Bachelet, il giudice e la Costituzione

Consiglio Superiore della Magistratura
11 febbraio 2005 – Sala Conferenze
XXV Anniversario della scomparsa di Vittorio Bachelet

Intervento del Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura,
prof. Virginio Rognoni

Signor Presidente della Repubblica,

La ringrazio di essere con noi oggi, qui, in quest’aula del Consiglio Superiore della Magistratura, uniti nel ricordo di Vittorio Bachelet. Il mio saluto va anche al Presidente della Camera, al rappresentante del Senato, a Fernanda Contri, Presidente reggente della Corte Costituzionale. Ma un saluto particolarissimo va soprattutto alla gentile e cara signora Bachelet e ai suoi figli, Maria Grazia e Giovanni, che sentono, intorno a loro, riannodarsi quella straordinaria rete di amicizia e ammirazione che si manifestò, quasi per incanto, in quei terribili giorni.
E’ giusto, signor Presidente, che il ricordo di Bachelet, nel venticinquesimo anniversario del suo sacrificio, abbia qui, in questa sede, il luogo privilegiato per riproporsi, con tutta la sua forza operosa ed esemplare.
Vittorio, certamente, riassumeva nella sua persona, in equilibrio perfetto, diverse esperienze e differenti lealtà.
L’esperienza di vita e la lealtà del cristiano autentico e coraggioso; l’esperienza di una cittadinanza laica e comunitaria, sempre lealmente sentita come dovere e, insieme, occasione continua di accrescimento e sviluppo; l’esperienza dell’uomo di studio, di giurista fine e di forte cultura, professore attento verso quella vasta platea di studenti e discepoli che ancora ne ricordano l’intelligente e naturale premura.
Proprio per questo molti sono i luoghi dove si ripropone, oggi, secondo un calendario per nulla burocratico, ricchissimo, al contrario, di forte suggestione, il ricordo di Lui.
Così il ricordo proposto dall’Azione Cattolica, di cui Vittorio fu eccezionale Presidente, in tempi eccezionali per la comunità ecclesiale; così quello dell’Università, della Sua Università, della Sua cattedra, a cui idealmente si uniscono cattedre tenute con impegno e assoluta serietà in altri atenei; così l’Associazione, nata per continuare la riflessione di Bachelet sui temi e sulle problematiche giuridico- istituzionali che gli erano più care.
Tanti, dunque, i luoghi del ricordo e del naturale richiamo per una vita e per una morte.
Ma c’è un luogo privilegiato, dicevo, ed è qui, il Consiglio Superiore della Magistratura: innanzitutto, perché il Capo dello Stato, che ne è il Presidente, ha voluto con grande sensibilità partecipare a questo incontro di affettuosa e accorata memoria.
Ma c’è, poi, un’altra ragione; Bachelet, in quella stagione di follia, di rivoluzionarismo insipiente, di fanatismo, esplosiva miscela di violenza e atti terroristici, è ucciso proprio perché Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

E’ questa la comune opinione di allora e di oggi, non c’è dubbio.
Si voleva colpire e si è colpito Bachelet quale autorità di riferimento dell’intero sistema giudiziario.
Non pochi di noi ricordano la rivendicazione brigatista della uccisione del Vice Presidente del Consiglio Superiore dove, tra l’altro, si legge: “in certi uffici e procure va individuato e colpito il settore cosiddetto operativo della magistratura… reso possibile dalla trasformazione del Consiglio Superiore della Magistratura, da organismo formale a mente politica. Il Consiglio Superiore della Magistratura si è assunto materialmente il controllo delle attività giuridiche dei singoli magistrati, assicurando inoltre un collegamento organico all’Esecutivo mediante la presenza di politici-tecnici eletti dalle segreterie di partito”.
Parole certo farneticanti ma che fissano con spietata durezza lo scenario di quegli anni di piombo.
Ed è in questo scenario che Bachelet esercita il suo magistero di Vice Presidente. Alle spalle della sua elezione (dicembre 1976) il Paese aveva già subìto atti di ingiuriosa violenza e la magistratura aveva già avuto le sue vittime: i giudici Coco e Occorsio, per poi averne altre, negli anni immediatamente successivi, Croce a Torino nell’aprile del ’77, Riccardo Palma a Roma nel febbraio ’78, ancora a Roma in ottobre Gerolamo Tartaglione e in novembre Fedele Calvosa a Patrica e nel gennaio ’79 Emilio Alessandrini a Milano.
E’ in questo scenario, dicevo, che si esercita il mandato presidenziale di Vittorio al Consiglio Superiore della Magistratura.

Un impegno di estrema difficoltà: un corpo giudiziario irrequieto che rifletteva le drammatiche contraddizioni della società e ne subiva gli urti e i colpi; tutto ciò all’interno di un quadro ordinamentale e normativo su cui si scaricavano, tra l’altro, le tensioni all’interno della magistratura associata per innovazioni, anche culturali, che si reclamavano e resistenze che si opponevano secondo la naturale dialettica democratica; la vita andava avanti e doveva andare avanti, al di là di un terrorismo che, nell’immediatezza dello scontro, sembrava che non avesse mai termine.
Nessuno più di Bachelet poteva avere intelligente comprensione di questa sconvolgente pagina della vita e della storia del Paese e, così, la centralità della giustizia nell’assetto istituzionale e nella difesa della democrazia e l’indipendenza della magistratura erano, per Lui, il naturale percorso da intraprendere, la barra da tenere ferma e sicura.
Quanto al terrorismo e alla violenza di quegli anni, già nella seduta consiliare del maggio ’78, commemorando Aldo Moro, di cui era naturale estimatore e discepolo, per cultura, finezza di analisi, per capacità di lettura dei processi sociali, lenti o impetuosi che fossero, già allora Vittorio Bachelet avvertiva come fosse necessario per le istituzioni che “la testimonianza dei caduti per libertà non sia solo onorato ricordo ma si traduca in uno impegno morale e uno sforzo di pratica efficienza per la difesa della libertà, per la costruzione di una convivenza civile più umana e serena che sappia accogliere e ordinare, in un disegno di giustizia, la tumultuosa crescita della nostra società”.
Ma ancora, e di più; il pensiero di Vittorio è specchiato in un appunto preparatorio per la commemorazione a Pescara del giudice Emilio Alessandrini.

“Alessandrini – vi si legge – non si illudeva sui rischi e sulle minacce alla democrazia, ma non reagiva con la paura isterica e sterile. Riteneva che anzitutto fosse necessario capire”.
Qui è manifesta la dimestichezza e la consuetudine di Bachelet con questi sentimenti e con questi propositi. E, ancora, sullo stesso appunto si legge: “il terrorismo non può accettare un’alternativa alla lotta armata … l’alternativa democratica è il principale obiettivo che essa si propone di distruggere, perché la democrazia è una continua smentita, è una quotidiana condanna del modo di pensare e di agire dei terroristi”.
In queste riflessioni si rispecchia per intero Vittorio Bachelet, come tutti lo abbiamo conosciuto: sereno, libero e democratico nelle sue convinzioni, uomo del dialogo, paziente nell’attesa dei risultati che ne potevano conseguire, ma anche severo ed intransigente nella difesa dei princìpi e dei valori di fondo, la persona e la sua libertà.
Egli avvertiva, concordando con altri, che per battere il terrorismo occorreva innanzitutto l’unità, soprattutto di quelle forze su cui si incentrava l’equilibrio del sistema politico. E, poi, di un’altra cosa era certo e cioè che le BR potevano essere sconfitte solo garantendo la “quotidianità” cioè il corso normale della vita del Paese, anche nei suoi eventi più esposti e delicati (“la democrazia – appunto – come quotidiana condanna del terrorista”). E così è avvenuto nel nostro Paese; questa è la ragione per cui si sono respinte misure eccezionali, che pure erano invocate.

Per questo la democrazia è rimasta democrazia e non vi è stata deriva verso uno Stato autoritario.
In questo scenario tutti dovevano fare la loro parte rispondendo con calma e fiducia alla ferialità e ai suoi appuntamenti, giocando i ruoli a ciascuno variamente imposti dalla “quotidianità” civile e politica.
Di questi comportamenti severi e civili mi è capitato, tempo fa, di portare l’esempio proprio di Lui: Bachelet, espressione di quella magistratura tanto duramente colpita dal terrorismo, ha sempre voluto, con esemplare spirito di servizio, onorare la “normalità”, non interrompere la trama dei propri doveri, quelli che la vita e la tua professione ti impongono. A questo modo Egli vive il rapporto con la sua Università e, così, il suo “essere professore” lo porta a continuare quel rapporto immediato e confidenziale tra gli allievi e il maestro con disarmata naturalezza.
Anche questa pratica della “quotidianità” era lotta al terrorismo; una lotta dura e crudele per i suoi costi possibili e angosciosi, e il costo pagato da Vittorio è stato terribile e angoscioso per tutti.
Ancora altre vittime ci saranno nei quadri della magistratura: Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato.
Per chi voleva porre in ginocchio lo Stato, l’ordine giudiziario non poteva che essere un obiettivo da colpire; ma la magistratura ha tenuto e non è azzardato ritenere che abbia tenuto, prima e dopo il sacrificio di Vittorio, anche per il modello di giudice – forte, soggetto soltanto alla legge, libero da qualsiasi influenza anche di pubblica opinione, giusto e indipendente – che Egli ha sempre voluto proporre, con esemplare lezione.

In questa lezione non c’è un “prima” e un “dopo” la sua morte; il suo sacrificio ha esaltato e fatto continuare quella insistita proposta.
La premurosa cura della “quotidianità”, che ho sopra ricordato, Vittorio Bachelet la esercita, con grande impegno e serietà, innanzitutto, e come è naturale, nell’incarico cui si trova preposto di volta in volta. E così la esercita, da ultimo, nell’assolvimento dei suoi compiti di Vice Presidente del Consiglio Superiore.
Eletto con maggioranza risicata e considerato, forse, per via degli incarichi nell’Azione cattolica, come un cattolico “integralista”, secondo una “vulgata”, tanto acritica quanto arrogante, Vittorio sorprende tutti (ma non quelli che lo avevano incontrato e conosciuto) per il suo profondo senso dello Stato, per la sua laicità che lo porta al rispetto assoluto dell’altro, al dialogo paziente, con l’aggiunta che la sua fede religiosa, intensamente vissuta, gli consente di presentarsi a tutti, sempre con grande serenità, quasi per un costante atto di naturale amicizia.
Queste elevatissime doti gli permettono, in un momento drammatico per il Paese e più direttamente per la magistratura, di operare con successo (e non pochi colleghi della sua consiliatura qui presenti lo possono testimoniare) di operare con successo, dicevo, per l’unità sostanziale del Consiglio, pur nella dialettica delle varie posizioni; dialettica assai agguerrita per il momento particolare che si viveva e soprattutto per il nuovo sistema elettorale che, con la proporzionale, aveva esaltato l’articolazione associativa dei magistrati e quindi la pluralità delle varie posizioni.

Ma questa pluralità era vista da Bachelet – ecco il suo magistero – come ricchezza, non certo come intralcio; ricchezza che forse rendeva più faticosa la ricerca di utili convergenze ma certamente più appagante e persuasiva la sintesi.
La cultura politica e di giurista, così raffinate, che aveva alle spalle, consentiva a Bachelet di rendere chiare le linee guida del Suo mandato presidenziale: in particolare, la posizione essenziale dell’Ordine giudiziario nell’architettura costituzionale della Repubblica sempre affermata e difesa e la solidarietà per il difficile, molte volte disconosciuto, lavoro dei magistrati. Una solidarietà non corporativa ma culturale e ambiziosa perché sempre accompagnata dalla proposta di quel modello di giudice che ho ricordato; un giudice degno e meritevole dell’assoluta autonomia e indipendenza a Lui riconosciute dal dettato costituzionale.
Il costante richiamo alla Costituzione è, per vero, il segno più marcato nell’esercizio del suo mandato al Consiglio. Già la sua opera scientifica di amministrativista è rivolta alla valorizzazione e attuazione della Carta Costituzionale, a cui per i suoi convincimenti civili e politici si sentiva, tra l’altro, profondamente legato, come atto fondativo della Repubblica, nata dalla Resistenza.
Basta pensare ai suoi studi di diritto dell’economia, a quelli sulla giustizia amministrativa dove lo scenario da Lui prospettato è sempre ricondotto e fissato ai princìpi costituzionali.

Basta pensare, in particolare, agli studi sulla disciplina militare dove l’impatto dello “spirito democratico della Repubblica” (così l’art. 52 Cost.) sul precedente ordinamento delle Forze Armate richiedeva un esame e una sistemazione di grande spessore culturale e forte convinzione nei superiori valori della Costituzione.
Per questa riflessione scientifica di Bachelet, Leopoldo Elia, in un articolo a memoria dell’Amico scomparso, riferendosi alla sua attività di studioso, ha potuto parlare di una “continuità tra l’opera di chi ha pensato e scritto la Costituzione e l’opera di chi ha contribuito a completarla ed attuarla”. “Servire lo Stato attuando la Costituzione”, questo il titolo dato all’articolo di Elia. Bene, io credo che questo titolo possa essere la cifra anche del lavoro di Vittorio nell’interpretazione e gestione del ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura nell’assetto ordinamentale italiano.
Emblematico, al riguardo, il discorso che Bachelet pronunciò nella seduta consiliare del 17 luglio 1978, per salutare Pertini eletto, con largo consenso, Presidente della Repubblica “Questo consenso – cito le parole di Vittorio – è anche un impegno e una forza di speranza per ritrovare insieme il comune intento di tutta la Nazione a vincere le spinte di disgregazione, di disperazione, di violenza, a costruire quella società libera, civile, giusta che è nelle nostre attese e nella nostra volontà e alla quale è guida la nostra Costituzione”.

E ancora, nello stesso discorso egli trova modo di dire che, posto dalla Costituzione come “organo di governo della magistratura” (sono parole di Bachelet), il Consiglio Superiore “costituisce (ancora parole di Vittorio) costituisce uno di quei delicati strumenti costituzionali di autonomia e collegamento che sono essenziali per un equilibrato e libero sviluppo delle istituzioni democratiche”. Autonomia e collegamento, inscindibile binomio delle funzioni che definiscono la natura e le caratteristiche istituzionali del Consiglio Superiore. Si tratta di una configurazione che Bachelet lega strettamente a quella analoga dell’ordine giudiziario. Egli spiega, infatti, subito dopo (cito): “di autonomia e di collegamento ha bisogno oggi, come ieri e forse più di ieri, l’ordine giudiziario. Una autonomia che garantisca sempre meglio la indipendenza e quindi l’imparzialità dei giudici, tanto più necessaria in una fase di così profonda trasformazione della società e degli ordinamenti giuridici, nel cui travaglio la Magistratura non vuole essere un corpo separato ma neppure un legno alla deriva; un collegamento con la società e con le altre istituzioni dello Stato che consenta all’ordine giudiziario di rispondere meglio alla antica e nuova domanda di giustizia, ma anche di ottenere quegli strumenti – il cui apprestamento appartiene alla responsabilità di altri poteri dello Stato – che sono indispensabili per il funzionamento e la tempestività dell’amministrazione della giustizia.” E sul punto, e nello stesso discorso, al di là e oltre i provvedimenti e gli strumenti necessari, Bachelet aggiunge che si deve richiedere “anche una solidarietà morale e civile per l’esercizio di una funzione oggi più ardua e che si trova oramai impegnata in prima linea nella tutela della libera convivenza dei cittadini dagli attacchi della criminalità organizzata e della violenza terrorista”.
E’ questo un giudizio che evidentemente si colloca nel contesto civile e politico del momento (fine anni ’70), ma che spiega la viva preoccupazione e la cura e l’attenzione di Vittorio perché la magistratura sia messa al riparo, non certo da critiche, ma da attacchi ingiustificati; attacchi incompatibili con la considerazione, doverosa soprattutto all’interno del circuito istituzionale, dell’ardua funzione cui essa è chiamata.

E’ qui evocata, mi pare, l’espressione di quella solidarietà, che sopra ho definito culturale e ambiziosa, perché Vittorio sempre la accompagnava con il monito ai magistrati di essere meritevoli della autonomia e indipendenza loro riconosciuta.
Ma Bachelet fin dall’inizio del suo mandato aveva idee chiare e precise. Così si esprimeva in occasione del suo insediamento quale Vice Presidente a proposito della situazione generale della giustizia, assai precaria, anche per cause complesse e remote: “lo sappiamo, ma sappiamo anche che il nostro compito principale in questa sede è di venire incontro per la nostra parte a questa situazione: garantendo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e dei singoli giudici in un momento in cui l’amministrazione della giustizia è diventato un compito di prima linea, e creando, nonostante tutto, le condizioni per un buon andamento della giustizia.”
Su un’altra questione, aspra e sempre ricorrente, vorrei ancora che Vittorio ci parlasse. Alla domanda se ritenesse fondata l’accusa di politicizzazione rivolta alla magistratura, Bachelet risponde così in una intervista al “Mattino” di Napoli (luglio ’79): “Sono convinto che la stragrande maggioranza dei giudici italiani operano per una imparziale applicazione della legge e non accettano di sovrapporre alla coscienza e logica giuridica criteri politici, o peggio, ordini di partito. Il problema tuttavia non è solo quello delle eventuali eccezioni, più o meno clamorose, ma anche un altro, in genere poco considerato.

Infatti, la larga attribuzione ai giudici di funzioni di mediazione e definizione di conflitti sociali (vedi la legislazione sull’equo canone) o di funzioni in senso lato amministrative (vedi legge sugli stupefacenti) non possono non attribuire ai magistrati un ruolo sostanzialmente amministrativo e una discrezionalità nella quale può avere maggior peso anche l’orientamento personale. E lo stesso deve dirsi di una disorganica a talvolta contraddittoria proliferazione legislativa, da una tecnica redazionale talvolta imperfetta, da una tendenza a demandare alla sede giudiziaria la soluzione di conflitti sociali, non risolti a livello politico dal legislatore, che si accontenta di formulazioni normative imprecise o vaghe”.
Queste ultime parole che ho citato di Bachelet mi inducono a ricordare qualche altra osservazione in tema di interpretazione giudiziale che Vittorio ha avuto occasione di fare in rapporto alla chiarezza o ambiguità del dettato normativo. “C’è il rischio – egli diceva in un incontro di studio (Napoli, novembre ’79) con la scioltezza di chi non legge (così presumo) ma parla a braccio – c’è il rischio che laddove le soluzioni non si riescono a trovare sul piano legislativo o politico, si facciano norme un po’ ambigue in modo che poi se la sbrighi l’interprete, cioè il magistrato, nell’applicarle”. E aggiungeva, sul rilievo del carattere complesso della realtà in cui ci si muove, “nonostante tutto noi siamo abituati agli schemi di una società stabile, mentre siamo in una fase in cui ci troviamo a camminare su una ruota che gira”.

E continuando osservava: “cercare di vedere le difficoltà della legge e le difficoltà della realtà sociale, ma cercare anche il modo più intelligente, più capace di rispondere a queste esigenze, più capace di completare intelligentemente le lacune della legge; più capace anche di offrire, eventualmente, al legislatore le critiche per un superamento di norme che non riescano a stare in piedi. Questo mi pare un modo positivo per affrontare i problemi attuali”.
Queste parole non traggano in inganno nel senso di imputare a Bachelet una sorta di propensione, in linea di principio, alla invasione di campo a un ruolo di supplenza della magistratura nei confronti di altri poteri. Al contrario, egli era attentissimo alla distinzione dei ruoli, all’interno dell’unitario assetto costituzionale dei poteri, ma aveva certamente grande attenzione per le competenze e le attribuzioni dell’organo di autogoverno della magistratura, convinto che solo l’integrale e pieno adempimento delle funzioni conseguenti (non una in più ma neppure una in meno) è indiscutibile ragione di garanzia nel rapporto con gli altri poteri dello Stato.
Nessuna, dunque, prevaricazione o forzatura da parte del Consiglio ma, in un quadro di leale collaborazione, limpida difesa delle sue attribuzioni che, per essere fissate dalla Costituzione, non possono essere interpretate in maniera avara e riduttiva.
Questa posizione di Vittorio emerge chiaramente dalla risoluzione del plenum (luglio ’78) circa iniziative legislative e indicazioni prioritarie rispettivamente, prospettate e rivolte al Parlamento all’inizio della legislatura.

“Il C.S.M., consapevole che il suo ruolo costituzionale, così come si è concretamente realizzato nell’esperienza repubblicana, gli impone di concorrere a promuovere il massimo di appropriata e corretta collaborazione fra l’ordine giudiziario, il potere legislativo e il potere esecutivo, rivolge, in apertura di legislatura e mentre è in atto il procedimento di formazione del nuovo governo, un pressante appello al Parlamento e alle forze politiche, affinché i problemi della giustizia trovino, nella determinazione dei programmi di legislatura e delle intese di governo, considerazione prioritaria e organica.” E la risoluzione continua “Se il C.S.M., quale interprete delle responsabilità costituzionali dell’ordine giudiziario, rivolge questo appello, non è per introdurre elementi di disgregazione o di lacerazione nel delicato tessuto dei rapporti costituzionali, né tantomeno per interferire nella dialettica delle forze politiche, di cui è pienamente rispettoso, quanto e soltanto per essere doverosamente presente, in una contingenza storica che richiede l’impegno più alto, nella dialettica costituzionale del Paese.”
Questa, la risoluzione del C.S.M. ma questa anche la posizione e il pensiero di Bachelet; meglio non si poteva dire per l’attuazione, in concreto, della leale collaborazione fra i poteri e gli organi costituzionali dello Stato.

In conclusione, ho voluto ricordare parole, rilievi, convincimenti di Vittorio perché se ne abbia, oggi, occasione per una meditata, operosa riflessione.

Le nostre preoccupazioni vi possono trovare ragioni di sicuro orientamento; ne abbiamo bisogno.
Domani, 12 febbraio; venticinque anni indietro, l’orrendo delitto, come orrendi altri delitti consumati in quella stagione di piombo; Vittorio lo conoscevo si può dire da sempre. Ci eravamo incontrati la prima volta qui a Roma, al primo Congresso nazionale della Fuci (gennaio ’46); e poi la nostra amicizia si era fatta più stretta all’epoca del suo insegnamento a Pavia, nella mia Università, come incaricato di diritto amministrativo; incontri e conversazioni lungo l’arco di tre anni. Ma qui, alla fine di questa nostra assemblea, voglio ricordare, di quel giorno tremendo, la compostezza, la pacatezza, la serenità, pur nel dolore straziante, della moglie e dei figli di Vittorio. Una serenità basata sulla fede cristiana, una fede forte quanto l’attenzione che la famiglia mostrava di avere per la tragedia collettiva da cui il Paese era da anni investito.
Così alle esequie; Giovanni, che prega per il padre e anche per i suoi assassini, per i quali ha parole di perdono, ma laicamente chiede che la giustizia faccia il suo corso. Una grande lezione di vita quel funerale; tutti toccati dal superamento della morte, da un grido di fraternità e d’amore che si coniuga con il senso più profondo dello Stato.
E i compagni di scuola dei figli di Vittorio con le loro canzoni struggenti, di rimpianto e speranza, una pagina unica, indimenticabile, e che non si è dimenticata.

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