenti interessi, a offrirci ogni garanzia di durevolezza; a costituire l’antidoto o, almeno, il freno all’affermarsi di quei «tempi duri» per l’io morale e gli standard etici della società prodotti dalla deriva nihilistica e mortifera di una vita, come scrive Zygmunt Bauman, «vissuta come una serie di episodi chiusi in se stessi» che rende fluidi ed evanescenti i legami interumani» e, appunto, erode lo spazio e il tempo del pensiero. Ci si dimentica troppo spesso quanto perfino la fiducia in noi stessi possa dipendere da questa durevolezza e dalla fiducia nelle istituzioni che la garantiscono. Secondo un pensiero di Alain Peyrefitte, rievocato di recente da Bauman, è questa fiducia a offrire un’impalcatura durevole in cui iscrivere, a cui riferire e in base a cui valutare la vita, molto più breve dei singoli attori e dei loro rapporti. Non c’è infatti vera fiducia (né tanto meno vera fiducia in se stessi) senza il ‘lungo termine’ e le sue incarnazioni istituzionali. L’instabilità (che si manifesta anche in tutte le situazioni in cui chi ne è titolare mostra di servirsene per assecondare i propri interessi personali o di parte) delle istituzioni sociali e il loro carattere transitorio scatenano l’implosione della fiducia: «quando una gamba trema, tutto lo sgabello cade».
I persuasi
Certo qualcuno potrà chiedersi quanto tutte le riflessioni precedenti, che toccano la dimensione pubblica della cittadinanza, le regole e i linguaggi delle istituzioni e della politica, possano coinvolgere veramente le persone comuni, alle prese con le cure soffocanti del loro ‘privato’, immerse nelle logiche compartimentate di ‘società dell’incertezza’ sempre più ‘individualizzate’.

Una delle questioni certo più drammatiche e inquietanti con cui devono confrontarsi le democrazie è in effetti l’indifferenza dei cittadini per i temi che trascendono gli assilli immediati, la cui comprensione richiede comunque impegno e attenzione. Ricordando una battuta di Oscar Wilde – «il guaio del socialismo è che occuperebbe troppe serate» – l’economista Robert D. Putnam si è chiesto di recente: «è vero, ma quante serate servono per la liberaldemocrazia?». Proprio Onida osservava, nell’occasione ricordata sopra, come l’Italia non esprima una cultura politica diffusa che apprezzi l’importanza delle istituzioni davvero autonome dal potere politico e non mostri sufficiente consapevolezza di quanto, senza rispetto per il ruolo dell’informazione e per le indipendenza delle autorità di garanzia, «una democrazia sia pura finzione». Non ci confortano certo i dati, anche recenti, sul livello di istruzione media del nostro paese. Secondo una delle molte ricerche compiute in argomento (l’indagine, “Volare sanz’ali”, realizzata dal professor Saverio Avveduto dell’Unla-Unione nazionale lotta all’analfabetismo e dell’Ucsa-Università di Castel Sant’Angelo), su 57 milioni e mezzo di italiani, 22 milioni e mezzo (il 39,2%) sono privi di titolo di studio o possiedono solo la licenza elementare. Se a questi numeri si aggiungono poi 16 milioni e mezzo di italiani (29%) con il solo titolo di scuola media inferiore, si arriva al 70% di nostri concittadini a livello di bassa scolarità.

Ma non meno allarmante è la condizione della popolazione italiana più istruita: i laureati italiani, incluse le lauree brevi, sono infatti poco meno di 3,7 milioni (6,5% della popolazione. L’Italia è ai primi posti fra i Paesi industrializzati, ma si colloca in coda ad ogni percentuale internazionale: siamo al sestultimo posto sui 30 Paesi Ocse per scolarità, al quartultimo nella spesa per la ricerca, all’ultimo per numero di ricercatori (2,78 si mille unità lavorative, contro il 9,72 del Giappone). La ricerca italiana è qualitativamente fra le migliori nelle punte alte, quelle delle poche università eccellenti. Ma su 88 settori scientifici, siamo oltre la media solo in 8 aree, per il resto in coda: la ricerca educativa è all’87mo posto. A fronte di 3.699.000 italiani che possiedono un dottorato di ricerca, una laurea o una laurea breve, sta l’enorme serbatoio dei nostri concittadini analfabeti, semianalfabeti o in possesso della sola licenza elementare: 22.529.000 italiani sul totale della popolazione di 57.474.000. Si tratta di 39,2 italiani su 100.Se l’educazione è innanzi tutto alfabetizzazione, nondimeno nella vita e nelle conversazioni di tutti i giorni non è raro imbattersi in individui con titoli di studio qualificati, e anche in professionisti assai valenti nel loro campo, privi però di quelle che potremmo chiamare le più elementari competenze sociali e politiche; affetti, cioè, da quella che Bauman chiamerebbe una diffusa ‘despecializzazione sociale’, ossia dal disinteresse a imparare a discutere e a negoziare con gli altri le vie d’uscita dai problemi (ivi compresi quelli della politica) e dalla convinzione che farlo non sia davvero necessario.

Così, come osservava un giornalista qualche anno fa, l’affiorare nella conversazione del problema, pur così grave, del conflitto d’interessi in politica e in economia, anche nelle cerchie più qualificate e istruite, ha come effetto pressoché scontato un vistoso sbadiglio dei nostri interlocutori, nei quali non si tarderà a percepire l’assillo di spostare rapidamente la conversazione sulla prossima partita di calcio o sugli sviluppi dell’ultimo reality show. Da questo punto di vista, paradossalmente, una tale despecializzazione socio-politica è ancora più avvertibile nei soggetti che hanno acquisito un livello di istruzione medio-alta che non nei semi-analfabeti (i quali, come abbiamo visto, costituiscono la maggior parte della popolazione italiana). Come del resto osservava Robert Musil, ogni intelligenza ha la sua stupidità e la modestia, l’ultimo e più importante rimedio contro la stupidità, forse è più facile da trovare nelle persone che non hanno titoli o galloni sgargianti da esibire.Il problema della democrazie è appunto che il cittadino, l’elettore, non si limita a subire, ma concorre a perpetuare e amplificare l’invasività totalizzante della politica. Lo fa soprattutto negandosi al pensiero, assecondando quel ‘corso inevitabile delle cose’ intriso di luoghi comuni sciorinati soprattutto per risparmiarsi la fatica di imparare a discutere e a negoziare con gli altri le vie d’uscita dai problemi (ad es. «tutti i politici sono uguali», «tutti i politici sono ladri», ecc.).

Come quasi sempre accade, la verità non sta all’inizio o alla fine, nella causa o nell’effetto, ma nella circolarità: in un meccanismo di reciproco rinforzo e retroazione che vede le cittadinanze o, meglio, le platee, complici e sodali di una politica ansiosa di sommergere tutto, ma proprio tutto, con il proprio ‘fiume inondatore’.Come osservava l’antropologo Gregory Bateson, il nostro sistema democratico tende a elargire il potere a coloro che lo bramano e fornisce ogni occasione di evitarlo a coloro che non lo vogliono: una soluzione davvero poco soddisfacente, visto che il potere corrompe proprio coloro che ci credono e lo vogliono. Il mito del potere è del resto potentissimo e, poiché sono in molti a crederci, tende ad autoconvalidarsi, anche se si tratta di una «follia epistemologica» che conduce senza scampo a disastri di vario genere.Apprendiamo in questi giorni che l’ex presidente della Consulta, Valerio Onida ha scelto di lavorare come volontario nelle carceri, aiutando i detenuti nei loro rapporti con i magistrati di sorveglianza. «Il carcere», ha detto Onida, «è un mondo che andrebbe conosciuto di più. E il volontariato può aiutare a realizzare un sistema carcerario più efficiente e umano». Una scelta di vita che convalida nei fatti una verità, questa sì, al contempo epistemologica ed etica: ossia che il funzionamento di un sistema democratico e, quindi, umano, ha bisogno di istituzioni affidabili grazie non solo alle norme giuridiche che le garantiscono, ma soprattutto agli individui che vi entrino con la persuasione, nel senso che a questa parola attribuiva Carlo Michelstaedter (e così ben evocato in molte occasioni da Claudio Magris): ossia mossi dalla forza di vivere possedendo pienamente il proprio presente e, quindi, la propria persona, senza aver bisogno di consumarsi – per sapere di esistere – nell’inseguimento di un risultato che si trova sempre un passo più avanti.

Solo costoro saranno convinti della duratura importanza delle istituzioni in sé, qui, oggi (non in funzione degli interessi di quanti si trovino a ‘occuparle’ o di coloro che, direttamente o indirettamente, ne abbiano designato i componenti), e, grazie a questa convinzione, avranno la capacità di vivificarle e umanizzarle. «Dietro le sbarre», ha detto Onida, si vede «l’applicazione pratica del diritto, quando diventa carne e sangue».Non è poi così raro, perfino nel nostro paese, imbattersi in persone che esprimono ed effondono attorno a sé questa mentalità che potremmo chiamare ‘istituzionale’: la persuasione in quello che fanno e l’entusiasmo nel far progredire per il bene di tutti e non per propria promozione personale l’istituzione cui appartengono. Se ne incontrano nelle scuole, nelle università, in polizia, nei carabinieri, nei vigili del fuoco, nei tribunali e perfino in politica. Non c’è bisogno di un titolo di studio elevato per avvertire la presenza di queste figure di ‘persuasi’, che non subiscono il mito del potere. Non è difficile innanzi tutto avvedersene dal loro linguaggio. Sono persone che non cederebbero mai alla tentazione di accusare i propri critici di politicizzazione, né all’argomento (oltre che alle leggi) ad personam, proprio perché persuase e, quindi, soprattutto interessate al bene delle entità collettive in cui e per cui lavorano, alla risoluzione dei problemi reali che queste entità incontrano lungo i loro passi.

E’ a persone di tal fatta che ci si dovrebbe affidare, superando ogni altra considerazione, nel momento in cui si vota o in cui si esprime la propria preferenza in ogni occasione democratica, dalla nomina di un consigliere di condominio in su, fino all’elezione di un’alta carica dello Stato. Se questo criterio fosse seguito, dimostreremmo di dare un senso vivo alla parola democrazia, che è infinitamente più di una forma di governo: essa è una concezione sociale, vale a dire etica, che non si risolve nel momento in cui si getta la scheda nell’urna ma, come diceva Henry David Thoreau, si gioca tutta ogni mattina, quando gettiamo le nostre persone nelle strade del mondo. Che vive, quindi, soprattutto nel pensiero ‘ridicolmente’ esercitato da noi stessi e riconosciuto nei – non molti, ma pur sempre esistenti – ‘persuasi’ che incontriamo sul pianerottolo di casa non meno che nelle istituzioni che essi cercano di preservare dal ‘fiume inondatore’ della (cattiva) Politica.

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