Turchia: i costi della non adesione

Manca un mese esatto dalla storica decisione che il Consiglio europeo, vale a dire il consesso dei capi di stato e di governo dell’Unione, dovrà prendere in merito all’entrata della Turchia. Mentre il sì all’apertura dei negoziati appare fuori discussione – grazie anche al rapporto positivo della Commissione, adottato il 6 ottobre scorso – altra cosa sarà a suo tempo la decisione finale. Per questo, il confronto non si concluderà il 17 dicembre prossimo; anzi, a partire da quella data inizierà un lungo periodo di scrutinio per la Turchia che dovrà dimostrare in ogni momento di poter rispettare le condizioni imposte dall’Europa per la sua adesione.
Come ogni grande tema di politica internazionale, anche la questione dell’adesione della Turchia non si sottrae alla regola in base alla quale ad ogni valido argomento esiste un altrettanto valido contro-argomento. D’altra parte, i principali argomenti favorevoli o contrari sono da tempo sul tappeto: ripeterli all’infinito, anche se con le già note varianti, rischia alla lunga di sterilizzare il contraddittorio. Appare quindi più efficace invertire la discussione spostando l’enfasi dai pro e i contro l’adesione ai costi complessivi che comporterebbe la non-adesione.
Il primo fattore da considerare è il seguente: che faccia parte o meno dell’Unione europea, la Turchia rappresenta comunque una realtà con un notevole impatto su di noi europei, una realtà con cui dobbiamo in tutti i casi fare i conti.

L’idea che questa realtà svanisca semplicemente ignorandola, o relegandola ai confini dell’Europa, è illusoria. Non a caso, uno dei luoghi comuni più ricorrenti è che, con l’entrata della Turchia, l’Europa cambierà radicalmente e per sempre, e che la sua vocazione originaria sarà profondamente snaturata. Ma l’Europa non è mai stata un’entità statica, evolvere fa parte del suo dna (“L’Europa è un pensiero che mai si accontenta” ha scritto Paul Hazard nel 1935) e l’ipotesi dell’ampliamento alla Turchia è benvenuta proprio per questo, perché c’impone di riflettere sulla nostra identità, su quale Europa vogliamo in un contesto globale drammaticamente mutato in questi anni, in particolare dopo aver aderito tutti quanti – Turchia inclusa anche se al momento ha formalmente firmato solo l’Atto Finale – ad un Trattato costituzionale che, pur lasciando molte domande inevase, è innovativa perché per la prima volta sancisce i principi dell’eguaglianza e della solidarietà, dando assoluta centralità ai diritti individuali nell’azione politica dell’Unione: un notevole passo avanti rispetto ai precedenti Trattati. Ciò premesso, che i turchi abbiano e vogliano comunicare molte cose a noi europei è fuor di dubbio; viceversa, da parte nostra, che modello di Europa stiamo loro proponendo? Di che cosa esattamente stiamo chiedendo loro di entrare a far parte? A queste domande i turchi si aspettano, legittimamente, alcune risposte il meno opache possibili.

Allora, per evitare di essere presi in ostaggio dal dibattito religione versus laicità, non converrebbe riflettere ad una “sfera pubblica europea”, anziché ad una “identità europea”, come suggerito da Juergen Habermas? Vale a dire un comune spazio di confronto dove le diversità che ancora segnano profondamente l’Europa possano riconoscersi reciprocamente, rendendo possibile il rafforzarsi dei valori già individuati dal Trattato costituzionale, come auspicato da Stefano Rodotà (La Repubblica, 8/11/04)? Forse così l’Europa (e magari anche l’Occidente) può aspirare ad aprirsi al mondo in maniera costruttiva.
Sono passati 45 anni dalla prima richiesta della Turchia di entrare a far parte dell’allora Comunità Economica Europea. Paradossalmente, se avesse aderito in quel contesto, oggi non staremmo qui a discutere degli attuali criteri, quelli cosiddetti “di Copenhagen”, che si riferiscono, in maniera prevalente, ad aspetti politici ed istituzionali. Che questi criteri siano stati poi “inventati” solo per la Turchia, facendo palesemente ricorso al metodo del “due pesi, due misure”, non aiuta certo a creare un clima d’imparzialità, e infatti i turchi hanno più volte rivendicato di voler sì giocare la partita ma magari con le stesse regole invalse per gli altri candidati. Rimane il fatto che, dal luglio 1959, l’eleggibilità della Turchia non sia stata mai messa in discussione. E forse non è un caso che alcune questioni fondamentali siano state sollevate solo dopo la formalizzazione della candidatura (dicembre 1999).

Benché la Turchia abbia varato più riforme negli ultimi 2-3 anni che in tutti i decenni precedenti, stucchevoli discussioni sui limiti dell’Europa hanno improvvisamente ripreso quota, condite dai soliti clichés tipo “lo spettro di un’invasione musulmana”. Ora, a parte che l’Anatolia, cuore della moderna Turchia, è stata una delle culle della civiltà europea, è sin dal 1856, cioè dalla fine della guerra di Crimea, quando la Sublime Porta fu invitata dalle altre potenze a prender parte al “concerto europeo” per decidere il destino del vecchio continente, che il paese ha avviato il suo lungo processo di avvicinamento all’Europa. Anzi, fu proprio il riconoscimento come potenza europea ad indurre successivi sultani ad “occidentalizzare” l’impero ottomano, dall’introduzione dell’istruzione primaria obbligatoria alla centralizzazione dell’amministrazione statale. Con l’arrivo di Atatürk, la Turchia ha compiuto il passo decisivo, quello del processo di secolarizzazione, da sempre sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Non è quindi casuale che, nel Ventesimo secolo, la Turchia, oltre ad essere stata tra i paesi fondatori dell’ONU nel 1945, è via via entrata nei maggiori organismi internazionali: nel Consiglio d’Europa, guardiano dei valori europei, nel 1949; nella NATO, nel 1951; poi a mano a mano nell’OCSE, nell’OSCE, nella BERS…Più recentemente le misure introdotte comprendono l’abolizione della pena di morte e la riforma del sistema di detenzione; per quanto riguarda la libertà d’espressione e di associazione, sono state abolite molte leggi che colpivano giornalisti, intellettuali ed attivisti dei diritti civili, coloro i quali, per intenderci, hanno recentemente bloccato la legge che criminalizzava l’adulterio; il ruolo del parlamento è stato rafforzato, incluso il pieno controllo sulle spese militari per mitigare il grado d’interferenza dei generali nella vita politica e civile; inoltre, gli indicatori economici confermano una tendenza positiva, al punto da far dichiarare all’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, presidente della Commissione indipendente sulla Turchia “I wished my economy would grow as fast as the Turkish one”…Questo non significa che l’adesione della Turchia non avrà ripercussioni economiche, istituzionali e sociali di enorme rilevanza per l’Europa: basti pensare alla sua dimensione e ai costi finanziari legati all’adesione, in particolare nel settore agricolo.

Occorre però evitare di scivolare sul piano della retorica e degli stereotipi. Per esempio, la minaccia di un’immigrazione incontrollata è spesso evocata, anche se obiettivamente l’integrazione con l’Europa dovrebbe avere l’effetto opposto, quello semmai di fiaccare la pressione migratoria. Oggi sono 3,8 milioni i cittadini turchi che abitano nei paesi dell’Unione europea, di cui 2,6 milioni in Germania. Con l’adesione, gli esperti prevedono un ulteriore flusso di circa 2,7 milioni, non una cifra ingestibile tenuto conto della popolazione complessiva dell’Unione – 450 milioni – e che la libera circolazione delle persone sarà prevedibilmente fissata ad una data molto ulteriore all’adesione, non prima del 2025.
Se queste sono le premesse, in concreto cosa si perderebbe l’Europa lasciando fuori la Turchia? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali. Anzitutto, alzerebbe inopinatamente una nuova cortina di ferro tra sé e un intero mondo, quello di fede musulmana, dimostrando la sua (nuova) natura di società non inclusiva ed intollerante e contribuendo così a restringere l’orizzonte di libertà, democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani in tutta l’area mediterranea. In questo contesto, sia chiaro: sull’entrata o meno della Turchia non ci sono gli occhi puntati dei turchi solamente ma anche di tutti i musulmani moderati e riformatori che scommettono sull’adesione della Turchia per imprimere una svolta anche a casa loro. In questo senso, l’adesione della Turchia è un tassello cruciale nella ricerca di una soluzione nel più ampio quadro dei rapporti conflittuali tra islamismo integralista e occidente, soprattutto perché dimostrerebbe che il cosiddetto “scontro tra civiltà” non è un destino ineluttabile.

In altre parole, il 17 dicembre l’Europa manderà un messaggio non solo alla Turchia ma a tutto il mondo islamico. Poiché dalla fine della politica dei blocchi e del bipolarismo la questione dell’estremismo islamico è diventato drammaticamente preminente, molte componenti del mondo arabo, al momento “vincenti”, sperano in un fallimento del negoziato, fautori come sono di una politica del “tanto peggio, tanto meglio”, come ha segnalato con forza Emma Bonino. Ne consegue che l’Europa rinuncerebbe a svolgere un ruolo essenziale nei futuri rapporti tra occidente e mondo islamico, indebolendo il proprio potere di persuasione in molte parti del globo, con l’ulteriore infausta previsione di un rafforzamento degli ultranazionalisti nonché delle correnti islamiste in Turchia con il risultato pressoché immediato di creare instabilità ed insicurezza alle nostre attuali frontiere. Inoltre, tenuto conto del suo ruolo all’interno della NATO, la non adesione della Turchia avrà l’effetto di debilitare il già fragile sistema di difesa europeo. Infine, alla Turchia verrebbe impedito di portare valore aggiunto al peso economico dell’Europa, anche in considerazione del ruolo chiave che svolge per il transito dei rifornimenti energetici, un argomento quest’ultimo che meriterebbe molta più attenzione di quanto non ne riceva attualmente.
Dal punto di vista turco, esiste un’alternativa praticabile all’integrazione con l’Europa? La possibilità di una grande alleanza con i paesi dell’Asia Centrale o con la regione del Mar Nero è verosimile o auspicabile? Non sembra.

Come ha detto recentemente il ministro degli interni tedesco, Otto Shilly, rivolgendosi alla sua propria opinione pubblica, “la Turchia ha più di 70 milioni di abitanti, una forza lavoro di grande potenziale, un’economia in crescita, un apparato militare di primo piano: siamo sicuri di volerla consegnare all’Iran?”. Invece, ciò di cui l’Europa dovrebbe beneficiare con la Turchia al suo interno, sono i frutti dell’influenza positiva che quest’ultima ha esercitato per anni in numerosi paesi dell’Asia Centrale. Basta volgere lo sguardo a cinque repubbliche dell’ex Unione Sovietica: Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirghikistan, un’area vastissima che si estende fino alla Cina e alla Mongolia. Si tratta di cinque Stati sovrani la cui cultura islamica ha sopravvissuto al lungo dominio russo e sovietico e, oggi, la loro dispersione geopolitica le annovera tra le potenziali fonti d’instabilità (vedere Conflitti non convenzionali nel mondo contemporaneo, a cura di Vittorfranco Pisano, Rivista Marittima, giugno 2002). Difatti, le preoccupazioni iniziali riguardanti eventuali disegni politico-confessionali promossi dal radicalismo islamico, scontri tra sunniti e sciiti, nonché frizioni tra musulmani e popolazioni trapiantate russe, si sono rilevate non infondate. Benché la maggioranza della popolazione islamica dei cinque Stati non coltivi un’ottica teocratica del mondo – limitandosi a riconoscersi in determinati valori morali e religiosi e, soprattutto, patriarcali – tuttavia sono presenti minoranze spinte dal radicalismo islamico, di cui l’aggregazione più minacciosa nella regione appare essere il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, sorto nel 1998.

Ebbene, ognuno di questi cinque Stati ospita minoranze turcofone che hanno una forte influenza culturale attraverso le università, i giornali, le televisioni…Risulta dunque fondamentale che la madre patria turca metabolizzi fino in fondo il modo europeo di concepire lo stato. In questo senso, non far entrare la Turchia equivarrebbe ad una strategia folle e autolesionista: quanto questi paesi possono veicolare valori europei in maniera efficace, tanto possono fare l’inverso, diventando un importante canale per ogni sorta di deriva integralista anti-occidentale.
Infine, bisogna ricordare con insistenza che la decisione del Consiglio europeo del 17 dicembre, non riguarderà l’adesione della Turchia all’UE, ma l’apertura di negoziati di adesione della Turchia all’UE. Non si tratta di una semplice sfumatura perché il loro esito dipenderà dai progressi compiuti nell’arco degli anni e la Turchia avrà delle scadenze imprescindibili per portare a termine le riforme. O perlomeno così dovrebbe essere, perché non si sente certo il bisogno di un’Europa che irresponsabilmente e goffamente tenta di alzare l’asticella ogni qualvolta subentrano paranoie ed incertezze. Certo, occorrerà mantenere alta l’attenzione sull’intero processo, soprattutto in previsione della ratifica del trattato di adesione da parte di ciascun Stato membro. Ma se l’Europa deciderà di chiudere la porta ai turchi, la scelta non sarà solo storicamente poco sostenibile e politicamente poco lungimirante, ma avrà l’effetto immediato d’interrompere l’impeto riformista e mortificare il ruolo emergente della società civile.

Se si condivide l’idea che l’Europa non è un progetto religioso, né un progetto geografico, ma un progetto politico allora l’adesione della Turchia non può che essere vista come una garanzia di stabilità e di pace per entrambe. Usando nuovamente le parole di Emma Bonino, l’esito più negativo è di giungere a dicembre ad una decisione pasticciata, in base alla quale “non si ha l’audacia di dire no, né la forza di dire sì, con il rischio di balbettare la cosa peggiore: sì, ma…”.

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