Politica Agricola Comune: è in arrivo una svolta storica?

Forse sta per cadere uno dei più e meglio protetti bastioni europei, quello dei sussidi a favore dei produttori di zucchero. Dovrebbe succedere, se tutto va bene, nei prossimi mesi su proposta del Commissario europeo all’agricoltura Franz Fischler. Se non è una rivoluzione poco ci manca perché non si tratta di una semplice riforma in un settore, quello della politica agricola comune, particolarmente tecnico, con le sue quote, le sue eccedenze e, appunto, il suo regime di sussidi. Si tratta di una proposta che modificherebbe la filosofia di base che ha presidiato questo settore – che prosciuga quasi 50% del bilancio comunitario – per oltre quarant’anni e che potrebbe comportare degli effetti molto positivi in diverse direzioni. Oggi, il regime assistenzialista fa sì che il prezzo dello zucchero prodotto in Europa sia tre volte più caro di quello sul mercato mondiale. Tuttavia, grazie a generosi aiuti all’esportazione, i produttori europei riescono lo stesso ad esportare milioni di tonnellate di zucchero l’anno, a danno dei paesi poveri del mondo. In altre parole, il contribuente europeo sovvenziona due volte (per la produzione e per l’esportazione), per dire, un produttore di zucchero finlandese, assolutamente non competitivo, per proteggerlo dalla concorrenza, per esempio, del Mozambico, che noi finanziamo (e fa tre) attraverso accordi di cooperazione. In base ad indiscrezioni circolate a Bruxelles, Fischler proporrà di abbassare il prezzo garantito dello zucchero di un terzo tra il 2005 ed il 2007 e di ridurre le quote di produzione da 17,4 a 14,6 milioni di tonnellate l’anno; in cambio, i produttori saranno compensati ma solo parzialmente – tra il 50 ed il 60 % delle perdite – e, per la prima volta, potranno scambiare le quote di produzione con l’obiettivo di farle acquisire da aree più competitive, come quelle in Francia, Gran Bretagna e Germania.

Certo, non è una liberalizzazione vera e propria ma va comunque nella giusta direzione, anche per la sua gradualità. Non per questo la lobby dei produttori europei, che rappresenta oramai una componente marginalissima della produzione e dell’occupazione, si esimerà dallo scendere in piazza, spalleggiata da certi governi che, per decenni, hanno perpetuato questa grave distorsione pur di garantirsi una manciata di voti. Una posizione che ha finito per incarnare un’Europa che perde la sfida della competitività sul fronte internazionale, sospingendola su posizioni difensive nei negoziati in sede OMC. Difatti, la vittoria di tre paesi ricorrenti contro l’Unione europea – Brasile, Australia e Thailandia – viene considerata scontata, una sentenza che peserà come un macigno sull’Europa in occasione dei negoziati agricoli di Doha.In questo contesto, sono apparse inutilmente nazionaliste e antistoriche le recenti esternazioni pubbliche dei Ministri Frattini e Buttiglione che si compiacevano di essere riusciti nell’exploit di mantenere il nostro Mezzogiorno all’interno delle aree Obiettivo 1 della Comunità europea. Ebbene, il mantenimento di questo status è la dimostrazione più eloquente non di un successo, ma di un fallimento della politica degli incentivi e dei trasferimenti poiché sono proprio i prodotti sovvenzionati ad “andare male”, cioè a non essere competitivi. Oltre al fatto, ovviamente, che non s’intravede motivo di giubilo perché l’Italia, dopo quasi cinquant’anni di adesione alla Comunità e fiumi di denari, abbia ancora regioni “assistite”.

Travolti, come siamo stati, dai commenti sull’allargamento e sul nuovo Trattato, questa grande novità rischia di passare inosservata, almeno in Italia. Questo è un risultato, invece, che la Commissione Prodi deve portarsi a casa prima della fine del mandato, assieme, naturalmente, ad un altro dossier cruciale per il futuro dell’Europa, vale a dire l’avvio del negoziato per l’adesione della Turchia.

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