Il giudice, la sentenza, gli insulti

“Sono serena, è stata una decisione sofferta ma ho osservato la legge e ho seguito la mia coscienza, come sempre in tutte le mie decisioni e per qualsiasi imputato”. Clementina Forleo, il giudice per le udienze preliminari che ha assolto un gruppo di islamici accusati di terrorismo internazionale, non sembra turbata più di tanto. La sua decisione che distingue tra guerriglia e terrorismo fa discutere. Prima la rabbia di Fini, poi, in rapida sequenza, l’incredulità di Casini, lo stupore di La Russa, le urla scomposte della Lega che propone un presidiodavanti a Palazzo di Giustizia. “Le sentenze della magistratura vanno sempre rispettate”, dice il presidente di Montecitorio, “ma questo non significa non poterle commentare. Invito a un approfondimento da parte del legislatore, per capire se vi sono esigenze normative nuove, per evitare che fatti di questo tipo rischino di vanificare la preziosa azione dell’intelligence e delle forze dell’ordine”.
Ma invece di avviare una discussione per capire cosa e perché sia accaduto a Milano, parte la raffica di attacchi personali al magistrato, “giunti in taluni casi fino alla denigrazione da parte di soggetti investiti di alte cariche politiche”, per dirla con il presidente dell’Anm Edmondo Bruti Liberati.
A fianco del magistrato si schiera Armando Spataro, il pubblico ministero che ha formulato la requisitoria per il processo contro gli islamici. Non condivide la sentenza; la impugnerà. Ma sente la necessità di “manifestare solidarierà al GUP Clementina Forleo per i rozzi attacchi di cui è stata oggetto”.

Spiega: “Il contrasto del terrorismo di qualsiasi matrice non è possibile, in democrazia, al di fuori delle regole e delle garanzie riconosciute agli imputati. Tra le regole c’è quella del controllo giurisdizionale sulle attività investigative e dell’esperibilità di più gradi di giudizio.La sentenza del GUP merita rispetto, interviene in una materia estremamente difficile da indagare ed in cui la giurisprudenza non è certo consolidata”.
“Le sentenze possono essere impugnate dalle parti e criticate dagli osservatori che non devono tuttavia, come ancora una volta è accaduto, aggredire il giudice per una decisione non conforme alle aspettative di una tesi soprattutto con frasi o richieste che esulano dalla cultura istituzionale dello Stato di diritto”, asserisce Fabio Roia, segretario generale di Unità per la Costituzione, la corrente maggioritaria della magistratura. Contro gli attacchi si schiera anche il segretario di Magistratura democratica Claudio Castelli, che invita a cambiare registro e avverte: “Reazioni di questo tipo indeboliscono e non rafforzano il doveroso contrasto al terrorismo, poiché creano spaccature dannose per tutti”. Castelli non ha dubbi: “Sarebbe opportuno tornare alla razionalità e rendersi conto degli enormi problemi che la diffusione del terrorismo a livello sopranazionale pone anche sul piano giuridico, senza mai dimenticare che la giurisdizione è applicazione rigorosa delle regole”.
C’è anche il difensore di uno dei due tunisini accusati di terrorismo, l’avvocato Gabriele Leccisi, che dice: “Questo è un vero e proprio linciaggio nei confronti di un magistrato della Repubblica italiana che fa le sentenze a seconda del diritto e non delle opportunità politiche”.

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