Un paese, un commissario, un voto: è davvero necessario?

Ovviamente non metto in discussione la vocazione europeista di Beppe Tognon e del gruppo di lavoro che ha operato attorno al Progetto Penelope. Proprio per questo mi permetto di dar vita ad un minimo di sano contraddittorio. Ma prima di tutto desidero condividere con Tognon lo sconforto più totale su come sta procedendo la CIG e sulla maniera maldestra e superficiale con la quale la presidenza italiana sta gestendo questo momento chiave per l’avvenire dell’Unione. Ciò detto torno al tema sollevato dal Prof.Tognon, tra l’altro come tema dal valore fortemente simbolico oltre che politico per il futuro funzionamento dell’esecutivo comunitario, vale a dire il numero dei Commissari.Partiamo dalla visuale storica italiana. Quanti di noi si ricordano i nomi e le gesta dei Commissari italiani di questi ultimi decenni? La nostra usanza è stata fino a recentemente, ahimé, quella di nomine basate sulla formula dei “tromboni o trombati”. Qualcuno si ricorda ancora della carriera europea dei Commissari Colonna, Scarascia Mugnozza, Vanni d’Archirafi, oppure di nomi altrimenti noti in Italia come Giolitti, Pandolfi, Ruberti e altri? Credo in pochi. Carlo Ripa di Meana, deputato europeo uscente nel 1984 perse le elezioni nel Nord-est (a favore di Mario Rigo, sindaco di Venezia) e Craxi lo promosse sul campo a Commissario europeo. Di Scarascia Mugnozza si dice che brillasse così poco che il presidente della Commissione dell’epoca, il francese Xavier Ortoli, si divertiva ad aprire ogni riunione della Commissione con il tormentone “Noto che anche oggi non c’è né Scarascia né Mugnozza”.

E stendo un pietoso velo sull’episodio di Malfatti che si dimise da Presidente della Commissione per partecipare alle elezioni politiche del 1972. Bruxelles (e in questo includo anche il Parlamento europeo) è stato per anni considerato un cimitero degli elefanti, raramente un Commissario italiano ha avuto un proseguimento di carriera dopo l’esperienza brusselese. Insomma, è vero che noi abbiamo contato in Europa in tutti questi anni ma ciò molto spesso a prescindere dal peso dei nostri commissari. Per contro, quando abbiamo Commissari autorevoli e prestigiosi il paese ne trae certamente grande giovamento. A questo proposito posso citare Malvestiti, presidente della Ceca, Altiero Spinelli, che fece il Commissario con uno stile tutto suo (per esempio nominando un capo di gabinetto inglese ancor prima dell’entrata della Gran Bretagna), Lorenzo Natali, Mario Monti, Emma Bonino. Monti è stato addirittura criticato per essere eccessivamente punitivo nei confronti dell’Italia per via di quel suo riflesso a non essere visto come accondiscendente verso le debolezze del proprio paese. Quindi la funzione è sì uno snodo importante ma può anche essere non fondamentale ai fini di un ruolo positivo in Europa di un dato paese membro.La critica maggiore che viene espressa alla formula “un paese, un commissario” è che la Commissione rischia di trasformarsi in una sorta di pre- Consiglio, di stanza di compensazione degli interessi nazionali. Nel passato le pagine peggiori della Commissione si sono viste proprio in quest’ambito: sono rimaste memorabili le battaglie di commissari che, svestendo i propri panni, difendevano a spada tratta e contro ogni ragionevolezza gli interessi del proprio paese per le quote latte, i prezzi agricoli, gli aiuti alla cantieristica, alla siderurgia, al settore automobilistico…Allora, all’amico Tognon voglio dire: che il PE deve dare la fiducia sulla base della competenza e dell’eccellenza del Commissario designato e non sul livello di fedeltà al proprio paese, che la Commissione rimane un collegio anche se non tutti i paesi sono sempre rappresentati allo stesso momento, che non avere un commissario non è uno sfregio agli entranti post Romania e Bulgaria se ciò viene chiarito prima, e infine – secondo il vecchio adagio – “la Commissione propone, il Consiglio decide” e quindi gli interessi nazionali vanno esercitati nella sede opportuna (cioè il Consiglio).


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